Villa Lysis: story and myth of Baron Fersen

“Et le feu s’éteignit sur le mer”

Jacques Fersen

Vorrei essere oggettiva nel raccontare la storia del Barone Fersen, ma così tanto a fondo ha colpito la mia sensibilità che non posso. Al contrario di Villa San Michele, dove tutto riposa esattamente nello stesso punto in cui fu lasciato, Villa Lysis è vuota, svuotata da decenni di abbandono e di noncuranza dei vari proprietari i quali l’hanno vista come un bottino dal quale depredare e prendere, nel loro anonimo e volgare susseguirsi senza lasciar traccia, ne hanno privato gli oggetti, i frammenti, i testimoni. Che cosa resta del Barone Fersen? Il recente restauro, che le dà un aspetto un po’ stucchevole, quasi di bomboniera dal melenso color confetto, fa forse rimpiangere l’abbandono decadente degli anni in cui la villa, dimenticata, era avvolta dalla vegetazione, con un odore di morte intorno.

Jacques Fersen scelse Capri come luogo per rifugiarsi dal mondo. L’aveva vista per la prima volta da ragazzo, quando, come ogni giovane rampollo della sua età, aveva fatto un tour dell’Italia mediterranea. Capri era per lui “l’écho de la douleur du munde” e “l’ile claire, la sieme de soie, l’ame des roses”. Sicuramente un sogno, così lontano e diverso dalla realtà, che detestava e che lo aveva respinto, che decise di viverci per sempre. Oggi resta ancora la sua villa, chissà come, conservata dopo decenni di incuria e dimenticanza. E’ vuota, ma il ricordo resta e la presenza del barone si sente ancora fortissima.

Cocteau disse: “Fersen, al pari di Ludwig di Baviera, appartiene a quel tipo di decadenti o di esteti che, incapaci di creare un capolavoro, vollero fare di se stessi e della propria vita un capolavoro”. In realtà tentò timidamente una carriera letteraria, più per diletto che per altro e un po’ con il mito di Wilde in mente. La poesia era una sorta di ideale di purezza perfetta a cui tendere, che però non bastò a salvarlo dal baratro. La fissazione della villa perfetta, che diventerà la sua tomba, la storia al limite dell’asfissia con Nino Cesarini, la frenesia dei viaggi e poi la dipendenza dall’oppio, raccontano una storia di follia, autodistruzione e ossessione che si concluderà con l’esclusione dal mondo, la solitudine e lo sdegno della società, cosa che continuerà anche dopo la morte. Né mai sono riuscita a capire quale colpe commise per meritarsi una simile damnatio memoriae.

Lo scandalo del 1903

La vita del barone Jacques d’Adelswärd-Fersen non fu felice, anche se lui era ricchissimo e nobile. Tra i suoi antenati infatti vantava Axel von Fersen, amante di Maria Antonietta. Nato nel 1880 a Parigi, dove viveva, poteva contare già a 22 anni su una fortuna vastissima, essendo erede di una famosa acciaieria fondata da suo nonno a Longwy-Briey. Questo lo rendeva un ambitissimo scapolo tra le giovani nobili in età da marito, essendo anche particolarmente di bell’aspetto. E per un certo tempo si fidanzò con una di loro, tale Blanche Maupéou, che però fu più una copertura. Era infatti ben noto ormai che i suoi gusti erano altri. Affittò così un appartamento al numero 18 di Avenue Friedland, solo due porte dopo la residenza della madre, per godere di una maggiore solitudine, oltre che di libertà. Lo scandalo non tardò ad arrivare.

Nel 1903 fu accusato di praticare messe nere, che degeneravano in orge e in cui coinvolgeva ragazzini e altri giovani nobili. L’accusa fu caricata più del dovuto, non senza qualche insopportabile perbenismo, le messe nere erano nulla più che tableaux vivant forse un po’ osè, ma nient’altro. Così il barone fu condannato a sei mesi di prigione, una multa di 50 franchi e perse i diritti civili per cinque anni. Del resto pochi anni prima una vicenda analoga era successa ad Oscar Wilde, non che per questo tali realtà cominciassero ad essere accettate, ma questa volta, il probabile coinvolgimento di qualche giovane di famiglia nobile, dovette favorire l’acquietarsi della vicenda. Ovviamente il fidanzamento andò a rotoli e quando Jacques si presentò alla porta della sua promessa sposa per chiedergli perdono, questa lo cacciò. Provò anche il suicidio, ma fallì. Tentò poi di entrare nell’esercito, ma non fu accettato perché troppo debole. Respinto dalla società e dalle sue regole, rinunciò ad ogni tentativo di piacergli. Stanco di farsi accettare e poiché a Parigi, ormai, non c’era più niente per cui restare, decise di partire.

