La Divina Marchesa exhibition at Palazzo Fortuny, Venice

“…La Marchesa viveva in un’atmosfera di sogno leggermente succube…”

Alberto Martini

Molti sono i motivi che possono spingere il visitatore a vedere questa mostra. La protagonista è la Marchesa Casati, non certamente un personaggio principale della storia, ma che nella storia è riuscita a rimanere. Coloro che non la conoscono potranno scoprire perché, coloro che invece la conoscono, e c’è da credere che non siano pochi se si è arrivati a dedicarle una mostra, ogni nuova scoperta, un dipinto, una foto, lettere, innescano in modo quasi maniacale la necessità del dover vedere, dover sapere.

Per questo la mostra “La Divina Marchesa” è apparsa tanto incredibile: non solo si tratta della prima rassegna in assoluto dedicata al curioso personaggio, ma ha anche permesso la riscoperta di dettagli e piccoli ritrovamenti fin’ora inediti. E per la prima volta si possono vedere riuniti in un unico luogo buona parte degli oggetti, dipinti, carte appartenuti alla personale collezione che Luisa  fu costretta a vendere, causandone la dispersione, dopo la bancarotta che la ridusse alla povertà.

Chi era la Marchesa Casati?

Una mostra che nasce dalla decadenza e che ricostruisce una vita talmente inimitabile da diventare essa stessa un’opera d’arte. Raccontare la vita della Casati, sarebbe descrivere la genesi e il motivo del suo stesso mistero.
Quando la Marchesa nacque nel 1881 a Milano si chiamava Luisa Amman ed era destinata a vivere una vita come qualsiasi altra donna borghese benestante. Ricchissima erede rimase orfana di entrambi i genitori molto giovane e si sposò a 19 anni con Camillo Casati dal quale ebbe una figlia, Cristina. Teatro, opera, cacce alla volpe, ricevimenti, questa era la routine nella Milano degli ultimi decenni del XIX secolo. Ma folgorante fu l’incontro con d’Annunzio che determinò in lei un profondo cambiamento, apparentemente solo estetico. Dapprima amanti, rimasero poi amici fino alla fine, incontrandosi a Roma, a Capri, a Parigi a Venezia e anche al Vittoriale. D’Annunzio grande demiurgo innestò in lei il germe della decadenza, che era probabilmente già presente, né lei rimase succube del suo personaggio, continuando un rapporto sempre alla pari. Lui la chiamò: “Corè, distruttrice della mediocrità”.

La marchesa dava feste a tema nelle sue residenze, feste nelle quali lei appariva sempre con un costume nuovo, curatissimo in tutti i dettagli, spesso disegnato e progettato da artisti quali Leon Bakst, Alberto Martini, Erté. Ma faceva molto di più che scegliere vestiti. Lei creava immagini, una festa era molto di più che un insieme di persone, era ricreare un’atmosfera, effimera e artificiale e quanto più fuggevole tanto più seriamente ricostruita. Partecipavano nobili, artisti, personaggi importanti, col solo scopo di vivere l’assoluta irripetibilità di un evento-teatro.
La Casati non fu un’artista, ma dagli artisti fu sempre ritratta e trasfigurata. Inutile quanto irripetibile, un personaggio muto che non ha lasciato scritti, solo visioni. Un enigma oscuro, incomprensibile, ma anche ingenuo, incompreso che finì i suoi ultimi giorni dimenticata, povera e sola, morta a Londra nel 1957.

La mostra

La sola visione ravvicinata del ritratto firmato Augustus John, solitamente a Toronto, vale il biglietto: dal cielo grigiastro e fumoso si delinea il rosso furioso dei capelli della Musa, lo sguardo è potentissimo, la bocca serrata, la sola presenza è visione. Il ritratto di Romaine Brooks, di collezione privata, è un’apparizione quasi diabolica: la dipinse come un’arpia ossuta, allungata, con la chioma scarmigliata, ma che domina la scena con una mano-uncino. I meravigliosi ritratti in pastello della marchesa travestita da indiana d’America e da Cesare Borgia firmati Alberto Martini, inaspettatamente enormi, pieni di simboli, spiritati e anche un po’ kitsch. Il ritratto a figura intera di Zuloaga (recentemente esposto a Parigi, ma altrimenti conservato a Zumaia), che la raffigura come una strega, dallo sguardo leggermente alienato.

