Apollonie Sabatier, La Présidente

Vincent Vidal, Apollonié Sabatier

“…Ces robes folles sont l’emblème

De ton esprit bariolé;

Folle dont je suis affolé,

Je te hais autant que je t’aime!…”

C. Baudelaire, À Celle qui est trop gaie

.

La storia è puntinata di figure minori, quei personaggi che nelle versioni ufficiali vengono saltati o liquidati in poche righe. Esistenze marginali, ma rivelatrici per capire dettagli di fatti più importanti. Apollonié Sabatier, per esempio, ispirò a Baudelaire molte delle sue poesie. Cortigiana di umili origini, seppe presto acquistare un posto d’onore nelle cronache mondane. Dal carattere solare, accogliente e amante della conversazione, lontana dal modello di donna volubile e fatale incarnata da altre cortigiane dell’epoca, non finì tragicamente né dissipò le ricchezze, così da non finire i suoi giorni nei rimpianti. Apollonié fu una delle poche cortigiane a dare vita ad un salotto. Oltre a lei, solo La Paiva c’era riuscita e con grande dispendio di denaro, costruendo un sontuoso palazzo.

I salotti, luoghi di ritrovo in cui si stringevano amicizie e si facevano conoscenze tattiche a margine delle occasioni ufficiali, erano spazi di confine in cui si usciva dalla formalità, ma non si entrava nel tutto nella vita privata. Erano selettivi: le persone ammesse erano ben scelte, spesso con una certa disponibilità economica, tanto da garantire toilette diverse ogni sera. Erano donne nobili a gestirli, famoso quello di Matilde Bonaparte, frequentato anche dalla Contessa di Castiglione. Per questo il salotto di Apollonié appare ancora più eccezionale. La fama di cui godé dimostra come riuscì ad entrare a tutti gli effetti nell’haute-monde, senza troppi intrighi, e solo creando un luogo di incontro lontano dalle vuote formalità che la società imponeva.

Apollonié Sabatier (1822-1889)

Quella che al secolo passò come Apollonié Sabatier in realtà si chiamava Anglaé-Josephine. Un nome comune, così come lo fu la sua infanzia. Figlia di una lavandaia e un militare (o di un visconte come affermò lei più tardi) trascorse i primi anni di vita nella periferia di Parigi, senza avvenimenti degni di nota. Dotata di particolare grazia e di una bellezza tale da farla distinguere dalla mischia, comincia a lavorare come modella per alcuni pittori e si avvicina così al mondo dell’arte. Vive una vita libera, senza legami e un po’ bohemien, e arriva a frequentare le riunioni del Club de Hashishins, fondato nel 1840 da Charles Baudelaire e Théophile Gautier, che si riuniva all’Hotel Pimodan (Hôtel de Lauzun). Probabilmente è proprio qui che conosce Alfred Mosselman, un industriale belga molto ricco, sposato, e più grande di lei di 12 anni. Forse se ne innamora veramente o forse afferra al volo la possibilità di vivere senza lavorare, come era abitudine per tutte le cortigiane, fatto sta che a 24 anni accetta la sua protezione.

Fu forse per segnare l’inizio di questa nuova vita che Anglaé-Josephine decide di cambiare il suo nome in Apollonié, il nome che avrebbe dovuto avere sin da bambina ma che gli fu rifiutato all’anagrafe perché troppo poco cristiano e cambia anche il cognome del padre da Savatier a Sabatier. Mosselman la mantiene e la fa trasferire in un bellissimo appartamento di 7 camere al numero 4 di Rue Frochot, nel quartiere Bréda, noto per essere abitato da artisti e cortigiane. Sarà lui a commissionare ad Auguste Clesinger la famosa statua Femme piqué par un serpent (oggi al Musée d’Orsay) con la quale l’artista raggiungerà la fama. Esposta all’Esposizione d’arte contemporanea del 1847 attirerà molte critiche per la posa inequivocabilmente erotica. Gautier la critica positivamente, ma è uno dei pochi. L’opera fa scalpore non solo per la veridicità dell’espressione (lo scultore infatti aveva utilizzato dei calchi in gesso) ma sopratutto perché tutti sanno che la donna rappresentata è una donna vera e con un’identità ben precisa. Anche se per il volto Clesinger utilizza una modella differente, espose nella stessa Esposizione un ritratto in marmo di Apollonié. L’identificazione, suggerita dalla vicinanza delle due opere, era più che certa.

