Franco Maria Ricci, lover of ephemera

Non si può avere solo ammirazione per Franco Maria Ricci, ma totale venerazione. Editore, grafico, bibliofilo e collezionista, sarebbe più corretto definirlo amante delle cose effimere. La rosa rossa, che sempre porta al bavero della sua giacca, ne è il simbolo. Si dà il caso che per un gioco di parole di duchampiana memoria, l’acronimo del suo nome Franco Maria Ricci corrisponda, se letto in francese, alla parola éphémère. Così chiamerà anche la sua rivista: FMR.

Quest’uomo rinascimentale, che vede nell’oggetto libro la massima forma di ricchezza e di bellezza, ha passato la sua vita a creare mondi di carta. Proprio come quando Arte e Scienza erano ancora un sapere unico e tutto era basato sulla scoperta del meraviglioso, Franco Maria Ricci scopre in prima persona e poi mostra al mondo con i sui libri, la bellezza di pittori sconosciuti, dettagli di luoghi mai visti, disegni dimenticati. Uomo antico, che in un’altra epoca sarebbe stato sicuramente collezionista attento e umanista, prima ancora che stampatore, cerca nel passato quelle cose che l’epoca moderna non vede cioè le minuzie, la precisione, il dettaglio, l’inutilità.

Con la sua rivista FMR è riuscito a creare un oggetto senza tempo. Al suo interno, infatti, il presente è relegato alle pubblicità iniziali e alle mostre, il resto è eterno. Se questo blog potesse somigliare a qualcosa o potesse un giorno diventare una rivista, troverebbe in FMR la sua affinità elettiva più alta.

Giovinezza

Franco Maria Ricci nasce nel 1937 a Parma. Le poche notizie biografiche in circolazione ce lo descrivono come uomo di famiglia nobile e genovese di origine. Sin da bambino coltiva e sente una fortissima passione per l’arte: “Avevo 12 anni quando un giorno mio padre mi diede 1.000 lire e mi disse di andare a Lucca. Prendevo il treno e la sera, quando tornavo, mi chiedeva cosa avevo visto di Lucca, di Pavia etc… Conoscevo molto bene l’arte del nord Italia già a 15 anni. Tutti pensavano che avrei studiato Architettura o Storia dell’Arte ma poiché ero abbastanza scarso nelle scienze decisi di studiare Geologia” (1). Scelta inaspettata, ma forse necessaria per decidere di abbandonare per sempre l’idea di lavorare in quel campo: “Dopo la laurea trascorsi 4 mesi da solo nel deserto mesopotamico circondato da malattia e povertà. Qui mi interessavo agli Ittiti e scoprii molte cose su di loro. Poi capii che essere un geologo significava cercare petrolio per gli americani e così lasciai tutto e tornai a Parma” (1).

Bodoni e la grafica

Sarà proprio la sua città, Parma, a rivelargli quella che diventerà la sua passione maggiore: l’opera di Giambattista Bodoni, “il più grosso intenditore, disegnatore, operatore grafico che ci sia mai stato. Tutti pensano che Bodoni sia un carattere tipografico, uno solo e con il suo nome, in realtà lui ha fatto 50000 matrici, dall’arabo al tartaro al siriano. I suoi termini sono difficilissimi da usare perché prevedono un grande rispetto per le distanze, le proporzioni, gli spazi bianchi” (9). Comincia a interessarsi all’editoria, alla stampa e inizia anche a fare dei lavori di grafica. Colleziona tutto di Giambattista Bodoni, si innamora dei suoi caratteri, che poi adotterà anche per la sua rivista FMR, “ho deciso di diventare editore con il carattere di Bodoni, cioè il neoclassicismo, però in termini tipografici” (1). Ancora oggi confessa: “Nella collezione di opere bodoniane divento ossessivo. Voglio tutto di Bodoni, lo inseguo dalla metà degli anni Sessanta, quando pubblicai in facsimile il famoso Manuale Tipografico. Si aprì allora un mondo fatto di estrema cura nei dettagli, di sapienza artigianale nella composizione, di pagine che sono un pezzo della nostra storia. Ho quasi tutte le opere bodoniane e quelle quattro o cinque che mi mancano credo che non le avrò mai. Perché si tratta di semplici fogli con dei componimenti realizzati per occasioni particolari che adesso giacciono in chissà quale soffitta. E se per caso vengono rinvenuti, non tutti sono capaci di riconoscere l’altissimo valore tipografico in un foglio in cui si legge solo un sonetto non eccelso” (2).