La presenza di Gabriele d’Annunzio, oltre a lettere e manoscritti è rimarcata da ben tre ritratti: quello di Romaine Brooks, esposto proprio accanto a quello della Marchesa, in cui il Vate fissa un punto che noi non possiamo vedere, immerso in un’atmosfera cinerea; il ritratto di Astolfo de Maria del 1921-2 è conservato nella Fondazione di Venezia e difficilmente visibile. De Maria lo ritrae avvolto in un collo di pelliccia, pensoso nell’atto di scrivere, incastonato tra i libri, quasi costipato in uno spazio claustrofobico a cui si oppone l’infinito del pensiero. Infine quello di Ercole Sibellato del 1916 (altrimenti a Ca’ Pesaro) di un d’Annunzio bendato, in veste da camera, intento a guardare un enigmatico combattimento tra un gallo e una lucertola. Si riferisce sicuramente al periodo di convalescenza che d’Annunzio trascorse proprio a Venezia, dopo aver perso la vista dell’occhio destro in seguito ad un incidente aereo e fu costretto ad una temporanea cecità durante la quale scrisse “Notturno”.
Dal Vittoriale vengono due reperti importantissimi: la famosa foto della Marchesa di Man Ray, ritagliata dalla stessa Casati e donata a d’Annunzio nel 1923 e altrimenti sempre esposta nell’Officina al Vittoriale. E poi l’oggetto più insolito ed evocativo, mai visto prima e di cui non era nota nemmeno l’esistenza: “La Figura di cera” raffigurante la Marchesa Casati, una specie di bambolina voodoo fatta di cera, ferro, tessuto, datata al 1908. Entrambi i cimeli, foto e bambolina, sono collegati ad un piccolo poemetto che d’Annunzio scrisse per la Casati chiamato La figura di cera. Si riferiva ad una bizzarra bambola di cera che la Casati si era fatta fare a sua somiglianza e dimensione, una sorta di doppio che teneva in casa e mostrava di tanto di tanto.
La bambolina è esposta al buio in un piccolo armadio ligneo, la luce crea un’ombra sinistra sul fondo e tutto concorre a creare l’idea di un prezioso antro magico. Nella stesso armadio ci sono un gufo impagliato e un disegno di Carlo Farneti “Cagliostro nell’officina dell’alchimista con la Marchesa Casati in un alambicco”, anche questo mai visto prima.
Questa piccola teca è uno dei punti più emotivamente intensi della mostra, insieme all’angolo con il ritratto di R. Brooks, posto a conclusione del primo piano e affiancato da un ghepardo e da un serpente impagliato.

Per coloro che come me amano le minuzie non posso non segnalare le stanze dedicate ai disegni: in una quelli del periodo futurista, l’altra più simbolista e che esponeva due strabilianti mascherine (bautte) degli anni ’30, create su disegno di Alberto Martini, appese e adorate come dei memorabilia fetish (una mostra dei piccoli strappi). Nella stessa stanza l’altra grande sorpresa sono i disegni di Alaister di una raffinatezza efferata e di cui alcuni mai visti come “Luisa Casati e l’Orsa Maggiore” e anche altri disegni di Martini per il progetto di un immaginifico teatro e di un mai visto costume per il ballo “Il cuore di cera”.
All’ultimo piano molto interessanti i ritratti di Mario Biazzi e di Jean de Gaigneron. Tra le sculture da notare la statua di Troubetzkoy, le due teste speculari di Epstein e la preziosa ceramica di Bertelli. Grandi assenti i dipinti di Boldini, ma abbondantemente sostituiti dal resto. Bellissimi anche i vestiti di Galliano e Chanel, mentre i gioielli esposti in modo scenografico nella vetrina insieme ad altri oggetti da wunderkammer sono meno convincenti. Trascurabili le opere contemporanee, che di fronte ai capolavori più antichi scompaiono completamente.

L’idea di scegliere come sede della mostra Palazzo Fortuny si è rivelata giusta: evoca perfettamente la Venezia in cui visse la Casati, che indossò anche abiti di Fortuny. Meglio poteva essere solo Palazzo Venier dei Leoni, la sua dimora veneziana e oggi Museo Guggenheim, che però non ha più nulla del periodo della Casati. Palazzo Fortuny invece mantiene al suo interno il giusto ambiente, le pareti sono ricoperte da stoffe e tendaggi dai motivi Fortuny, le opere della mostra si integrano perfettamente con il museo. La luce penetra appena dalle finestre a vetrate colorate e tutta l’esposizione è avvolta da un’atmosfera oscura e di scoperta, dove la luce rivelava la bellezza come un percorso tra reliquie disperse.

La Divina Marchesa: Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Époque agli Anni folli
4 Ottobre 2014 – 8 Marzo 2015

Palazzo Fortuny, Venezia
web:mostracasati.it
fortuny.visitmuve.it

 

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Marquise Masquée, Galliano for Dior 1998

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Marchesa Casati by Man Ray 1922 & Tilda as Luisa Casati by Paolo Roversi for Vogue, 2009

Primo Piano:

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Galliano for Dior 1998

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Vittorio Zecchin, opere dal ciclo “Mille e una notte” 1914. Ca’ Pesaro

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 Kees van Dongen “Il molo, Venezia”, 1921. Milkwaukee Art Museum

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Jacob Esptein “Marchesa Casati” 1918. From: Art Gallery of Ontario & Arwas Archives

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 Ignacio Zuloaga “La Marchesa Casati”, 1923. Z Espacio Cultural Ignacio Zuloaga

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Man Ray “La Marchesa Casati” 1922

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Alberto Martini “Farfalla Crepuscolare”, 1912. Collezione Stefanel

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Casati occulta:
Carlo Farneti “Cagliostro nell’officina dell’alchimista con la Marchesa Casati in un alambicco”, 1930’s. Collezione F. B. & La figura di cera (La Marchesa Casati)” cera, ferro, tessuto. 1908, Vittoriale degli italiani.