Il viaggio

Fu forse questo il momento in cui il barone si ricordò di Capri. Gli sembrava, dai ricordi, il luogo adatto in cui riparare, lasciandosi indietro il chiassoso cicaleccio della città. Un rifugio lontano da tutti e l’unico che poteva preservare la sua delicata intimità, messa alla berlina così spudoratamente, soffocandola nel silenzio dell’isola. Ma ancora non conosceva Nino e quando comprò un appezzamento di terreno su una collina alla punta dell’isola, non molto distante da Villa Jovis, non immaginava lontanamente che sarebbe diventato il luogo della jeunesse d’amour. Affidò il progetto ad Edouart Chimot, suo amico, e intanto lui partì per l’Oriente.

Chissà cosa cercava. Visitando Ceylon, scoprì il buddhismo e l’hindusimo, di cui ammirava il senso di annullamento, e l’oppio, un vizio che non lo abbandonerà più. Durante il viaggio continuò la stesura di un romanzetto iniziato qualche anno prima, Lord Lyllian. Messes Noires, una specie di visionario racconto con fatti autobiografici misti a finzioni e in cui si parla anche dello scandalo del 1903, di ricordi d’infanzia e di desideri repressi. Il libello sarà pubblicato nel 1905. Intanto, l’anno prima, era tornato a Capri ma ci restò poco a causa di un altro scandalo. Durante i lavori della villa, uno dei lavoranti, un ragazzo di Capri, morì in un incidente e gli isolani protestarono non poco. Così, per far calmare le acque, il barone se ne andò a Roma per qualche tempo. Era il 1904.

Villa Lysis

Sembra che Jacques Fersen vide per la prima volta Nino Cesarini mentre vendeva giornali su via Vittorio Veneto a Roma. Dovette innamorarsene a prima vista se di lì a poco lo portò con se a Capri. Nino aveva 15 anni, Jacques vide in lui la perfezione, l’idea divenuta realtà, la bellezza pura, la fine delle sue ricerche estenuanti: lo chiamerà “più bello della luce di Roma”. Si trasferirono a Capri, nella villa ormai quasi ultimata, e per lui ne cambia il nome da Gloriette a Villa Lysis, ispirandosi al dialogo platonico Liside. La villa è in stile art nouveau con elementi neoclassici, suggerendo un dialogo con le ricostruzioni ideali di Villa Jovis. Il paesaggio, che teatralmente la circonda e la isola, si offre a strapiombo sul mare e le dà quel tanto di tenebroso e di soavemente delirante. Vi appone su una parete esterna la targa: “L’AN  MCMV / CETTE VILLA FÛT  CONSTRUITE / PAR  JACQUES / CTE  ADELSWARD FERSEN / ET DÈDIÉE / À  LA JEUNESSE  D’AMOUR” e sull’architrave dell’ingresso il motto “AMORI ET DOLORI SACRUM”.E’ preso da un fervore di vitalità, comincia a scrivere altri romanzi (Une Jeunesse e Le Baiser, entrambi editi nel 1907) e fonda nel 1909 anche il giornale Akademos, Revue Mensuelle d’Art Libre et de Critique che dura solo un anno, perché troppo costoso da mantenere. Anche se fortemente incentrato sull’idea di una critica libera, si parlava, in ogni numero, di un argomento omosessuale e sebbene potesse contare su contributi di Colette, Henry Gauthier-Villars, Laurent Tailhade, Marcel Boulestin, Maxim Gorky, Achille Essebac, Anatole France, Jean Moréas e anche di Filippo Tommaso Marinetti, non ebbe molto successo di pubblico. Ma Jacques continua a scrivere e continuerà fino alla fine dei suoi giorni, perché il culto della poesia lo acquieterà sempre.

