Nella Doria Cambon, occultist poetess

foto: Nella Doria Cambon, about 1914

“Son io l’eterna, nell’eterna forma
dell’accanita giovinezza bella […]
Sono venuta all’ombra delle cose
con il pallor di mia bianca vanezza […]

Son io l’eternità frale del nulla,
quel che fui, quella che già sarò;
guardami bene: la tomba e la culla
contro il sogno degli astri nulla può.”

“Al mio ritratto” in Le Diane

Mi è capitato di incuriosirmi di Nella Doria Cambon, poetessa triestina dalle doti letterarie non eccelse vissuta ai primi del ‘900. Ho avuto l’impulso di ricordarla e di scrivere un articolo a riguardo per almeno due motivi: l’ingenua serietà con cui tenne per anni sedute spiritiche e il suo contatto, per gli stessi motivi, con d’Annunzio. Tutto si svolge nella città di Trieste, ritratta in quegli stessi anni dal pittore Glauco Cambon, suo fratello.

Trieste

Per conoscere Nella Doria Cambon dobbiamo immergerci nella Trieste del primo novecento, quando la città era ancora austriaca e si trovava nello stato inquieto di terra irredenta. Trieste era già una città ricca grazie ai guadagni garantiti dal porto e la classe borghese che si era consolidata la rendeva moderna e internazionale: la città si candidava a diventare un crocevia fertilissimo per gli intellettuali dell’epoca.
L’affermazione economica della borghesia si accompagnò al consolidamento dell’identità culturale dominante, di maggioranza italiana. E’ dunque questo il primo problema della città: l’identità culturale che non corrisponde a quella politica. In questo clima di fervori irrequieti, i desideri e le speranze si raccolsero intorno a piccoli gruppi che cominciarono ad incontrarsi in salotti privati, dove si poteva discutere liberamente di letteratura, patria e politica.

Trieste di Notte, Glauco Cambon, 1909 (dettaglio)
Udine, Galleria d’arte moderna

Il salotto Cambon

E’ proprio all’interno di uno di questi salotti che si forma Nella Doria Cambon, per l’esattezza quello di sua madre Elisa Tagliapietra-Cambon. Il suo era il salotto più importante e più altolocato di Trieste, si teneva dal 1875 ogni mercoledì sera nella sua villa neo gotica avvolta dai glicini sul colle di San Luigi. Elisa Tagliapietra e suo marito Luigi Cambon aprivano le porte, le stanze e il giardino all’intellettualità filo-italiana di Trieste, ai poeti più in vista e ai letterati di passaggio, diventando un punto di riferimento. Frequentatori assidui erano politici, professori e esponenti della cultura cittadine, ma c’erano anche le donne: Elsa Giannelli, autrice di romantiche poesie e giornalista collaboratrice per numerosi giornali non solo triestini, molto amica di Elisa Tagliapietra e di sua figlia Nella; Caterina Croatto, poetessa timida e direttrice di un altro salotto, moglie dell’eclettico Giuseppe Caprin; Enrica Barzilai, destinata a un più solido successo letterario; Emma Luzzatto e suo marito Moisé, lui vice podestà di Trieste, lei scrittrice di racconti con lo pseudonimo di Doris, entrambi presiedevano un altro salotto ma eminentemente politico; c’erano anche le tre sorelle Butti Adele, Argelia e Sofia, poetesse e studiose, signore di un altro particolare salotto.
Ma il salotto di Elisa Tagliapietra restava comunque il più importante della città, l’unico che vantava anche ospiti esterni al tessuto locale come Giuseppe Giacosa, il drammaturgo piemontese, ma soprattutto De Amicis e Giosuè Carducci, l’emblema di ciò che a Trieste si considerava Italia, ideologicamente e letterariamente.

Elisa Tagliapietra, Nella’s mother

La famiglia

Elisa Tagliapietra era figlia del medico e anche erudito Giovanni Tagliapietra, fedelissimo ad una classicità che aveva come modello Dante e Manzoni. Non aveva mai avuto successo come scrittore e il suo fallimento come poeta lo resero rancoroso e iroso. Quando divenne cieco d’un occhio, sua figlia Elisa fu costretta a leggere e scrivere in sua vece quando aveva appena sedici anni, soffrendo in questo modo la solitudine. Certo da suo padre prese la passione per la poesia e il culto per i modelli classici dell’italianità, ad ogni modo le cose cambiarono con il matrimonio. Si sposò con Luigi Cambon nel 1865, anche lui aveva provato a scrivere versi, ma più come divertissement che come passione. Era e rimase uomo politico. Elisa invece si sentiva poetessa, anche se la mancavano la forza di affermazione (che avrà invece sua figlia Nella) e un talento autentico. Pubblicò poco, casualmente e mai in volume, rimase sempre timida nell’affermazione della sua identità di poetessa, quasi schiva.