E’ il 1963 quando decide di ristampare il “Manuale Tipografico” di Bodoni, che non era mai stato ristampato dalla prima edizione del 1818, “di un’eleganza straordinaria, è già pubblicità” (1). Molti glielo sconsigliarono perché era un’opera troppo di nicchia e l’investimento non sarebbe valso il guadagno, insomma non avrebbe interessato nessuno. Inaspettatamente, invece, fu questo lavoro a dargli la notorietà nel campo dei bibliofili e così, nel 1967, curerà la ristampa anche di un’altra opera di Bodoni: “Oratio Dominica”. Si trasferisce  a Milano dove apre uno studio di grafica. “Andavo in America spesso e tornavo con gli occhi pieni di Pop Art. Ho imparato da loro l’idea che un oggetto, anche il più banale, se fatto con eleganza e sottigliezza diventa un’opera d’arte” (1). Sarà lui a disegnare la maggior parte dei loghi delle aziende più famose degli anni ’80 e, delle stesse, cura anche le campagne pubblicitarie, molte delle quali finiranno poi nella sua rivista. Nel 1970 si lancia nella monumentale ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alambert. Per ogni edizione che cura decide di fare un numero di copie numerate e limitate, 2000-3000, perché dice “così so che al mondo ci sono 3000 persone che amano quell’oggetto davvero” (1).

FMR: la rivista più bella del mondo

Dai volumi nacque anche FMR, che poi divenne la cosa più importante della casa editrice. Lo scopo era quello di offrire grafica, illustrazione, testi di altissimo livello anche a persone al di fuori della cerchia dei bibliofili. Decide di fare una rivista perché “sin dalla fine degli anni’70 avevo cominciato a riflettere sulla mancanza nel nostro paese di una vera rivista d’arte. C’era una buona rivista di moda, Vogue, una buona rivista di sesso, Playboy, di architettura, di cucina. Buona nel senso che raggiungevano i loro obiettivi con dignità. Quelle esistenti erano per lo più attente agli avvenimenti, al mercato, al collezionismo, ai personaggi, che non alle opere e alla bellezza. Concepite sul modello delle riviste d’attualità, affiancavano sommarie compilazioni di carattere giornalistico a immagini modeste, ovvie, spesso mal stampate. L’Arte era umiliata. Così decisi che nella mia rivista non avrei mai mostrato le persone. Poi decisi che avrei pubblicato solo articoli monografici quindi, per esempio, se volevo fare la Cattedrale di Parma le dedicavo 30 pagine. Volli immagini perfette e, per esserne sicuro, feci fotografare nuovamente, ogni volta che era possibile, monumenti, quadri, codici, senza ricorrere agli archivi delle agenzie. Non ho mai lavorato con giornalisti, ma ho sempre usato testi di scrittori (Calvino, Borges) o storici dell’arte. Così la mia rivista sopravvive al tempo. Non voglio insegnare storia dell’arte, voglio che le persone diventino abituate a vedere la bellezza dell’Arte. Volevo che la mia rivista diventasse una specie di scuola del gusto per dimostrare che il mondo è pieno di cose bellissime. Successivamente decisi anche di non pubblicare arte contemporanea, per evitare le pressioni delle pubblicità del mercato dell’arte odierno (gallerie e pittori) perché altrimenti il messaggio sarebbe stato contaminato”(1).

