Giuseppe De Nittis

foto: Autoritratto, 1884

 Giuseppe De Nittis (1846-1884)

Due grandi pastelli accolgono il visitatore che entra al secondo piano di Palazzo Zabarella, a Padova, dove è stata allestita una retrospettiva dedicata a Giuseppe De Nittis. Uno dei due è l’unico autoritratto del pittore, che si immortala nel suo salotto, di scorcio la finestra luminosa, lui all’angolo nell’ombra, in un’atmosfera di solitudine inquieta e come sospesa. L’altro è un ritratto della moglie vestita di bianco su uno sfondo di neve, “la più straordinaria sifonia del biancore” lo definì Edmond de Goncourt.

Un pittore di pieno ottocento, dunque, dal quale non ci si aspetta proprio di vedere dei pastelli, tecnica convenzionalmente ritenuta roba da belletti settecenteschi e che invece lui usa con una incredibile maestria. E’ proprio questo infatti il caratteristico e raro pregio di un pittore come De Nittis, non rifiutare del tutto la tradizione ma al contempo gettarsi sul nuovo. Questa mostra, aperta dal 19 gennaio e fino al 26 maggio, a cura di Emanuela Angiuli e Fernando Mazzocca, espone 120 capolavori ed è forse la più completa mai realizzata, al pari di quella tenutasi al Petit Palais a Parigi nel 2011/12.

De Nittis. Dal 19 gennaio al 26 maggio 2013, Palazzo Zabarella di Padova. web: zabarella.it

Giornata d’inverno (ritratto di Leontine) 1882

Formazione: la pittura della macchia

Viene dal profondo sud Giuseppe De Nittis, nasce a Barletta, per l’esattezza nel 1846. I cambiamenti velocissimi e le notizie dei grandi avvenimenti europei dovevano qui giungere come un’eco lontanissima. La famiglia è benestante, ma l’infanzia non è felice: suo padre, un ricco proprietario terriero, si suicida quando lui aveva appena 10 anni e poco prima era morta anche la madre. Lui e i fratelli vengono affidati al nonno, poi si trasferiscono a Napoli, nello stesso anno in cui viene proclamata l’Unità d’Italia.

E’ qui che Giuseppe scopre la sua passione: la pittura. Nonostante osteggiato dal fratello maggiore, che la riteneva un’occupazione disonorevole, entra all’Istituto di Belle Arti di Napoli dal quale verrà espulso un anno dopo. C’è poco di accademico in lui, i riferimenti sono altri: a Napoli non può fare a meno di conoscere la scuola di Posillipo (Pitloo, Gigante), i suoi primi lavori sono infatti paesaggi en plein air; dall’altra parte i macchiaioli toscani, che conosce tramite Adriano Cecioni, a Napoli in quello stesso periodo. Sarà lui a consigliargli di inviare a Firenze, nel 1866, il suo dipinto “Passeggiata nei pressi di Barletta” per un concorso all’Accademia. Le sue radici artistiche affondano nella pittura della macchia en plein air e non abbandonerà mai l’approccio materico del colore, opposto a quello impressionista della frantumazione della luce. Del resto è impossibile non venire a contatto con il Caffè Michelangelo a Firenze: è il centro indiscusso della pittura italiana all’epoca, non solo per i macchiaioli (Signorini, Abbati, Cabianca, Borrani) ma anche per pittori insospettabili che poi prenderanno vie opposte. Devono i loro esordi al Caffè Michelangelo anche Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, che insieme a De Nittis sono gli unici italiani a Parigi, e si avvicinarono al caffé anche Degas (che diventerà grande amico di De Nittis) e forse anche Manet, che li conosce durante il suo viaggio-studio a Firenze nel 1857.

Appuntamento nel bosco ai Portici, 1864

(la prima opera di De Nittis, ancora del periodo napoletano, vibrante e ancora acerba)

Il passaggio degli Appennini, 1867

  I pioppi, 1870

Sulle pendici del Vesuvio, 1872

Sulle pendici del Vesuvio, 1872

Parigi 

Il 1867 è un anno felice per De Nittis. Va a Parigi per la prima volta, conosce il pittore Meissonier (lo stesso che frequentava il salotto di Apollonié Sabatier) e il mercante d’arte Goupil con il quale poi stabilierà un rapporto commerciale (contemporaneamente alla mostra di De Nittis, a Rovigo si tiene una mostra su Goupil). Il soggiorno dura solo due mesi, di nuovo a Firenze esibisce tre quadri tra cui “Una diligenza in un giorno di pioggia” (oggi “Il passaggio degli Appennini”) ed è un successo. Lodata da Cecioni e da Diego Martelli, teorico e mentore sostenitore dei macchiaioli. E’ chiaro come un’opera simile abbia potuto riscuotere grande successo presso gli ambienti macchiaioli, basta guardare le strisce bagnate lasciate dalle ruote dei carri, di un verismo allucinante. Il carretto è visto di dietro, mentre si allontana e già il sentimento sovrasta il vero.