Auguste Clesinger, Femme piqué par un serpent, 1847

Auguste Clesinger, Madame Sabatier La Présidente, 1847

Gustave Ricard, La dame au petit chien, 1850

La Présidente

Mosselmann, oltre che un industriale, era anche un mecenate, interessato all’arte e alla pittura romantica. Da quando Apollonié si era trasferita a Rue Frochot usava invitare qui i suoi amici pittori, critici, giornalisti così che ben presto l’appuntamento della domenica sera a casa di Apollonié era diventato fisso. Tra gli ospiti più affezionati c’erano Théophile Gautier, Charles Baudelaire, il pittore Eugéne Emmanuel Amaury-Duval, lo scultore Auguste Préault, l’illustratore e drammaturgo Henri Monnier, il giornalista Edmond About e ovviamente il vecchio amico Ernest Meissonnier. Fu lui a proporre dei soprannomi per tutti, per questo Apollonié fu chiamata la Presidente, perché protettrice del salotto. Poche erano le donne, ma non perché non erano ammesse. Tra queste c’erano: Ernesta Ghisi, la cantante moglie di Gautier; Emma Meissonnier, moglie di Ernest; Alice Ozzy, altra cortigiana famosa; Adéle, la sorella di Apollonié e alcune sue amiche.

Le serate da Apollonié divennero famose tra gli intellettuali dell’epoca e ben presto gli ospiti aumentarono. Fu Gautier stesso a presentare molti nuovi ospiti come il pittore Ernest Hébert, il giovane compositore Ernest Reyer, lo scrittore e fotografo Maxime du Camp, Gustave Flaubert, Gustave Ricard, Gérard de Nerval e molti altri. Al contrario di quello che si può pensare, il salotto di Rue Frochot non era un postribolo in cui né Apollonié né altre donne esercitavano. L’atmosfera era confidenziale e amichevole, si cenava, si giocava a charade, a volte si organizzavano anche balli in maschera. Meissonnier dipinse alcuni quadri sulle porte (Il Pulcinella) e alcuni ritratti di Apollonié, che lei stessa espose nel suo salotto. Le serate erano diventate un momento di ritrovo che favorivano le conoscenze e gli scambi, il tutto con la più totale libertà di parola, fino anche al turpiloquio, così amato da Gautier, ma difficilmente ammesso altrove. La Presidentessa era il fulcro del salotto: sebbene tutti sapessero del suo rapporto privilegiato con Mosselman, riscuoteva l’ammirazione di tutti e lei riusciva ad essere amica di tutti senza avere preferenze.  Théo le scriveva più degli altri, la considerava una buona amica, ma non ebbe con lei nessuna relazione. Preferiva il suo salotto a tutti gli altri perché l’unico in cui era permesso parlare senza filtri, fino all’oscenità, che usava anche nelle lettere che le scrisse. C’è da dire che la volgarità non era assolutamente abituale negli altri circoli: quello de La Paiva, per esempio, esigeva un livello di conversazione su argomenti molto impegnati, pena l’estromissione.

Ernest Meissonnier, Portrait de Madame Sabatier

Thomas Couture, Baudelaire et la Président Sabatier, 1850

À Celle qui est trop gaie

La storia con Mosselmann durò per ben 14 anni e nonostante i frequentatori del salotto fossero in gran parte uomini rispettosi dell’amicizia con Mosselman, spesso si lasciavano andare a qualche apprezzamento per la presidentessa. Tra tutti, l’unico che cercò un contatto più profondo con Apollonié fu Charles Baudelaire. I due probabilmente si erano conosciuti già dagli anni ’40 ai tempi del Club de Hashishins e poi lui aveva cominciato a frequentare il suo salotto dal ’51. All’epoca non era che uno scrittore spiantato e senza fama. Cominciò ad inviarle anonimamente una serie di poesie, che poi confluiranno ne Les Fleurs du mal, accompagnati da altrettante lettere in cui le confessava il suo amore. Apollonié non dovette stupirsi molto, già Gautier le aveva dedicato dei versi e già molti suoi amici l’avevano presa a musa per le loro opere pittoriche.

Quando nel ’55 Les Fleurs du mal vengono pubblicati, Baudelaire esce fuori dall’anonimato, ma non ci sono cambiamenti sostanziali nel loro rapporto. Nel ’57 esce l’edizione integrale e di lì a poco verrà accusato di offesa della morale pubblica. Ne invia una copia speciale ad Apollonié con una confessione. Le poesie a lei dedicate e da lei ispirate sono, su stessa ammissione del poeta: A celle qui est trop gaie, Reversibilité, L’Aube Spirituelle, Confession, Le Flambeau Vivant, Hyme, Tout entiere, Harmonie du soir, Le Flacon. A questo punto Apollonié reagisce, sembra intenzionata ad una relazione vera, forse i due ebbero anche un incontro fisico, ma poi Baudelaire indietreggiò. Addusse, come motivi, l’amicizia che lo legava a Mosselman, la paura di essere travolto dalla passione e poi ,le scrisse, “e poi, c’è che qualche giorno fa eravate una divinità, cosa che è tanto comoda, bella e inviolabile. Adesso, ecco, siete una donna.” L’improvvisa possibilità di poter avere l’oggetto amato, idealizzato fino alla perfezione, ne aveva diminuito di conseguenza la bellezza. Così che non appena la Venere bianca fosse scesa sulla terra, sarebbe diventata di colpo una donna come tante. C’è da dire anche che il poeta era da anni legato a Jeanne Duval (la donna che gli trasmise la sifilide) da un rapporto ambiguo e morboso. Apollonié rimase offesa da questo rifiuto, ma non gli negò l’amicizia. Baudelaire cominciò ad apparire sempre meno alle serate di Rue Frochot mentre la sifilide lo stava logorando. Nel 1860 pubblica “Semper Eadem”, sempre ispirato a lei. Quando morirà, nel 1867, Apollonié non era al suo capezzale come si dice, ma sul lago di Como, con un artista italiano.