FMR apparve per la prima volta in edicola nel marzo del 1982 ed è così presentata: “Rivista mensile di arte, di letture, d’incantamento. La cura e la dirige Franco Maria Ricci, che ha voluto ricamare sulla copertina il suo monogramma, come si usa per le cose più preziose e personali. Al pari delle edizioni ormai famose di Franco Maria Ricci, la rivista non si vergognerà di essere straordinariamente elegante e raffinata; sarà, senza presunzione, la rivista più bella del mondo. Poiché imitare annoia, FMR non assomiglierà a nessun’altra rivista d’arte. La sua fattura grafica, curata con amore della perfezione, e con desiderio di lode sarà variata di pagina in pagina, e senza difetto” (3). La rivista aveva quattro o cinque articoli a carattere monografico e i cui titoli erano leggibili già dalla copertina. Ogni articolo era composto da immagini e di uno o più testi, scritti da esperti o studiosi. All’inizio della rivista, dopo la pubblicità, c’era un’introduzione che descriveva il tema del numero, seguita dall’indice e poi dalle recensioni con calendario delle mostre più importanti sia in italia che nel mondo. Seguivano gli articoli, tutti presentati con una pagina a sfondo nero. La pubblicità si trovava all’inizio e alla fine ed era fissa a 28 pagine e “per evitare stridore e dissonanza con la rivista” gli annunci erano molto spesso disegnati da FMR e dal suo studio.

La particolarità di FMR e anche ciò che la rendeva unica e diversa da tutte le altre riviste di arte, era l’importanza attribuita alle immagini e al testo in pari modo. Infatti “su FMR i cicli pittorici saranno riprodotti nella loro integrità, i codici miniati indagati nei loro dettagli e nei loro colori, i monumenti, i giardini, i palazzi, visitati in servizi che abbracceranno dalle 16 alle 30 pagine. Ai servizi monografici si affiancheranno rubriche dedicate alle mostre e agli avvenimenti dell’arte, sopratutto a quelli più curiosi e meno divulgati” (3). Anche la rivista in sé veniva curata nei minimi dettagli, tale da renderla anche un pregevole oggetto da collezione: “Le 140 pagine, in carta patinata da 115 grammi di ottima qualità, saranno tutte stampate a 5 colori … Essa sarà cucita in filo di refe e rilegata in modo impeccabile” (3). Il costo del primo numero era fissato a 4.900 lire (arriverà fino a 10.000) e l’abbonamento per un anno era 35.000 lire e comprendeva anche l’associazione al Club dei Bibliofili.

I Bibliofili

Leggere FMR era come appartenere ad una cerchia ristretta, quella che amava e capiva l’arte, un’elite selezionata non già dal censo o dal grado di istruzione, ma unicamente dal gusto. Chiunque poteva acquistare la rivista e far parte del Club dei Bibliofili ai quali, oltre a garantire agevolazioni sulle altre edizioni FMR e sugli abbonamenti, era inviata ogni due mesi la “Gazzetta del Bibliofilo”. Nelle sue 32 pagine stampate a due colori su carta vergata di Fabriano, si trattava “della cultura e del mercato del libro di pregio, antico e moderno. Redatta da storici della stampa, da bibliotecari, da esperti dell’antiquariato librario, La Gazzetta presentava su ogni numero un libro famoso (codice miniato o volume a stampa), parlava di biblioteche e di collezioni, di tipografi e di editori, di strumenti bibliografici e di collezionismo” (3).

FMR divenne in poco tempo una rivista di fama mondiale, riconosciuta per la sua bellezza e unicità. Fu Federico Fellini a definirla “la rivista più bella del mondo”. Rispetto alle 50.000 copie prefissate come tiratura massima, si arrivò a venderne 80.000. Molte furono le personalità e gli artisti dell’epoca che accettarono di collaborare, tra questi: Alberto Arbasino, Jorge Luis Borges, Italo Calvino, Umberto Eco, Graham Greene, Mario Praz, Leonardo Sciscia, André Chastel, Susan Sontag, Federico Zeri, Domenico Gnoli, Vittorio Sgarbi, Luigi Serafini e molti altri. A questi si aggiungevano, di numero in numero e per ogni argomento, diversi studiosi con competenze specifiche. “Sarà così possibile assortire i piaceri della creatività e dell’eleganza con quelli, più austeri, della consultazione e dello studio” (3).

Si diffuse così tra i bibliofili e non solo, una vera a propria mania per le edizioni di Franco Maria Ricci, che all’epoca divenne famosissimo. Furono aperte in Italia varie librerie, le cosidette Librerie Ricci (oggi tutte scomparse e riconvertite), in cui si potevano trovare e acquistare le sue rare edizioni.