Ebbe cinque figli e quasi tutti ebbero inclinazioni artistiche. Oltre a Nella c’era Glauco, pittore e cartellonista che ritrasse tutti i membri della sua famiglia; Gino che morì giovane nel 1904 mentre si trovava a Vienna dove era studente, in circostanze ignote. Anche l’altro figlio Mario fu mandato a studiare a Vienna, ma lì si perse e non portò a termine gli studi con grande corruccio della madre. Infine Margherita, che divenne un’apprezzata interprete lirica e fu diretta anche da Toscanini.
Elisa Tagliapietra morì nel 1913, prima di vedere Trieste italiana. Il salotto era finito molto prima, nel 1904, con la morte di Luigi Cambon, nello stesso anno in cui morì suo figlio Gino.

Ritratti di Luigi Cambon di suo figlio Glauco
Portraits of Luigi Cambon by his son Glauco Cambon

Elisa Tagliapietra and Luigi Cambon by Gluaco Cambon

Gioconda, figlia di Nella, e Nella Doria Cambon ritratte da Gluaco Cambon
Gioconda and Nella Doria portrayed by Glauco Cambon

Nella Doria Cambon

Fu la figlia Nella a continuare il salotto della madre. Nacque nel 1872 e debuttò appena diciannovenne come scrittrice nelle riviste locali “Mefistofele” e “Favilla”. Così la descrisse Eugenio De Lupi, direttore del “Mefistofele”: “Era giovanissima. Ma una figura meravigliosa, che mi dava una soggezione tremenda. Slanciata, elegantissima, d’un tipo prettamente orientale […] io non poteva togliermi dalla fantasia ch’ella fosse una principessa bizantina”.

Nel 1894 si sposò con Costantino Doria che era già un politico di buona fama e professionista affermato. Impegnato nelle file dell’irredentismo, dove avrebbe continuato a lavorare in prima linea fino al’18 e oltre subendo anche l’esilio a Vienna, fu tra i fondatori nel 1894 (insieme a Luigi Cambon, suo suocero, ed altri) della loggia massonica “Alpi Giulie” e della rivista omonima. Ebbe molti incarichi in varie società e divenne infine membro della direzione centrale della Banca d’Italia. Quest’uomo di indole così concreta e fortemente attivo nella vita politica si legò ad una donna eccentrica e completamente disinteressata se non proprio sprezzante verso le cose pratiche, mai incuriosita dalla vita politica del marito e idealista fino all’eccesso. La loro casa, al numero 4 in via della Geppa, era arredata con tappeti, cuscini, tendaggi, quadri. Il loro salotto divenne anche più importante di quello della madre di Nella. Qui i due coniugi ospitavano scrittori, scienziati, politici e personaggi importanti.

La coppia ebbe tre figli: Luisella che fu a quanto pare la più simile alla madre per carattere bizzarro. Nella la cita in qualche poesia; Gioconda che appare nei versi della madre come “Onda”. Fu la più fragile, fisicamente  debole e bisognosa di cure, psicologicamente instabile e gelosa del fratello. Finì i suoi giorni in un sanatorio; infine Dario, il prediletto.
La famiglia visse sempre a Trieste, tranne quando a causa dell’attività di Costantino Doria, palesemente schierato per la difesa dell’italianità alla vigilia della prima guerra mondiale, fu condannata al confine. Tutta la famiglia visse, fino al 1918 a Vienna. Il marito la tenne all’oscuro di tutte le sue attività né Nella sembrava particolarmente preoccupata per la situazione di confino. Il suo pensiero costante fu sempre la scrittura.

Nella Doria Cambon

La poetessa

Scrisse moltissime poesie raccolte nei vari libri: Petali al vento; Fiori e fiamme; Le rondini simboliche; Le Diane; I Sistri; I Canti dello Zodiaco; Manzoni mistico; Morale e crisi metafisica; La logica poetica. A questi si aggiungono i due libri sullo spiritismo: “Il convito spiritico” e “Il convegno celeste”, con i quali si fece conoscere anche all’estero tra gli appassionati di teosofia di cui era seguace.

