Incontro con Cecilia Matteucci, collezionista di moda

Da sinistra a destra: uno schizzo di Emilio Vedova; una foto del primo servizio fotografico di Cecilia nel 1999; una foto scattata da Umberto Pizzi all’Opera di Roma con un abito Chanel; un disegno dell’artista Sissi e una foto della Callas con dedica

 

L’eccentricità è cosa ben diversa dalla voglia di protagonismo. L’obiettivo di un eccentrico non è piacere, ma stupire. Perché mai una persona decida, un giorno, di vestirsi in un certo modo non si può spiegare, ma la costruzione di un’immagine è espressione di intelligenza, ironia e soprattutto cultura. I vestiti, che sono oggetti, sono assemblati secondo delle scelte ben precise che denotano un gusto costruito nel tempo attraverso lo studio di certi canoni, è un’operazione concettuale, di critica.

Sono molte le signore della moda che potrebbero venirci in mente in fatto di eccentricità: Michele Lamy, musa dello stilista Rick Ownes; Anna dello Russo, giornalista di moda, per anni direttrice di Uomo Vogue e poi di Vogue Giappone, famosa per il suo stile massimalista; Catherine Baba, stylist e costumista che si rifà agli anni ’70 mixandoli con gli anni ’30; Daphne Guinness, algida milionaria che ricomprò l’intero guardaroba di Isabella Blow, altra eccentrica, musa dello stilista McQueen; la ormai centenaria Iris Apfel, che ha da poco collaborato con H&M per una capsule collection o ancora Anna Piaggi, eccelsa giornalista e critica di moda.

In Europea non c’è nessuna come Cecilia Matteucci, la sua apparizione colpisce l’immaginazione, rompe la quotidianità. Da anni ne seguivo le trasformazioni e finalmente ho avuto la fortuna di conoscere questa signora su cui, anni fa, scrissi un articolo. Adesso ha un profilo instagram seguitissimo, frequenta spesso sfilate durante la fashion week e molte realtà della moda si sono accorte di lei. Cecilia però è prima di tutto una collezionista e questo è ciò che la differenzia: tutti i suoi acquisti sono finalizzati alla creazione di un museo.

una recentissima foto di Cecilia apparsa sul suo IG
Cappa Capucci, guanti Chanel, occhiali Alexander McQueen

Gli inizi

Cecilia vive da anni a Bologna ma è di origine toscana: la sua famiglia possedeva i Grandi Magazzini Fratelli Lavarini di Montecatini Terme ed è nel reparto abbigliamento che inizia la sua passione per gli abiti e per la moda. A 16 anni consiglia al padre di acquistare gli abitini in pelle fantasia di Mac Douglas, che vanno subito a ruba. Il padre, capendone la passione e l’intuizione, la portava a vedere le collezioni: “non si chiamavano ancora sfilate. C’era il prêt-à-porter, che invece all’epoca si chiamava “confezione” ed era riservato a un target molto alto”. Fu sua madre, invece, a farle scoprire l’opera quando, ancora molto piccola, la portò per la prima volta a vedere l’Aida. E’ così che iniziano a sedimentarsi le sue più grandi passioni: la moda e il teatro. 

Quando si sposa con Giampiero Matteucci, bolognese ma anche lui di origine toscana, è giovanissima. Ed è la famiglia di suo marito che le trasmette il germe del collezionismo: “mio suocero collezionava pittura italiana accademica dell’800, mio marito libri e francobolli. Insieme a lui, prima per decorare le pareti di casa, poi per passione, abbiamo cominciato a collezione opere d’arte“. Cecilia, Giampiero e loro figlio di pochi anni, iniziano a girare per gallerie, antiquari e poi aste: la prima opera acquistata fu un dipinto di Sergio Romiti, poi vennero Depero, Campigli e Morandi. La scelta di un’opera è frutto dei desideri di entrambi, una scelta condivisa: “non abbiamo mai comprato per investimento, ma solo perché un’opera ci incantava”. I due mettono su una piccola ma preziosa collezione, che fu esposta per la prima volta proprio a Bologna, nel 2004, nella sala ottagonale del Museo Morandi, che allora rischiava di diventare un ufficio. 