KOS

Nel 1984 Franco Maria Ricci decise di pubblicare un’altra rivista: KOS, mensile di cultura e storia delle scienze mediche, naturali e umane. La sua presentazione recita così: “Kos è il nome dell’isola egea dove nacque Ippocrate. Là era il santuario di Asclepio, dio del conforto, del sollievo, del risanamento. La rivista sarà un omaggio devoto alle conoscenze e alle pratiche che la scuola di Kos inaugurò” (4). Lo stesso Franco Maria Ricci dice a proposito di Kos “Visitando antiche biblioteche e musei poco frequentati, scoprivo, non in astratto, ma attraverso i sensi e la meraviglia, che per lunghi secoli le cosiddette “due culture”, l’umanistica e la scientifica, erano state una cultura sola. Di questo trovai via via conferma negli antichi erbari e bestiari, nello zoo rinascimentale di Ulisse Aldrovandi, nei vélins botanici del Re Sole, nelle cere del Susini alla Specola di Firenze, nelle tavole dell’Encyclopédie, in codici orientali e in quelli del nostro Medioevo. Queste e tante altre opere mirabili, che continuano a sembrarmi non meno belle dei polittici o degli affreschi che ornano le nostre chiese, patiscono tuttavia nella loro fortuna la separazione di arte e scienza. Poiché non appartengono né soltanto all’una né soltanto all’altra, sono poco conosciute e poco ammirate” (4).

Come accadeva per FMR, anche per gli abbonati di KOS c’erano dei privilegi, ovvero, oltre all’adesione al Club del Bibliofilo, si riceveva ogni mese il Liber Amicorum o Dizionario Biografico delle Scienze Mediche che “riprende dal titolo la soave dicitura dei primissimi albi professionali, e presenterà, attraverso una serie di biografie ordinate alfabeticamente, i fatti, il volto, le opere dei protagonisti della scienza medica. Vi appariranno non solo i medici e gli scienziati, ma anche statisti, architetti di ospedali, crocerossine, benefattori, celebri ciarlatani, popolari dispensatori di terapie eterodosse” (4).

America e successo

Nel giugno del 1984 FMR sbarca anche in America: “Gli americani hanno tutto, ma una rivista come FMR non l’avevano” (5). Per farlo, Franco Maria Ricci, idea un grande progetto di coinvolgimento che guarda alle banche italiane, piccole e grandi, come finanziatori e stakeholders principali. Ma l’idea non ha successo, all’annuncio non rispondono che in pochi. Lui stesso modestamente spiega: “La mia idea era semplice, ma anche molto nuova e le cose nuove hanno bisogno di essere spiegate per bene; io forse non ci riuscii”. Ma l’approdo in America riesce lo stesso. Lo scopo non è solo quello di “mostrare agli americani i nostri tesori dell’arte, sia quelli poco noti, sia quelli che sono nella memoria e nella cultura di tutti” ma anche quello di “farci conoscere l’America. Se dell’arte prodotta negli Stati Uniti durante gli ultimi anni sappiamo molto, continuiamo a sapere assai poco di quella prima di Rauschenberg. Guarderemo i primitivi americani nello stesso modo in cui guardiamo i primitivi senesi o fiamminghi” (5).

Tra il 1984 e il 1986 FMR si arricchisce anche dell’edizione francese e spagnola. Mentre il successo delle riviste cresceva, Franco Maria Ricci si preoccupava di continuare la sua attività di stampatore. Infatti, la sua passione per i libri antichi e poco noti non si era mai spenta e trova un grande amico in Jorge Luis Borges, con il quale condivide anche la passione per i labirinti. Con lui, nel 1977, lancia la collana “La biblioteca di Babele” allo scopo di ripubblicare opere rare, scomparse, di autori introvabili e spesso citati proprio da Borges nelle sue opere. Seguiranno altre collane tra cui “Grand Tour”, dedicata alle città e i loro tesori; “Antichi Stati”, sugli stati, le nazioni e i regni del passato così come “Signorie e Principati”; “Quadreria”, che raccoglie immagini di pittori e opere poco conosciute e moltissime altre edizioni fuori collana. La più famosa è forse “I segni dell’uomo” in cui venivano messe a confronto l’opera di un pittore con il testo di uno scrittore come, ad esempio, Alberto Martini con testi di Julio Cortazar, Roberto Tassi e Marco Lorandi; Erté e Arcimboldo entrambi di Roland Barthes; Alberto Savinio di Giuliano Briganti e Leonardo Sciascia; Isadora Duncan di Alberto Savinio; Il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini con testo di Italo Calvino, Ex-voto, Storia di miracoli e miracolati di Giorgio Manganelli, Le Bambine di Carroll; Tamara de Lempicka con il diario di Aélis Mazoyer, governante di Gabriele d’Annunzio e a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni e molte altre per un totale di 600-650 volumi. Questi libri preziosi, pieni di immagini inedite e di opere mai viste, venivano stampati in doppia pagina e in serie limitate, da qui il prezzo alto. Tutt’oggi ricercate e rare da trovare mantengono un elevato valore di mercato.