I primi libri altro non erano che raccolte di versi leggeri dal tono familiare, la maturità poetica arriva con “I Sistri” (1914) e “I Canti dello Zodiaco” (1930). L’ideale poetico della Cambon è, ancora, quello decadente e il poeta “fa parte per sé solo, / nessun ordine, lega o società / può segregargli l’ambito del volo, / il pulsar della propria eternità.” La parola è rivelatrice di una realtà ultraterrena e in questo comparabile ai messaggi dall’aldilà, che raccoglieva e trascriveva durante le sedute spiritiche che teneva. Tutte cose che d’Annunzio aveva detto decenni prima e già circolate e assorbite dalla temperie culturale, quando non proprio superate. Nella non si rendeva conto che nel 1930 si proponeva con strumenti culturali datati e un po’ ridicolmente accostati ad una religiosità visionaria. Nel mezzo  erano passate rivoluzioni letterarie: non solo Svevo, ma anche Pirandello, Joyce (che cominciò a scrivere l’Ulisse proprio a Trieste) e persino Moravia.
Fu amica di Ada Negri a cui dedicò una poesia e da lei fu sempre ammirata; non concepiva come poesia i versi d’avanguardia di Palazzeschi (lo rimprovera nella poesia a lui dedicata ne “I Sistri”, 1914) ma fu amica di Marinetti, che frequentò Trieste e si offerse di pubblicare una sua poesia.

La caparbietà con cui condusse la sua attività poetica e anche la tenacia, un po’ miope, con cui rimase attaccata a ideali obsoleti ne spiega l’oblio come poetessa dopo la morte. Ma la sua forza fu ammirevole, sfacciatamente convinta dell’eternità delle sue parole e al contrario della madre, conservò sempre un’alta considerazione di sé perché esaltata dalla consapevolezza di non appartenere alle cose del mondo: “…e son le mie parole come spade / ed il mio cuor come un roveto ardente, /non son del mondo e vo’ per le sue strade ”

Nella Doria Cambon portraited by his brother Glauco Cambon, 1904

La spiritista

Fin qui tutto nella norma, o almeno niente di strano in una ricca borghese che si dedica con passione sincera alla letteratura. Ma il motivo per cui Nella Doria divenne famosa, anche fuori Trieste, fu per la sua mania per le sedute spiritiche. Quella dei tavolini era una moda in voga già dalla fine dell’800, ma lei credeva veramente in quello che faceva e conciliava il dialogo con l’aldilà con una solida fede cattolica. Di spiritismo si occuparono anche scienziati come i Curie e famoso fu all’epoca il caso di conversione del positivista Cesare Lombroso in spiritista convinto dopo aver assistito ad una seduta con Eusapia Palladino, la più famosa medium dell’epoca (ne ho parlato qui). Scene di sedute spiritiche compaiono nel romanzo “Fu Mattia Pascal” di Pirandello  e anche nella “Coscienza di Zeno” di Svevo, il quale fu molto probabilmente ispirato proprio dalle sedute in casa Cambon.

Triestino, frequentò il salotto di Nella alle quale lasciò dedicata una favoletta inedita firmandosi Ettore Schmitz, da poco acquistata dal Museo Sveviano di Trieste. Che Svevo avesse partecipato almeno a una di queste riunioni era cosa nota, testimoniata dalla figlia Letizia che ricorda come, nel 1910, lo scrittore e la moglie si fossero recati alla villa dei Cambon: «A casa di Nella c’ era uno che andava in “trance” e lui e papà parlarono a lungo. Mio padre gli propose di indovinare il nome di una persona a lui cara e l’ altro provò a lungo, ma non vi riuscì. Mio padre e mia madre uscirono di là con la netta sensazione che quello stava imbrogliando Doria». Svevo, anche se molto incredulo, ebbe in qualche modo interesse ai fenomeni spiritici, lo testimonia l’ abbozzo di novella “Un medio” in cui cita espressamente un diffuso testo sull’ occultismo e fa riferimento alla allora celeberrima Eusapia Paladino e una seduta spiritica è anche immaginata nella commedia  “Terzetto Spezzato”.