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La figura di cera (La Marchesa Casati)” cera, ferro, tessuto. Anonimo, 1908. Vittoriale degli italiani.

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La Marchesa Casati come arciere selvaggio (Grand Canyon), 1927. Collezione Lucile Audouy

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dettaglio di Alberto Martini: La Marchesa Casati come arciere selvaggio (Grand Canyon), 1927. Collezione Lucile Audouy

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Dettaglio di Alberto Martini: La Marchesa Casati come Cesare Borgia, 1925. Collezione Lucile Audouy.

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La Marchesa Casati come Cesare Borgia, 1925. Collezione Lucile Audouy.

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Paolo Troubetzkoy, Luisa Casati Stampa di Soncino, 1910-15. Museo del Paesaggio di Verbania.

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Paolo Troubetzkoy, Marchesa Casati con levriero, 1914. Collezione Lucile Audouy.

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Augustus Edwin John, La Marchesa Casati, 1919. Art Gallery of Toronto.

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Sarah Lipska, Busto della Marchesa Casati, 1930. Musée de Poitiers.

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dettaglio di Augustus Edwin John: La Marchesa Casati, 1919. Art Gallery of Toronto.

Ultima Sala:DSC_0405m

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 lampadari Fortuny

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Romaine Brooks, La Marchesa Casati, 1920. Collezione Lucile Audouy.

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Romaine Brooks, Gabriele d’Annunzio

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Federico Beltràn Masses, La nuit d’Eve, 1929. Collection Sunol

Casati-d’Annunzio

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Fotografia di Man Ray personalmente tagliata dalla Marchesa Casati e donata a d’Annunzio con la scritta “A Ariel Coré. La figura di cera. 17 dicemebre ’23. Esposta sul tavolo dell’Officina al Vittoriale degli Italiani.

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dettaglio di Ercole Sibellato: “Ritratto di Gabriele d’Annunzio”, 1916. Ca’ Pesaro.

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Ercole Sibellato “Ritratto di Gabriele d’Annunzio”, 1916. Ca’ Pesaro.

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Astolfo de Maria, Gabriele d’Annunzio, 1921-22. Fondazione di Venezia.

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manoscritti di d’Annunzio e lettere

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Il Romanzo del Cipresso Bianco. Tormenti!! Tre note indelebili. 1927-8. Collezione Giovanni Maria Staffieri.

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lettera a Luisa Casati: Chère amie, quel cadeau de Raffinée! 1913-15, Collezione Giovanni Maria Staffieri & Agendina di d’Annunzio.

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Foto di Guelfo Civinini con dedica “A Corè, distruttrice della mediocrità. Il suo Gabriele d’Annunzio” e data 19 dicembre 1923. Collezione Raimondo Biffi.
Lettera a Luisa Casati: Mia Cara Amica, io solo porterò nel cuore… s.d. Collezione Giovanni Maria Staffieri.

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Sala Fortuny

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Abito Delphos, 1920 circa. Museo Fortuny.

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Abito Delphos, 1920 circa. Museo Fortuny.

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sala Fortuny

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Renato Bertelli, Marchesa Casati, 1920. Collezione Sgarbi Cavallini.

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Lino Selvatico “La Contessa Anna Morosini”, s.d. Ca’ Pesaro.
Avevo già parlato di questo dipinto qui.

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Fortunato Depero, La Marchesa Casati, 1917. Fondazione Musei Civici di Venezia.
Giacomo Balla, Marchesa Casati con levriero e pappagallo, 1916. Collezione Laura Biagiotti.

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Galliano per Dior, 1998

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Alberto Martini, Gelosia, costume per il ballo “Il cuore di cera” 1919-20. Collezione Ines Grignani Anderloni.

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Bautta, su disegno di Alberto Martini, 1930 circa. Pinacoteca Alberto Martini a Oderzo.

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Bautta, su disegno di Alberto Martini, 1930 circa. Pinacoteca Alberto Martini a Oderzo.

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Alastair, Luisa Casati come Salomé, s.d. Collezione Privata.

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Alastair, Marchesa Luisa Casati & Luisa Casati e l’Orsa Maggiore, 1914. Arwas Archive.

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Alberto Martini “Ritratto della Marchesa Casati nel mio atelier a Parigi & Una Grande Artista. 1925 circa. Proprietà privata.

PicMonkey Collage6Alberto Martini: Felina, 1915. Pinacoteca Alberto Martini a Oderzo. & Léon Bakst, La Marchesa Casati, 1912. Centre Pompidou.

Secondo Piano:

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Mario Natale Biazzi, Luisa Casati s.d. Collezione Paolo Schmidlin

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Jean de Gaigneron, La Marchesa Casati, 1922. Collezione Lucile Audouy.

Museo Fortuny:

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Aesthete. Art historian & blogger. Content creator and storyteller. Fond of real and virtual wunderkammer. Founder and main author of rocaille.it.

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2 Commenti a “La Divina Marchesa exhibition at Palazzo Fortuny, Venice”

  • Paolo Alei

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    Paolo

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