Fine

Non sono riuscita a capire fino a che anno FMR e KOS furono pubblicate. Sicuramente KOS arrivò fino al 1990 perché alcuni numeri datati a quest’anno ancora si trovano su ebay, mentre non c’è traccia degli anni successivi. FMR invece arriva fino al 2002, non si capisce bene con quale e quanto coinvolgimento dell’editore nelle ultime annate. Fatto sta che nel 2002 FMR viene comprata da Fmr Art’é, società di Marilena Ferrari. Il motivo per il quale Franco Maria Ricci decise di vendere non è ben chiaro, ma si sa che non ebbe nulla a che fare con la nuova gestione: “Non ho più avuto contatti”, dice. La Ferrari continuò la pubblicazione della rivista fino al 2010, quando ormai la società accusa degli evidenti problemi finanziari (6). Così la Ferrari decide nel 2010 di abbandonare la carta per limitarsi ad una versione online e interrompe, inoltre, anche la pubblicazione su carta della più giovane rivista «bianca», nata nel 2008 e con tema il ‘900 e la contemporaneità. Già anni prima era stata venduta la società FMR France e le 22 librerie Franco Maria Ricci. Dal 2009 circolano notizie di numerose truffe da parte di Fmr Art’è e sulle loro poco ortodosse tecniche di vendita (7). Il grande circuito di Bibliofili e amanti del bello costruito da Franco Maria Ricci sembra essere scomparso per sempre.

Il Labirinto

Le apparizioni di Franco Maria Ricci dal 2000 ad oggi sono davvero poche. Non rilascia interviste, non va in tv e apparentemente conduce una vita appartata e lontano da grandi eventi. Dopo la vendita di FMR, ha abbandonato anche la sua attività di editore. “Ho sempre pensato che un uomo a 65 anni dovrebbe smettere di fare ciò che ha fatto per una vita. Bisogna evitare di diventare patetici: di diventare un vecchio ingegnere, un vecchio dottore o, nel mio caso, un vecchio editore. Ecco, io ho lasciato l’editoria e mi sono dedicato a cercare una sistemazione definitiva alla mia collezione” (8). Quello che sembrerebbe un malinconico ritiro dalle scene è in realtà un periodo di grande progettazione. Dal 2004 Franco Maria Ricci ha iniziato a costruire il più grande labirinto del mondo. Così come lo sognava da bambino: “Amo i labirinti fin da bambino. Dai tempi in cui mia madre mi portava ai baracconi di paese e io mi perdevo fra specchi e getti d’aria nel castello delle streghe. Ho discusso di labirinti tutta la vita, con Italo Calvino, con Roland Barthes, con Jorge Luis  Borges. Lui ne era ossessionato” (8). I due riflettono sul labirinto, la condizione d’angoscia che si prova quando ci si perde, così tipica dell’uomo contemporaneo. Fu quando Borges fu ospite di Franco Maria Ricci per due mesi, negli anni’80, proprio lì a Parma che pensò di costruire un labirinto vero e proprio.