Ma si tratta di scene in cui lo spiritismo è trattato per lo più con ironia, per Nella invece era una cosa molto seria, diceva “lo spiritismo non è uno spettacolo, è uno studio”. Vi si dedicò con la fede propria di una religione, studiando i testi di teosofia (di Swedenborg soprattutto, a cui dedica una poesia ne “I Sistri”) perché per lei non era un “atto a essere confuso con quello che trova i numeri al lotto”, ma era una pratica che mira ad “abolire la morte” .
Indispensabili alle sue sedute furono i due fratelli medium Enrico e Romana Fornis, di origini friulane ma vissuti prima a Verona poi a Trieste. Venivano da condizioni modeste e fu proprio la Cambon a cercare per loro un impiego allo scopo di assicurarsi le loro prestazioni ogniqualvolta volesse. Erano presenze fisse alle sue serate spiritiche perché Enrico era un medium ed era per Nella il tramite per l’aldilà. Lui parlava  con i morti e poi Nella ne trascriveva le conversazioni, tutte registrate nei libri “Il convito spiritico” e “Il convegno celeste”. Nella era fermamente convinta che Enrico “vedeva i morti come i vivi” e in più li reincarnava, con tanto di trasformazione del volto e della voce. Fu talmente sicura delle doti del suo medium che lo fotografò durante una seduta e credette di vedere, nella fronte di Enrico una V, segno secondo lei del suo potere.

Tra le persone con cui la Cambon riuscì a “parlare”, tramite il Fornis, ci fu Alessandro Manzoni, l’idolo letterario di sua madre, ma anche Napoleone, Mazzini, Tolstoj, Savonarola, Maria Antonietta, Eleonora Duse, Fogazzaro, Garibaldi, Baudelaire, papi e re, parenti e amici scomparsi. Nelle sue sedute riuscì a parlare con l’appena defunto Umberto I, apparso a Romana, il quale si lamentò che l’attuale re lo avesse dimenticato.

Il medium Enrico Fornis fotografato da Nella durante una seduta spiritica
medium Enrico Fornis in a picture taken by Nella Doria during a seance

D’Annunzio

Risale al 1914 una poesia che Nella dedicò a d’Annunzio nella raccolta “I Sistri”: “…Gabriel de l’Annunzio che si indora,/ ritto su rocce d’erebi scoscesi,/ ai raggi invitti d’una nova Aurora…”. I contatti diretti tra Nella e d’Annunzio si ebbero però a partire dal periodo fiumano. Nel 1920 la Cambon dapprima lo invita a partecipare nelle sue sedute, poi gli rivela di aver ricevuto messaggi per lui da sua madre Luisa d’Annunzio, morta nel 1917.

Nella gli scrive: “… ci implorò in lagrime divine la madre vostra nella carne d’un medio sacro… Io nulla vi chiedo ma un saluto vostro che mi dia un assenso per venire a voi a leggervi dell’opera mia l’intento nuovo me lo darete?”. D’Annunzio fu sicuramente turbato perché aveva una particolare adorazione per la madre, ma non rispose ai messaggi, inoltre in quegli anni era completamente assorbito dall’impresa fiumana. La Cambon gli riscrisse più volte, raccontandogli ciò che sua madre le aveva pregato di riferirgli: “Devi dire a mio figlio di un fazzoletto ch’egli mi regalò, gli porterebbe più fortuna se lo tenesse seco… Lui lo sa quale fazzoletto e l’effusione con cui me l’ha donato…” . Sappiamo che d’Annunzio volle sapere di più, volle anche conoscere il medium e ricevette poi la Cambon al Vittoriale (si registrano almeno un paio di pranzi). Nella biblioteca del Vittoriale è conservato uno dei suoi due libri di Nella, “Il convegno celeste”, che a giudicare dalle sottolineature fu letto con qualche interesse dal Vate.

Altre missive conservate al Vittoriale fanno intendere che ci furono risposte del Comandante, andate però perdute. L’ultima comunicazione, risalente al luglio del 1920 “la vostra missione sarà completa soltanto quando avrete lanciato al mondo la sola verità per cui Dio ci diè bocca”, dovette probabilmente far cessare qualsiasi curiosità in d’Annunzio. Non solo perché sicuramente non gradì l’invito ad avvicinarsi ai sacramenti cattolici, ma anche perché finì l’interesse verso questo tipo di messaggi. Attilio Mazza parla di come altre medium si misero in contatto con d’Annunzio negli anni di Fiume, assicurandogli la vittoria. Ad ogni modo non sembra che d’Annunzio si possa dire interessato o coinvolto dalle comunicazioni della Cambon e li affrontò col particolare atteggiamento misto tra curiosità e scetticismo che ebbe sempre verso le cose occulte.
Nella Doria continuò a scrivergli anche dopo il periodo fiumano: nel ’24 la poetessa triestina lo invita ad essere presente ad una delle sue sedute, cosa che non avvenne mai; nel ’30 gli comunica la morte del suocero.
La Cambon era molto probabilmente sincera nel voler contattare d’Annunzio, che era tra l’altro un suo idolo letterario. Il suo scopo fu proprio quello di recapitargli messaggi di sua madre, non cercava niente altro: non aveva bisogno di fama letteraria né fu mai sua amante.