Fu proprio in quell’occasione che furono esposti anche alcuni abiti d’epoca: il curatore Peter Weiermair, quando andò a trovarla, si accorse di quei costumi e propose di esporli insieme ai dipinti. In questa saletta, di fronte ai dipinti di Depero, De Chirico e Morandi, furono esposti vesti ottomane da cerimonia di fine ‘800, soprabiti in seta ricamata cinesi inizio ‘900, un mantello di broccato lamé Yves Saint Laurent degli anni ’70, un abito di Christian Dior degli anni ’50, kimoni giapponesi in seta ricamata fine ‘800 e altri abiti che denotavano uno spiccato gusto per la preziosità e la stravaganza. 

Kimono in satin di seta ricamato con fili d’oro, Giappone, fine XIX secolo

L’amore per gli abiti

Quando Giampiero venne a mancare nel 1996 Cecilia non lasciò il collezionismo, preferendo concentrarsi sugli abiti haute couture. E’ così che negli anni arriva a raccogliere più di 3000 pezzi. Se prima era solo una passione, adesso il collezionismo diventa un motivo di vita: “La mia collezione”, dice, “è il mio autoritratto. Non l’avere, ma l’essere. E’ un lavoro solitario a tempo pieno, sempre fatto pensando a una destinazione: il museo”. Ogni collezionista è un maniaco e vede nella sua collezione qualcosa che lo trascende, che possa eternarlo. Un abito per Cecilia non è assolutamente qualcosa da indossare per farsi notare, ma una trasformazione che le dà “la possibilità, narcisisticamente gratificante, di interpretare epoche e costumi sulla mia pelle, di indossare incredibili e inimitabili capi di couture storica”. 

In questa teatrale interpretazione dell’apparire, che corrisponde all’essere, c’è voglia di distinguersi, voglia di spiccare: “Amo distinguermi dalla massa quando mi vesto, cerco sempre qualcosa di bello, prezioso e anche difficile da indossare, purché sia unico. Ho il dono, o il talento, di saper indossare l’originale e l’unico”. Questa non è vanità, ma assoluta verità: solo lei può mettere insieme dei futuristici occhiali a specchio di McQueen con una mantella di paillettes e risultare coerente. E’ difficile indossare pezzi così stravaganti tutti insieme e non rimanerne schiacciati, ma è la persona che fa l’abito e non il contrario. La rendono unica un trucco iconico, che ha sempre realizzato da sola, e i capelli raccolti con onde un po’ anni ‘20. Non è una modella, è un’icona: “Quando mi vesto penso al museo: io non ho un guardaroba ma una collezione”. 

L’amore per la musica

Sotteso a questo evidente carattere drammatico c’è un grande amore per il palcoscenico. Cecilia, infatti, è una melomane ed è una presenza fissa al Teatro Comunale di Bologna e anche alla Fenice. E’ proprio a Venezia che, negli anni ’80, mentre si trovava all’Harry’s Bar, viene notata da una signora anche lei molto eccentrica, sempre circondata da modelle bellissime: Manuela Pavesi. Per caso le due si rincontrarono pochi mesi più tardi a Forte dei Marmi e diventarono amiche. La Pavesi, fotografa di moda e stylist raffinatissima, oltre che amica e braccio destro di Miuccia Prada, apprezzava particolarmente Cecilia, riconosceva in lei un gusto personale e un intuito autentico nella creazione dell’immagine. Fu così che la invitò a partecipare ad un servizio di moda “Paradosso Chanel” per la rivista Amica, nel 1999, fu la prima volta per Cecilia come modella. La Pavesi scattò anche il servizio fotografico, ambientato al Teatro Comunale di Bologna, per il primo numero della rivista Garage di Dasha Zhukova nel 2011: “è il servizio che più amo e che più mi rappresenta.”

Foto di Manuela Pavesi per ID Magazine – The Wise Up Issue, N. 322, winter 2012
Cecilia indossa l’abito Vipera di Romeo Gigli, tiara Dior, scarpe YSL by Stefano Pilati
La foto è stata scattata a Ca’ Impenta

La collezione oggi

Quando ho incontrato Cecilia aveva da poco acquistato all’asta una cappa di velluto viola di Capucci e un soprabito da sera in raso verde con polsi ricamati di Carlo Tivioli, appartenuti a Valentina Cortese. Erano gli acquisti più recenti e li aveva esposti su due manichini Chanel che tiene nel salotto di casa, un marasma meraviglioso di oggetti d’arte, stoffe, peluche, libri, foto, riviste e soprattutto vestiti. Negli anni gli oggetti e i vestiti accumulati sono diventati talmente tanti che ogni stanza è dedicata ai vestiti: nella vasca da bagno ci sono gli accessori Chanel, nella sala da pranzo i kimoni giapponesi e abiti anni ‘20; un armadio a parte è dedicato agli abiti Chanel, che sono stati la sua prima passione, così come Lagerfeld, suo successo bravissimo. Le chiedo il suo stilista preferito: “Dior di Galliano, ma ho amato moltissimo anche McQueen, della sua ultima collezione ho 5 pezzi. Di Dior ho pezzi di tutti gli stilisti che hanno lavorato alla maison: Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferrè, John Galliano, Raf Simons e anche Maria Grazia Chiuri.” 