Nino

Instancabile si reca a Parigi con Nino, forse per acquistare gli ultimi arredi per la Villa e poi con lui parte di nuovo per l’Oriente. Animato e quasi esaltato da questa fase di inaspettata felicità, sente il bisogno di condividere con lui le sue scoperte. Ritornano dalla Cina con una pregiatissima collezione di pipe d’oppio appartenuta ad un imperatore: trecento pezzi di cui alcune in oro, in argento, in avorio, in pietre dure. Andranno tutte ad arredare l’ultima stanza progettata nella sua villa, la camera cinese o Opiarium. Era ormai completamente dipendente dall’oppio e molto probabilmente iniziò anche Nino, che però evitò sempre la dipendenza.

I due adesso vivano in piena serenità a Capri. Qui Jacques lo presentava negli ambienti più formali come suo segretario, ma a tutti era nota la sua devozione. Era impossibile infatti non accorgersene, dopo tutti i ritratti con cui aveva fatto arredare la Villa. Oggi, l’unico ritratto che ci resta, è il dipinto di Paul Hocker, che appare anche nello sfondo in una fotografia di Guglielmo von Plüschow (cugino di Wilhelm von Gloeden e che Fersen conobbe durante il suo viaggio in Sicilia). Da fotografie dell’epoca possiamo avere un’idea della scultura che Francesco Ierace fece di Nino e che fu posta al centro del belvedere esterno. Anche l’illustratore Umberto Brunelleschi fece un ritratto di Nino, adesso perduto, così come la statua. Non rimane che qualche fotografia, come quella di Nino sul terrazzo di Villa Lysis vestito da antico romano e poche altre, forse alcune scattate proprio da von Plüschow.

L’esule

Già leggendo qualche poesia della raccolta Ainsi chantait Marsyas, del 1907, si intravede qualche nota di gelosia o, per lo meno, di paura di abbandono. E’ probabile che Nino si fosse interessato a qualcun’altro, forse anche a delle ragazze, e Jacques non poteva sopportarlo. Del resto anche lui aveva cominciato a frequentare altri ragazzi di Capri, dove la sua posizione si faceva sempre più compromessa. In realtà Fersen non era solo esule dal mondo perché si era ritirato a Capri, ma era esule anche dentro Capri. Non frequentava nessuno e aldilà degli aristocratici o degli intellettuali che andavano a trovarlo nella sua villa, era escluso dal mondo. Non aveva rapporti con i diplomatici del paese, a cui era inviso, e non aveva bella fama tra la gente perché sempre visto come diverso. Solo poche persone erano sincere con lui: Gilbert Clevel spesso trascorreva interi pomeriggi nel suo belvedere, la Marchesa Casati lo raggiungeva nella sua camera cinese quando si trovò a Capri per un periodo, Ephi Lovatelli sua carissima amica e altri artisti a cui era legato per commissionargli piccoli lavori, erano sempre presenti. Poi anche lo conobbero Norman Douglas, Ninì Franchetti, Renata Borgatti, Ada Negri, che ne lascia un ricordo, e non manca nemmeno di apparire nel pettegolo Vestal Fire di Compton Mackenzie. All’uscita del suo ultimo romanzo, Et le feu s’éteignit sur le mer, qualcuno aveva storto il naso, ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la pantomima che si mise in mente di fare per il ventesimo compleanno di Nino. Organizzò un grande tableaux vivant replicante, secondo lui, un rito pagano con tanto di sacerdote e di Tiberio nella grotta di Matermània durante la notte. Nino sarebbe assurto, quella notte, a divinità. Tutto nella mente di Jacques e al limite del ridicolo: una cosa così assurda ed eccentrica che poco dopo fu espulso da Capri.

La caduta nel baratro

Se ne tornò a Parigi per un po’. Nino invece, già dal 1915, era stato chiamato alle armi e i due vivono distanti. Le vicende della guerra, così come la lontananza, cambiano inequivocabilmente la loro relazione. Mentre Jacques scriveva altre raccolte di poesie (Paradinya e poi Le Sourire aux yeux fermés) da una villa a Nizza, Nino fu intanto ferito in battaglia e ricoverato all’ospedale di Milano. Quando si ricongiunsero, ormai nel 1912, non c’era più quell’entusiasmo di prima. Nino ormai era adulto, più consapevole, più maturo. Jacques stava male, soffriva la solitudine, si sentiva sradicato dalla sua Capri e la dipendenza d’oppio, a cui ormai inframmezzava anche la cocaina, lo stava logorando. Il permesso di tornare a Capri giunse nel 1913.

