Isabella Blow

“If you don’t wear lipstick, I can’t talk to you.”

Isabella Blow

Come spesso accade nella moda, sono quasi sempre le giornaliste o le stylist ad avere uno stile più eccentrico e originale di stilisti e modelle. Sono loro a riconoscere prima di tutti un nuovo talento e concentrano, con il tempo, la loro immagine in particolari caratteristici che le rendono uniche. Anche un po’ ridicole. E’ questo il caso di Isabella Blow.

Questa stravagante signora, non certo bella, che fa del cappello il suo eccesso di eccentricità come ogni inglese che si rispetti, non urla stravaganza barocca come Anna dello Russo e non crea la meravigliosa pantomima kitsch di Anna Piaggi, in questo così teatralmente italiane. L’accento drammatico che spicca da quei cappelli impossibili o, peggio, da quelle sculture a forma di aragosta tra il ridicolo e il kitsch sono certo picchi di una personalità più riservata, ma ugualmente particolare. Lei stessa, in un’intervista con Tamsin Blanchard, disse che indossava questi cappelli per un motivo pratico: “per mantenere le persone lontane da me. Mi chiedono: posso darti un bacio? E io dico no, grazie. Ecco perché indosso cappelli.”

E quel distacco un po’ snob, per timidezza o per ritrosia, lo aveva forse dalla nascita. Nata in Inghilterra (Londra, 1958) figlia di un militare e un avvocato, sua madre, visse la separazione dei suoi quando aveva 14 anni. Aveva due sorelle, suo fratello John, invece, morì all’età di due anni affogando in una piscina.

Iniziò a studiare alla Heathfield School, ma ben presto si trasferì a New York per studiare Arte Cinese alla Columbia University. L’anno successivo, era il 1980, lasciò gli studi per trasferirsi in Texas a lavorare per Guy Laroche e l’anno dopo si sposa con Nicholas Taylor e dal quale divorziererà nel 1983. Sono questi gli anni più attivi e dinamici: frequenta Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat e intanto conosce Anna Wintour, che ne fa la sua assistente, fino a quando, non molto tempo dopo, diventò l’assistente di Andre Leon Talley, attualmente redattore capo di Vogue US. Decise quindi che i tempi erano maturi per tornare nell’amata Londra, dove godeva di nuova considerazione, e iniziò a lavorare con Micheal Roberts, allora fashion director delle riviste Tatler e Sunday times Style.

Nel 1989 si risposò con Detmar Blow e per il matrimonio scelse un cappello stravangantissimo disegnato da un certo Philip Treacy. Inizia con lui una collaborazione quasi dipendente, non riesce a fare meno dei suoi cappelli. Lo aiuta fecendolo trasferire nel suo appartamento a Londra, dove lui potè lavorare alla sua prima collezione. Audace, se pensiamo che Philip Treacy non era nessuno ed oggi è il più famoso cappellaio del mondo. Del resto la Blow aveva un occhio attentissimo ai nuovi talenti: riuscì a riconoscere il genio di Alexander McQueen sin dalla sua prima sfilata nel 1992, la collezione che lui fece per il diploma e che lei comprò per 5000 sterline pagandola in rate mensili da 100 £. Fu lei che lanciò le modelle Stella Tennant e Sophie Dahl.

La storia di Isabella Blow colpisce per l’inaspettato finale: suicidio. Nascondeva bene questo bisogno con i simpatici cappellini, ma in realtà la depressione non le dava tregua. La delusione fu grande quando McQueen, ormai un amico, decise di vendere il suo marchio a Gucci e la escluse dalle trattative. Quasi un tradimento. Nel 1994 il padre la disereda per non note ragioni, ma probabilmente la sua più grande tristezza veniva soprattutto dall’impossibilità di avere figli. Così, nel 2004, si separa anche dal secondo marito Detmar Blow e la vita cominciò per lei a diventare sempre più pesante. Si sottopose a sedute di elettroshock per curare, si dice, un disturbo bipolare. Tornò con il marito dopo poco, ma si accorse di avere un cancro alle ovaie. Tentò il suicidio con i sonniferi, poi si buttò dall’ Hammersmith Flyover ma si ruppe solo le caviglie. Il 7 maggio del 2007, dopo molti altri tentativi di togliersi la vita, morirà per avvelenamento da erbicida a Gloucester, in Inghilterra.

Per il suo funerale Philip Treacy fece un cappello-scultura, una fragilissima e funebre scultura di velo leggerissimo. L’11 febbraio del 2010, all’età di 40 anni, Alexander McQueen fu trovato morto impiccato nella sua abitazione londinese. Alcuni dicono che non supererò mai la scomparsa dell’amica Isabella Blow. I vestiti della Blow andarono all’asta nel 2010 e sarebbero andati dispersi se la sua amica Daphne Guinness non li avesse comprati in blocco “per prevenire” disse “che i possedimenti di Issie diventino meri cimeli morbosi… per preservarli.”

” I want -we want- to do what she would want, what we think she would want. I would like this unique collection, marked by her grace and the fact it was so intimately hers, to allow people (whether students, lovers of fashion, historians) to remember her and benefit from her legacy, when we who knew and loved Issie are no longer here. For that, it needs to be kept whole; it is like a diary, a journey of a life, and a living embodiment of the dearest, most exstraordinary friend.” Daphne Guinness

source: guardian.co.uk; wikipedia; decadentoldbitches.blogspot.com

Isabella Blow with Philip Treacy

Isabella Blow with Anna Piaggi

Isabella Blow with Alexander McQueen

Blow and McQueen photographed by David LaChapelle

Isabella Blow with Philip Treacy

Isabella Blow and her friend Daphne Guinness before she turned out to be the gothic goddess and haute couture collector she is today.

Isabella’s funeral:

The Philip Treacy sculpture-hat

The Apartment:

Her Belgravia apartment as it appeared in the March ’09 issue of “World of Interiors”


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