De Nittis è di nuovo a Parigi nel 1868 e stringe un contratto con Goupil, l’anno dopo sposa Léontine, i due rimarranno insieme fino alla morte. Ma non è ancora tempo per stabilirsi definitivamente a Parigi, la guerra franco-prussiana scoppia nel 1870 e spinge i due sposi a rifuggiarsi tra Barletta e Napoli. Qui De Nittis si cimenta in un lavoro faticoso quanto insolito: si reca ogni giorno sulle pendici del Vesuvio per dipingere delle vedute, una serie di piccole tavole in cui il Vesuvio appare bruciato. Usa colori terrosi, molto lontani dalle rappresentazioni un po’ civettuole parigine che farà di lì a qualche anno, ma questo è il Vero che vede adesso: imponente, tellurico, selvaggio. L’interesse in fondo è lo stesso: la natura che pulsa, così come poi descriverà la società che brulica. Una riflessione sulla realtà, così come in quegli anni la faceva Hokusai sul monte Fuji. L’impianto della funicolare, di lì a qualche anno, avrebbe rovinato “d’un colpo quella natura selvaggia”.

Flirt, 1874

Che freddo!, 1874

L’amazzone, 1874

 Sulla neve, 1865

La pattinatrice, 1875

Tra impressionisti e macchiaioli

Dopo la guerra e dopo la nascita del figlio Jacques, tenuto a battesimo da Gustave Caillebotte, la coppia si trasferisce stabilmente a Parigi. “Io amo la Francia appassionatamente e disinteressatamente, più di qualsiasi altro francese”. Ama Parigi, ma la città non gli offre più paesaggi. Adesso osservare la realtà significa assistere alle corse, notare il cappellino di una signora, l’ombrellino di un’altra. Non abbandona la pittura en plein air, ma si cimenta anche in piccole scene di costume, quasi settecentesche, spesso su richiesta di Goupil, che predilige questo tipo di gusto perché facile da vendere. Cecioni e Martelli lo rinnegano duramente per essere diventato “un pittore alla moda, dipingeva marchese Pompadour”. E’ vero, l’attenzione all’aspetto commerciale c’è e ci sarà fino alla rottura del contratto con Goupil, nel 1874, ma De Nittis non falsifica la sua pittura. Quello che dipinge è davvero ciò che vede e Parigi non è Napoli.

L’amico Degas gli suggerisce di partecipare alla prima mostra degli impressionisti nel 1874, presso lo studio del fotografo Nadar. Ma De Nittis non piace agli altri impressionisti, che lo considerano troppo accademico, e nemmeno piace più ai macchiaioli, da cui pur proviene. E’ qui che si coglie la sua particolarità, rimanere a metà tra impressionisti e macchiaioli. Lui stesso in realtà sente di non potersi collocare nettamente in nessuna delle due parti. Ha la parentela più stetta con Degas, che coglie il guizzo della vita contemporanea come lui, ma non abbandonerà mai la corposità della macchia di colore tipica italiana, simile in questo a Manet. Non può aderire appieno all’impressionismo perché a lui non interessa smaterializzare il colore tramite la luce. Se Boldini si converte completamente al fascino dell’alta borghesia parigina e dall’altra parte Zandomeneghi finisce per assimilarsi al pointillisme, De Nittis rimarrà sempre a metà, figura transitoria tra la pittura d’accademia, ad una più moderna, insieme a Manet, Degas, Boldini e pochi altri.

Westminster, 1878

La National Gallery di Londra, 1877

Ora tranquilla, 1874

Londra

La rottura definitiva con Goupil lo spinge ad allontanarsi dalle scenette per orientarsi su visioni d’insieme. Un primo esempio è “Place des Pyramides”, ma questo spirito si troverà più maturo nelle pitture del periodo londinese. Sono tele insolitamente grandi, che riscuotono molto successo presso il banchiere Kaye Knowles, che le compra tutte. Suo amico, avrebbe voluto poi donarle alla National Gallery, ma quando morì (due anni dopo De Nittis) gli eredi le dispersero. De Nittis continua ad essere attratto dalle scene di genere, ma acquista un taglio più fotografico nelle vedute londinesi. Le persone non sono in primo piano, ma nemmeno figurette da riempimento. Sono distinte, si capiscono i loro gesti, cosa fanno, ma lo sguardo è più alto e comprende tutta la realtà, quella che va oltre le persone, la modernità che avanza, i cantieri in costruzione. Lo sguardo è molto più verista di ciò che gli si contesta. Ci lascia immagini di una Londra brumosa, indaffarata, anche un po’ minacciosa come in “Westminster” (la sua opera più grande dopo il trittico “Le corse al Bois de Boulogne”) che sarà molto apprezzato da Van Gogh, all’epoca impiegato nella filiale londinese della casa d’aste di Goupil.