D’Annunzio e l’occulto

D’Annunzio era molto superstizioso e ancor di più aveva un sentimento particolare per sua madre che credette di sentire molto vicina “son certo –scrisse a Maroni– che tu senti come la tua Santa [madre] sia molto più vicina a te che nel tempo della vita caduca. Questo sentii, e sento della mia Santa”. Lo stesso Vittoriale è un coacervo di oggetti simbolici, alcuni quasi aventi poteri magici alla stregua di talismani, lui stesso si definì “arredatore mistico”. Più difficile da capire invece il suo rapporto con l’occulto a causa della scarsità di documenti: i natali abruzzesi gli lasciarono sempre delle superstizioni ataviche e leggeva tutti i giorni il Barbanera. E’ attestato che frequentava spesso cartomanti, maghe, veggenti e astrologi che consultava con un desiderio di conoscenza misto ad incredulità. A Napoli, intorno al 1891-2 è probabile che assistette ad una seduta di Eusapia Palladino che fu chiamata a Parigi niente di meno che da Robert de Montesquiou, lui pur interessato alla magia, proprio su consiglio di d’Annunzio. Senza contare il rapporto strano e profondo che d’Annunzio ebbe con la Marchesa Casati la quale “coltivava le scienze magiche con tale assiduità e passione, da mantenere in casa sua talvolta per mesi o anni, delle veggenti e delle maghe, esattamente come i principi del Rinascimento aveva sempre al loro fianco l’astrologo e il giullare”. Quanto d’Annunzio credeva in realtà a queste cose non è dato sapere e di certo mantenne sempre un certo distacco perché in fondo: “Chi mai, oggi e nei secoli, potrà indovinare quel che di me ho io voluto nascondere? Io non voglio parlare del mio enigma, né del mio segreto. Il mio mondo è un’azione mutua tra gli Iddii e me”.

Nella Doria Cambon, 1900 ca.
source: alinari

Fine

Dopo la seconda guerra mondiale le attività di Nella Doria Cambon si diradarono. Pubblicò ancora “Manzoni mistico”, “Morale e crisi metafisica” e “La logica poetica” ma il tutto avvenne molto più in silenzio. Morì nel 1948 in una villa di sua proprietà in Friuli. Su di lei calò il silenzio.

FONTI
Indispensabile per questo articolo è stato il libro “Bianco Rosa e Verde, scrittrici a Trieste fra ‘800 e ‘900” di Roberto Curzi e Gabriella Ziani, Eidizioni Lint Trieste 1993. E’ l’unico libro che parla di Nella Doria Cambon dal punto di vista letterario e offre anche una interessante e puntuale panoramica sulla letteratura al femminile triestina.
Per quanto riguarda i contatti tra Nella Doria Cambon e d’Annunzio, così come tutto il rapporto tra d’Annunzio e l’occulto, la fonte è ovviamente l’opera di Attilio Mazza, in particolare “D’annunzio e l’Aldilà”, “D’Annunzio e l’occulto” e “D’Annunzio orbo veggente”. Ho infine consultato i libri di poesie “I Sistri” e “I canti dello zodiaco” di Nella Doria Cambon.
Utile anche l’articolo “Italo Svevo e la spiritista” su Repubblica del 16/09/2005.
Ringrazio il mio amico A. Marras.

Pictures sources:
artericerca.com; artnet.fr

Altre opere di Glauco Cambon:
other works by Glauco Cambon

Salammbò, 1906

Medusa head, 1919
source: trieste.eu

Le figlie del Reno, 1907

Nudo di donna, 1907

Gabbiani sul golfo di Trieste, 1908

Il velo azzurro, 1907
source: Museo Revoltella, Trieste

Bagnante in riva al ruscello, 1905

Giovane signora con cappello, 1900

Salice piangente, 1914

 Nella Doria Cambon, artist’s sister and Pearl necklace, 1924

Ranocchi e ninfee, 1903

Giovane modella, 1929

 

Ritratto della Marchesa Taparelli, 1916


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