La Confraternita dei Sacconi Rossi, Roma

“La nostra attenzione però è fissata su quella lunga fila di persone, le quali camminano solennemente due a due, e che paiono appartenere al medio evo quasi altrettante figure dipinte da Giotto, dal Ghirlandaio, o da Sandro Botticelli. Tutti questi uomini sono vestiti di una lunga tonaca rossa, hanno il capo coperto di un cappuccio fatto a punta, il quale ricopre pure loro la faccia, con due aperture per gli occhi. Camminano tutti a piedi scalzi. Hanno i lombi ricinti da una fune, alcuni portano croci, ma i due spettri rossi che aprono la marcia, portano in mano teschi umani, ed ossa di morto. Mormorano preghiere nell’andare. Sono la confraternita dei Sacconi rossi; il loro aspetto è propriamente bizzarro, e vi riporta nei tempi antichi.”

Con queste parole il famoso medievalista tedesco Ferdinand Gregorovius descriveva, a metà dell’800, uno spettacolo che, se poteva giustamente sorprendere e impaurire gli occhi di un forestiero, doveva invece risultare normale per il popolo romano, legatissimo per antica tradizione a pratiche religiose macabre e alle congreghe portatrici di questi culti.

Storia della Confraternita dei Sacconi Rossi

La Veneranda confraternita de’ devoti di Gesù Cristo al Calvario e di Maria Santissima Addolorata in sollievo delle anime sante del Purgatorio“, questo il nome per esteso di quella chiamata volgarmente confraternita dei Sacconi Rossi, fu istituita nel 1760 da un gruppo di tre artigiani per “meditare sulla passione atrocissima del Redentore”. Il fine era giovare “alle anime che penano nel carcere del Purgatorio” attraverso una serie di pratiche devote, durante le quali indossavano un particolare abito formato da lunghe casacche rosse (da cui il nome), rosse come il colore del sangue di Cristo, che coprivano interamente il corpo compreso il volto, occultato da un cappuccio con i soli due fori per gli occhi e tenute in vita da un cordone a cui era appeso un rosario.

Una delle attività che i confratelli svolgevano inizialmente, oltre all’elemosina in silenzio e alla preghiera, era quella di percorrere ogni giorno le tappe della via crucis, che all’epoca ancora sorgevano all’interno del Colosseo (poi rimosse dopo l’Unità d’Italia) per acquisire suffragi a favore delle anime del Purgatorio. Successivamente, prima nel 1768, quando i frati minori francescani presso la basilica di San Bartolomeo all’Isola accolsero la confraternita, e poi nel 1780, quando questa riuscì ad acquistare un locale a tre navate posto al piano terra dell’ala sinistra del convento per trasformarlo in oratorio, i confratelli, oltre a pregare per le anime dei trapassati, cominciarono a prendersi cura dei defunti in modo completo. La pratica certamente più particolare era rappresentata dalla raccolta, durante la notte, aiutati dalla luce delle torce, dei cadaveri trovati sulle sponde del Tevere, ai quali veniva data degna sepoltura nelle chiese parrocchiali o direttamente nei locali sottostanti l’oratorio. Questi divennero un vero e proprio cimitero dove le spoglie non venivano però accumulate negligentemente ma utilizzate per comporre elementi decorativi (i lampadari ad esempio ancora visibili) o poste ordinatamente lungo le pareti all’interno di piccole nicchie. Se l’effetto è certamente più semplice rispetto alla esuberanza barocca della ormai famosa cripta dei Cappuccini a via Veneto, il luogo è certamente molto importante come testimonianza di pratiche antiche oggi cadute in disuso.
L’Arciconfraternita era dedicata non a caso al culto di Gesù Cristo al Calvario e calvarium è la traduzione latina dall’ebraico golgota che significa appunto teschio. La congregazione rientrava quindi nel gruppo di confraternite dedicate al culto della morte: ad esempio quella del Gonfalone, quella degli Agonizzanti, quella di San Giovanni Decollato e la più importante Arciconfraternita dell’Orazione e Morte, fondata nel 1538, che, come dice la targa ancora oggi infissa nella facciata della chiesa omonima in via Giulia, si occupava di quei morti che si trovavano “in campagna”, ovvero abbandonati per le strade dell’agro romano.

Ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte di Pio VI Braschi nel 1784, la confraternita dei Sacconi  Rossi continuò la sua attività caritatevole facendo diventare il cimitero sotterraneo un vero e proprio ossario. Il luogo però risultava particolarmente insalubre poiché trovandosi al livello del Tevere, nei mesi invernali, bastava una semplice piena per rendere i locali impraticabili. In questi casi le ossa si spostavano, ad eccezione dei particolari lampadari. Poi, nel 1836, papa Gregorio XVI, a causa delle epidemie di colera diffuse in città, decretò che le sepolture avvenissero esclusivamente all’interno del cimitero del Verano. Da qui iniziò la decadenza della confraternita: prima nel 1849, durante la repressione della Repubblica Romana, le truppe francesi saccheggiarono e occuparono i locali facendoli diventare un dormitorio, poi dopo la presa di Roma del 1870, un regio decreto impose la chiusura dei cimiteri degli ospedali e dei conventi, incluso quello dei Sacconi Rossi. Veniva così meno lo scopo per cui la confraternita nasceva, i membri diminuirono sempre di più fino alla quasi completa estinzione nel corso del ‘900. Nonostante ciò le pratiche devote sopravvissero a livello popolare come testimonia il film-documentario del 1962 diretto da Gualtiero Jacopetti “Mondo cane”, che mostra scene non dissimili a quello che doveva avvenire contemporaneamente nelle catacombe di Napoli.

La processione del 2 Novembre

Ciò che oggi resta di queste antiche tradizioni, destinate altrimenti alla scomparsa, si deve al recupero promosso dal “Centro Luigi Hutter per lo studio e la documentazione sulle confraternite e le università dei mestieri romane”, insieme all’Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto e ai padri del Fatebenefratelli. Infatti dal 1983 viene celebrata una volta l’anno, ogni 2 novembre, giorno della commemorazione dei morti, una messa nella chiesa di San Giovanni Calibita, cui segue una suggestiva processione intorno all’isola Tiberina tutta adornata con caratteristici lumi ad olio. Questa fiaccolata notturna prevede preghiere speciali per i “morti delle acque”, cioè per le anime degli annegati, e si conclude con un lancio simbolico nel Tevere di una corona di fiori, a memoria dei tanti che nei secoli vi hanno perso la vita. La processione si sposta poi nell’oratorio dell’Addolorata e nel sacello sotterraneo, dove vengono benedette le sepolture.
Nel cuore dell’isola questo luogo rimane ancora tomba di infelici, di anime che soltanto la pietà e la devozione hanno strappato alla perdizione e tra nicchie con teschi, lampadari di ossa e lumini rossi, troneggia nella zona dell’altare un macabro scheletro rivestito di un sacco rosso, ulteriore monito alla caducità dell’esistenza umana ma anche motivo di quell’esigenza ancestrale di sublimazione e esorcizzazione della paura e del mistero che da sempre avvolgono la Morte.

Bibliografia:
Sito ufficiale veneranda Arciconfraternita di Santa Maria dell’orto: www.santamariadellorto.it
Ferdinand Gregorovius, Ricordi storici e pittorici d’Italia, 1865
Valeria Arnaldi, Roma da paura, 2015
Nica Fiori, Roma arcana, 2000
Silvio Negro, Seconda Roma 1850-1870, 2015
Carlo Pavia, Guida di Roma sotterranea, 1998
Sandra Petrignani, E in mezzo al fiume, 2010
Giuseppe De Micheli, L’Isola Tiberina e i Fatebenefratelli: la storia dell’insula inter duos pontes, 1995

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“Mondo cane” diretto da Gualtiero Jacopetti , 1962

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