Fanno parte della sua collezione una mantella di Beer e un Worth degli anni ’20, ma anche abiti più moderni, come quelli appartenuti a Maria Callas comprati da Sotheby’s dagli eredi di Giovanni Battista Meneghini, marito della Callas (lui non aveva mai venduto niente). Dalla collezione di Liliana de Réthy, seconda moglie del re Leopoldo III del Belgio, provengono un Dior Haute Couture del ’54 e uno del ’60, oltre che dei Balenciaga: “I suoi vestiti erano magnifici, aveva un ottimo gusto e anche un’ottima guardarobiera”. All’asta di Pierre Berger è riuscita a comprare un cammeo di corallo scolpito con un guerriero vittorioso in una cornice di bronzo con dei putti: “è un pezzo da muro, ma io lo porto come ciondolo. Lo metto su un abito di Versace di maglia nero dove risalta benissimo. Ho comprato anche alla seconda asta, dove ho preso due sedie e una poltroncina dorate”. Sempre da Sotheby’s si è aggiudicata un Versace appartenuto a Jerry Hall; poi ha un abito di Dior appartenuto a Leslie Caron; le giacche cinesi invece provengono dalla collezione di Veniero Colasanti.

Cecilia compra ovunque, anche nei mercatini: “le velette sono la mia passione, le compro sempre se le trovo, spesso degli anni 40/50 e le faccio mettere a posto”. Quando le pellicce erano fuori moda è riuscita ad aggiudicarsi all’asta dei maculati di haute couture anni 50/60. Il suo estro la porta spesso a commissionare oggetti specifici come i due collier, che indossa sempre, oppure ha commissionato degli abiti all’artista bolognese Sissi. Ha una passione per gli abiti oro e argento, se trova qualcosa di queste tonalità la compra, tanto da aver creato una collezione dentro la collezione. Ama anche i serpenti: ha l’iconico abito Vipera di Romeo Gigli, l’abito serpente di Sissi (attualmente esposto alla mostra “CRAZY. La follia nell’ arte contemporanea” a Roma), una borsa di Tom Ford per Gucci con un serpente, collane e altri gioielli di questa forma. 

gli ultimi acquisti di Cecilia: un soprabito in raso verde di Carlo Tivioli e una cappa di velluto viola di Capucci, appartenuti a Valentina Cortese

Mostre

La sua collezione assume ormai un’importanza museografica tale che vari pezzi sono stati chiesti per mostre importanti: un cappotto di Valentino anni ’60 e il soprabito in broccato di Biki, appartenuto a Maria Callas, sono stati esposti alla mostra “The Glamour of the Italian Fashion” al V&A di Londra, nel 2013. La più importante mostra a cui ha partecipato è stata “Bvlgari. La storia. Il sogno” a Roma, nel 2019: ben 130 pezzi, tra abiti, cappelli e accessori, provenivano dalla sua collezione di moda. Alcune realtà, molto attente alla stravaganza, si sono accorte di lei: Roger Viver, sotto la guida di Gherardo Felloni, l’ha voluta come personaggio della pubblicità “Duo des Chats”. Si tratta di un piccolo cortometraggio, diretto da Michael Haussman, che ha come protagonista Catherine Deneuve e Cecilia appare come sua sorella. 

Del resto Cecilia non è una semplice collezionista, ma un personaggio eccentrico, con un’innata capacità di impressionare che non può non tradursi in ispirazione. Nel 20?? è finita nel documentario su Boldini “Il piacere. Story of the Artist”, diretto e sceneggiato da Manuela Teatini, in cui appare, per circa un minuto, indossando abiti di Galliano e McQueen, entrambi ispirati da Boldini per alcune collezioni. Ultimamente alcune foto di lei, scattate nelle storiche sale del Grand Hotel Majestic già Baglioni di Bologna dal fotografo Stefano Bertolucci, sono state esposte proprio nell’hotel. 