Nella campagna di Fontanellato, non lontano da Parma e dalla sua dimora, in cui ha trasferito la propria biblioteca, ha pensato un gigantesco labirinto vegetale: un quadrato di 8 ettari, 300 metri per lato, 3 chilometri di percorso in cui non se ne vede il profilo se non dall’alto. Il labirinto è formato da siepi di oltre sessantamila bambù di venticinque specie diverse (8). La sua apertura e inaugurazione è prevista per il 2013, anno simbolico perché ricorrenza del bicentenario della morte di Giambattista Bodoni e anche anno di nascita di Giuseppe Verdi. Il labirinto comprenderà, oltre al museo in cui verrà finalmente esposta la sua collezione privata, che conta circa 450 opere dal XV secolo al 1950, anche una biblioteca, con tutti i volumi stampati da Franco Maria Ricci nel corso della sua vita, un’area per esposizioni temporanee, un ristorante, una libreria e una chiesa. L’uscita del labirinto, che si dovrà percorrere tutto prima di uscire, si trova in corrispondenza della cappella a forma di piramide “simbolo della Trinità cattolica ma anche della massoneria, dei  rivoluzionari, del laicismo e in generale del mistero” (8). Il labirinto non sarà solo un museo, ma un parco culturale: “Penso che l’idea del grande museo pubblico sia in crisi”, dice Franco Maria Ricci, “il visitatore oggi entra nei castelli, ammira le mostre tematiche, è attratto dalle collezioni private rese attraenti da una bella confezione. Ecco, il  parco permetterà ai visitatori di  trascorrere una domenica diversa, di godere delle opere d’arte ma anche di divertirsi. Ci saranno panchine, prati, gelatai, suonatori di fisarmonica, e poi il grande  labirinto. Penso che in un ora e mezza si riuscirà a trovare la strada, ma qualcuno potrebbe perdersi davvero (8).

(1) intervista a designboom.com e videointervista rai arte

(2) corriere.it

(3) FMR N° 0

(4) KOS N° 0

(5) Keepsake, supplemento a FMR N° 25

(6) corriere.it e espresso.repubblica.it

(7) i casi di truffa furono denunciati anche da trasmissioni tv, vedere qui .

(8) parma.repubblica.it e video

(9) intervista con Graziano Origa, ilsole24ore.com

Video: intervista arte rai; intervista Radiotelevisione Svizzera.

Intervista ArtNews (italian only)

The Man:

Franco Maria Ricci today

from left to right: Franco Maria Ricci in the 60’s; the Red Rose, always worn in his buttonhole and also used in the pages of FMR. It’s a metaphor for frailty of beauty; Franco Maria Ricci with Borges in 1977.

left to right: facade of the publishing  house’s offices; view of the studio; view of the office

left to right: Franco Maria Ricci in 2001; details of his collection

The Collection:

Giambattista Bodoni:

Giambattista (Giovanni Battista) Bodoni (1740-1813)

from left to right: Ornament nr.822 from Manuale Tipografico used by Franco Maria Ricci as ornament and trademark for book covers, FMR and KOS; Manuale Tipografico, G. Bodoni, 1818 and reprint by Franco Maria Ricci in 1963; ornament from Manueal Tipografico; Oratio Dominica, G. Bodoni, 1806. Re-edition by Franco Maria Ricci,1967.

The Labirinth:

Franco Maria Ricci in his labirinth

aerial view of the labirinth

Franco Maria Ricci at work

FMR:

two covers of FMR

N°24 June 1984 and N° 53 July/August 1987

preface

from N°18 november 1983

exibitions reviews

from N°18 november 1983

article (preface)

From N°50 April 1987

article (inside)

left: pageboys of the Roman quadrille. Costumes by Henry de Gissey, drawing by Francois Chauveau. right: scrolls by Jean Le Cautre.

From N° 25 July/August 1984.

Fresco of the Bedroom, detail.  Chinese House, Palermo. 1799-1800.

From N° 20 Jenuary/February 1984

two of the shovels used by Accademia della Crusca. Left: Filippo Baldinucci (1625-1696) and Domenico Maria Manni (1690-1788).

From N° 20 Jenuary/February 1984

Ptolemaic armillary sphere and its drawing by Manfredo Settala from his Musaeum Septalium Manfredi Septale.

From N° 31 March 1985

Hermenegildo Bustos, Joaquina Rìos de Bustos and Francisca Valdivia 1856 ca.

From N° 31 March 1985

Holy cards with Baby Jesus. Paper inlays, late XIX century. Michele Falzone del Barbarò collection.

From N° 19 December 1983

Lorenzo Lotto, Musical instruments and The nutrition of Lapis, Bergamo, Basilica of S. Maria Maggiore.

From N°21 March 1984

left: Alessandro Bonvicino, Portrait of a woman as S. Agnese, 1540 ca. Private Collection. right: Alessandro Bonvicino, Portrait of a White Woman, 1540 ca. Washington, National Gallery.