Gustave Courbet, The Painter’s Studio, 1855

La donna con lo scialle scuro nell’angolo a destra è Apollonié Sabatier. Alle sue spalle Charles Baudelaire mentre legge un libro.

clockwise: Auguste Clésinger; Alfred Mosselman; Richard Wallace; Charles Baudelaire

Ernest Meissonier, Polichinelle, 1880. Oggi alla Wallace Collection, qui la scheda.

Photographie Pierre Petit, Apollonié Sabatier about 1865. Coll. Lumière des Roses

Fine

Sebbene Apollonié era a tutti gli effetti una mantenuta, il suo stile di vita era molto diverso da quello delle altre Grandi Orizzontali. Non le mancava niente, non lavorava e poteva permettersi tutti gli sfizi che la vanità imponeva, dai vestiti ai profumi al teatro all’opera. Con Mosselman ebbe un rapporto sempre paritario, tra i due c’era una vera e propria relazione. Così, quando lui la lasciò nel 1860, un po’ perché le sue finanze scricchiolavano, un po’ perché aveva ormai da tempo un’altra relazione con una diciottenne, all’offerta di una rendita, lei rifiutò. Fiera, non sopportava l’idea di dover dipendere da un uomo che la rifiutava sentimentalmente e sessualmente. Inizialmente le serate continuarono con l’unica differenza dell’assenza di Mosselaman, ma poi si diradarono. Così, per far fronte alle necessità, Apollonié iniziò a lavorare come pittrice e come restauratrice di miniature, 4 dei suoi piccoli quadri saranno esposti anche al Salon del 1861. Ma le cose non sembrano andare meglio e così decise di vendere tutto all’asta: l’appartamento di Rue Frochot e tutto ciò che c’era dentro. Inizia una nuova relazione con un compositore di 22 anni, Elie Miriam e con lui fa un viaggio in Italia, vicino Como. Intanto si era trasferita in un appartamento meno pretenzioso, a Rue de la Faisanderie. Qualcuno la andava ancora a trovare, primo fra tutti Gautier con il quale non aveva mai smesso la corrispondenza, ma per un motivo o per l’altro, gli amici si dispersero. Tra questi riappare Richard Wallace, figlio illegittimo di Richard Seymour-Conway, quarto Marchese di Hertford. Wallace aveva sempre avuto un’ammirazione per lei, sarà lui a comprare all’asta del ’61 il pulcinella di Meissonnier e alcune altre opere della collezione di Apollonié (oggi esposte alla Wallace Collection di Londra). Con lui ha una storia, sebbene Wallace abbia già una relazione con un’altra donna dalla quale aveva avuto un figlio. I due faranno anche un vaggio in Belgio, Olanda e forse Italia, poi lui la lasciò accusandola di infedeltà. Quello che è certo è che Apollonie dopo Mosselman non ebbe più relazioni stabili.

Gli ultimi anni della sua vita sono sereni e tranquilli. Era riuscita a gestire bene i suoi risparmi e viveva dignitosamente dedicandosi alla cucina e al canto. Subì una grave perdita di denaro a causa di alcuni investimenti sbagliati suggeritegli dalla sorella, ma seppe rialzarsi subito. Si trasferisce ancora, solo Gautier ormai la va a trovare e la invita spesso nella sua villa a Neully, dove ancora si riuscono i vecchi amici di una volta. Baudelaire e Mosselman morirono nello stesso anno, il 1867. In vecchiaia, alcuni curiosi le chiedevano di Baudelaire e collezionisti, come il visconte Charles de Spoelberch di Lovenjoul, le chiedevano addirittura autografi. Morì a 67 anni.

sources: Virginia Rounding, “Grandes Horizontales: The Lives and Legends of Four Nineteenth-Century Courtesans”; Giuseppe Scaraffia “Cortigiane: diciotto donne fatali dell’ottocento”.


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