 Roger Vivier – Duo des Chats

Il Museo

Oggi Cecilia è alla ricerca di un museo a cui donare la sua intera collezione, che comprende anche tessuti del ‘700, mobili antichi, piatti di Lalique, bicchieri di Balsamo Stella, vasi di Murano etc: “vorrei un palazzo d’epoca in una città importante dove poter trasferire tutta la mia casa. Ero in contatto con una curatrice del Victoria and Albert Museum e ne stavo parlando anche con Vittorio Sgarbi, ma la pandemia ha fermato tutto. Adesso riprenderò la ricerca”. Aveva già donato circa 300 pezzi importanti (compresi i suoi ritratti di Giosetta Fioroni) a quello che è l’unico museo dedicato alla moda e al costume in Italia, la Galleria del costume di Palazzo Pitti a Firenze, oggi inspiegabilmente chiuso e la donazione è stata interrotta. 

La ricerca per un museo rimane costante ed è il fine ultimo di tutta la ricerca di Cecilia. Quella che potrebbe sembrare celebrazione di sé, vanità o egocentrismo, ha sì i toni dell’esibizionismo ma sublimati dal fine artistico: per lei i vestiti sono più importanti della persona: “I vestiti più belli non li indosso ovviamente. Quando compro qualcosa non lo penso addosso a me, io penso al valore dell’abito per un museo”. La moda per lei è tutto fuorché frivola, il collezionismo è uno studio serio: non compra per possedere, compra per eternare. Ed è questo che la proietta in un’altra dimensione: la costruzione dell’immagine come opera d’arte ha il suo modello nel Decadentismo. E’ di Oscar Wilde la massima “o si è un’opera d’arte o la si indossa” e fu la Marchesa Casati a dire: “voglio essere un’opera d’arte vivente”. Ed è la Casati l’unico personaggio a cui si può paragonare, con una differenza importante però: l’interpretazione dell’eccentricità di Cecilia si muove nella realtà, è un circolo virtuoso che, a differenza delle stravaganze fatali della Casati, porterà alla creazione di un luogo che rimarrà per sempre. 

 

FONTI:
1) Catalogo della mostra Collezionismo eclettico. Opere dalla raccolta di Giampiero e Cecilia Matteucci, Museo Morandi, Bologna, 2004;
2) Cecilia Matteucci Lavarini dialoga con Mariuccia Casadio a La Pinacoteca Agnelli. Puntata disponibile su facebook;
3) Cecilia Matteucci, icona d’arte e di stile, La Repubblica, febbraio 2019;
4) Cecilia Matteucci: “Sento gli amici e vado alla coop. In tuta”, Il resto del Carlino, febbraio 2021
5) L’archivio di oltre 3000 abiti di Cecilia Matteucci Lavarini, Vice, marzo 2017.

GRAZIE A:
Gaia Rossi, amica in comune, che ci ha finalmente fatto incontrare;
Beatrice D’Alessandro, amica di Cecilia e sulla quale ha scritto la tesina di maturità presso Liceo Artistico Arcangeli nel 2014.

Foto di Manuela Pavesi per ID Magazine – The Wise Up Issue, N. 322, winter 2012
Cecilia indossa sciarpa Prada, vestito e maschera McQueen

foto scattate da Stefano Bertolucci al Grand Hotel Majestic di Bologna  Cecilia alla sfilata Gucci, febbraio 2022

A CASA DI CECILIA:

ultimi acquisti: i due abiti appartenuti a Valentina Cortese il servizio fotografico di Manuela Pavesi su Garage Da sinistra a destra: uno schizzo di Emilio Vedova; una foto del primo servizio fotografico di Cecilia nel 1999; un disegno dell’artista Sissi e una foto della Callas con dedica

il meraviglioso salotto

Cecilia fotografata da Guglielmo Profeti per Vice:

Cecilia indossa il cammeo comprato all’asta di Pierre BergerCecilia con la mantella di Carlo Tivioli comprata all’asta di Valentina Cortese; scarpe GucciCecilia indossa una giacca Chanel anni ’60, borsa Prada, stivali YSL e un copricapo di Philip Tracy


Aesthete. Art historian & blogger. Content creator and storyteller. Fond of real and virtual wunderkammer. Founder and main author of rocaille.it.

Share this Article!

Contribuisci alla discussione, scrivendo il tuo Commento.