From N°65 october 1988.

African cup, detail. Boscoreale Treasure. Louvre Museum, Paris.

From N°65 october 1988.

Wood inlays from the Studiolo of Federico da Montefeltro, lord of Urbino. Ducal Palace of Urbino.

From N° 12 April 1983.

Untitled map with blue ribbon and Perronet’s portrait, 1784. Paris, Bibliothèque de l’Ecole nationale des Ponts et Chaussées.

From N°65 october 1988.

Luisa di Savoia as the Allegory of the Prudence. Manuscript Fr. 12247

From N°61 May 1988

William Morris, Wallpaper Catalogue of the Jeffrey&Co. London, Arthur Sanderson & Sons Ltd.

From N°61 May 1988

William Morris, Corncockle, 1883. Victoria and Albert Museum, London.

From N°61 May 1988

Series of 12 photographic pictures, The first pray of Jessica. Unknown photographer, english production, 1880 ca. Padova, Minici Zotti Collection.

From N°61 May 1988

Fernand Pelez de Cordova, Bedroom, 1862. Roma, GNAM. Praz collection.

From N° 53 July/August 1987

left: Pierre Subleyras, S. Giovanni of Avila (1499-1569) Paris, Louvre Museum. right: Pierre Subleyras, The Mass of S. Basilio. Ermitage Museum, Leningrad.

From N° 53 July/August 1987

Aristide Sartorio, pictorial frieze of Montecitorio, Rome. Boiserie by Ernesto Basile.

From N° 53 July/August 1987

Aristide Sartorio, detail of pictorial frieze of Montecitorio, Rome.

From N° 53 July/August 1987

Grill Room, by Sir Edward Poynter. Victoria and Albert Museum, London.

From N°50 April 1987

Fra Damiano Zambelli, Baptism of S. Domenico, 1530-1535. Bologna, San Domenico, Sacrestia.

From N°50 April 1987

Cherub and Deer, 1924. Fuselli lace, flax. Lake Worth (Florida), James May collection.

From N° 25 July/August 1984.

Hippolyte Delaroche, The Agony of Cardinal Mazzarino, 1830. London, the Wallace Collection.

From N° 25 July/August 1984.

backyard of the Black Eunuchs, Topkapi Palace, Instambul.

From N°24 june 1984

antechamber of the Imperial Room, Topkapi Palace, Instambul.

From N°24 june 1984

Edward Burne Jones. Mosaic, 1886-94. Saint Paul within the walls, Rome.

From N°24 june 1984

Edward Burne Jones, Tree of Life. Mosaic, 1886-94. Saint Paul within the walls, Rome.

From N°24 june 1984

porcelain gravestones of Limoges cemetery, XVIII-XIX century

From N°18 november 1983

left: A raja from Patiala, 1875 ca. Unknown painter and photographer, Smithsonian Institution and American Institute for Indian Studies.

right: Shamshere Sama’s wife, Balakrishna Sama’s mother, 1902, photographed by Shamshere Sama, Private Collection.

From N°18 november 1983

my collection of FMR, from 1982 to 1988

KOS:

cover of KOS N° 0

left: miniatures from Ms. 399. Bodleian Library, Oxford. right: Paolo Mascagni, Anatomical drawings. Institute of Normal Human Anatomy, University of Pisa.

Doctor during pestilence. Giovanni Gravembroech, Abiti de’ Veneziani, vol II. Venezia, Biblioteca Correr.

Clemente Susini, Wax Venus. La Specola Museum, Florence.

Clemente Susini, Wax Venus. La Specola Museum, Florence.

Clemente Susini, Wax model. La Specola Museum, Florence.


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2 Commenti a “Franco Maria Ricci, lover of ephemera”

  • Ho avuto il grandissimo dono di avere come cliente questo fantastico personaggio,che conosco solo ora sotto questo aspetto,mi ha sempre colpito la sua “ROSA” applicata alla giacca,ed il suo modo di fare,assai gradibile.Io pensavo alla mia attività,che assicuro molto impegnativa.Oggi abbiamo avuto un lungo contatto telefonico,e l’onore di essere stato invitato a fare una visita alla sua opera.

  • i miei sinceri auguri per il problema fisico di cui mi ha messo al corrente

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