Sono anni di confusione, di perdizione. Gli viene diagnosticata una dipendenza grave da oppio e viene mandato a Napoli per disintossicarsi, inutilmente. L’idillio amoroso sembra scomparso: Nino, dopo l’esperienza della guerra, guarda le cose con più distacco e si accorge di alcune debolezze dell’amico il quale, invece, capricciosamente non perde occasione di sedurre nuovi giovani. L’ultima sua conquista è Corrado Annicelli, chiamato Manfred (1905-1984), che vede mentre era in vacanza con la famiglia all’Hotel Quisisana. Si ripete la stessa storia di Nino: chiede il permesso alla famiglia e comincia a invitarlo nella sua villa, lo porta con se nei suoi viaggi in Sicilia, a Sorrento. Nino è sempre presente, guarda quello che accade con amorevole distacco. In qualche modo lo sorveglia nella sua caduta nel baratro, ma non riuscirà a salvarlo.

La fine

L’ultima raccolta di poesie di Jacques Fersen è Hei Hsiang. Le parfum noir (1921), palesemente ispirata all’oriente e dedicata a quella camera in cui ormai passava quasi intere giornate. La copertina ha dei decori orientali, simili a quelli che si trovano nella camera cinese. Non riuscirà invece a finire il romanzo La Neuvaine du petit faune. Alcuni hanno detto che la morte, Fersen, l’aveva a lungo meditata. Fatto sta che quando la sera del 5 novembre si ritirò, come di consueto, nella camera cinese, non rivide il mattino. Erano presenti anche Nino e Corrado alla sua morte, avvenuta per overdose di cocaina dissolta in un bicchiere, forse accidentalmente o forse no. Le vicende che seguono la sua morte sono squallide. Il sindaco di Capri non gli concesse molti onori, la casa fu subito sigillata e pare che molte cose furono anche derubate e rivendute subito dopo da un antiquario locale. Curò le esequie la sua cara amica principessa Ephi Lovatelli. Corrado tornerà dalla sua famiglia, diventerà in futuro un attore bravino. A Nino il testamento lasciava l’uso della Villa e altri beni, ma la sorella di Jacques, Germaine, iniziò una battaglia legale con Nino per averla e lo accusò dell’ omicidio del fratello allo scopo di arricchirsi. Alla fine Nino gliela cedette per 200,000 lire e le accuse caddero nel dimenticatoio, anche perché infondate. Nino tornerà a Roma, dove riprese la stessa vita che qui vi aveva lasciato, come se niente fosse successo. Per nulla arricchito da questa vicenda, continuerà a vendere giornali fino alla sua morte, avvenuta nel 1943.

Fonti: Sulla vicenda e l’opera di Jacques Fersen calò il silenzio così come la stessa villa fu dimenticata. Il primo a essere interessato alla ricostruzione dei fatti fu Roger Peyrefitte che, dopo una lunga opera di ricerca e ricostruzione, scrisse un romanzo a lui ispirato L’exilé de Capri, pubblicato nel 1959. Soltanto recentemente sono state ripubblicate alcune raccolte delle sue poesie, molte delle quali edite da La Conchiglia, casa editrice che si preoccupa di raccogliere libri su Capri. Degno di nota è il libro di  Fausto Esposito I misteri di villa Lysis. Testamento e morte del barone Jacques Fersen. Online si può leggere qui il saggio di Will H.L. Ogrinc “Frère Jacques A shrine to love and sorrow in inglese; qui un bell’articolo in italiano di Renata Ricci Pisaturo quando visitò la villa ancora in rovina nel 1978, qui alcuni pezzi dell’articolo di Ada Negri e qui la prima edizione de Le baiser de Narcisse pagina per pagina, qui una piccola biografia di Nino Cesarini.

Outside:

sculpture by Francesco Ierace, now lost, in an old picture

old picture of the facade of the Villa dated 1980’s

pictures of Jacques Fersen

First floor:

terrace on the first floor

view from one of the bedroom

one of the bathroom

view from another bedroom

another bathroom

Nino and Jacques with a servant

Glorification of Nino Cesarini

photograph of a young boy (not Nino) by Guglielmo Pluschow. On the wall, to the left, the painting of Nino by P. Hocker

Nino Cesarini by Paul Hocker 1908

other pictures of Nino Cesarini

Ground floor:

the hall, now hosting old pictures

how the hall looked like

the kitchen

terrace on the 1st floor

the column on the left is what remains of the little temple (see picture below)

cover of first number of Akademos, 1909

first edition of Lord Lyllian, 1905

The chinese room or Opium room:

this is the place where Jacques Fersen died


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