Il ritorno dalle corse, 1878

Signora sul divano rosso, 1876

Viale al Bois de Boulogne, 1882

Prima del ballo, 1879

Interno con Abat-jour, 1879

Pranzo a Posillipo, 1879

 Perla e conchiglia, 1879

Italien de Paris

Svincolato da qualsiasi contratto, dal ’75 in poi la sua pittura è matura e personale. Assume un tono più intimo, meno esterni, aumentano i pastelli e i ritratti, in cui protagonista è sempre la moglie Lèontine. Nel 1878 partecipa all’Esposizione universale di Parigi con dodici dipinti tra cui “La strada di brindisi” e “Il ritorno dalle corse”, i due punti opposti della sua pittura. De Nittis “era diventato una stella da Salon, un artista alla moda per eccellenza”, come dirà Martelli al suo necrologio. Nel 1880 De Nittis riesce a stabilirsi finalmente a Parigi, in una villetta di rue Viéte. Beppino e Titine, così come vengono chiamati, sono una coppia unita, dopo anni di instabilità questa villetta gli sembra il sogno divenuto realtà. La loro casa diventa un salotto, luogo prediletto per serate informali rallegrate dal cibo all’italiana, cucinato dallo stesso De Nittis. Tra gli ospiti ci sono Manet, Degas, Caillebotte, Desboutin, i Goncourt che adoravano i suoi piatti, ma anche Oscar Wilde, Zola, Dumas figlio, Tissot, Gustave Doré, Huysmans, Maupassant. Peppino e Titine erano ormai ospiti fissi dei ricevimenti più esclusivi, come quelli al salotto della principessa Matilde, che De Nittis raffigurò in due pastelli.

Nel 1881 decise di non voler più partecipare ai Salon, ma partecipa ad un’esposizione a Place Vendome con 15 pastelli. Tra questi “Le corse al Bois de Boulugne”, la sua opera più grande. Un trittico enorme che a me sembra, insieme a “La colazione in giardino”, la sua opera più emblematica. La scelta del trittico è di per sé insolita, ma rivela un intento celebrativo di quella che Baudelaire chiamava “l’eroismo della vita moderna”, la realtà che vede e in cui vive. I tre soggetti sono perfettamente scindibili, né il trittico implica alcun legame cronologico tra di loro. L’unico legame è costituito dal tema: in tutti e tre i soggetti, per lo più signore vestite in nero, sono colte nell’atto di osservare le corse, che però sono escluse dall’orizzonte visivo del quadro. De Nittis raffigura persone che osservano, come lui stesso le osserva, innescando un circolo vizioso che mina impercettibilmente la sicurezza positivista della visione. Cosa vuole dire raffigurare la realtà?

Il salotto della Principessa Matilde, 1883

 Figura di donna (Leontine), 1880

La guardiana di oche, 1880

Alle corse d’Auteil, 1883

Le corse al Bois de Boulogne, 1881 (parte centrale)

Ultimi anni

Si fa sempre più ritirato, la malattia che l’avrebbe poi portato alla morte lo fiacca, due morti segnano profondamente questi ultimi anni: quella di suo fratello Vincenzo, per suicidio, e quella del suo caro amico Manet, entrambi nel 1882. Non abbandona mai la pittura, ma ormai i soggetti non sono più le vedute parigine o scene mondane. Quando torna ad esporre al Salon, nel 1884, presenta “La guardiana di oche”, “Fiori d’autunno” e “Colazione in giardino”. Il ricordo ha preso il posto della vista. Molto si deve anche all’interesse per l’arte giapponese, di cui era diventato avido collezionista, secondo la moda del tempo, cosa che aumenta ancora di più la preferenza per i pastelli.

De Nittis muore nel 1884, aveva 38 anni. Fa appena in tempo a concludere il suo unico autoritratto, quasi un riassunto della sua vita. Uomo borghese benestante, in uno studio raffinato, lo sguardo però esitante. Verrà sepolto al Père Lachaise, tra i grandi parigini. Sarà la moglie, preoccupata da problemi finanziari, a donare a Barletta nel 1913 molte delle opere del marito, dove oggi sono ancora. Sarà lei a curare anche le note biografiche che aveva lasciato Giuseppe e che saranno poi ripubblicate col titolo “Taccuino 1870/84”. Bella la prefazione di Emilio Cecchi (padre di Dario) del 1964 che paragona il diario a un romanzo “Un romanzo ch’era stato cosa vera … ch’era stato fin troppo bello per poter durare, e che difatti s’interrompe tragicamente”.

La colazione in giardino, 1884

Le femme aux pompons, 1880

Ritratto di Edmond de Goncourt

Cantiere, 1883

Fortuna

Sicuramente la sua vita gli aveva riservato tanto, coronata dal successo finale, con il sogno di una residenza galante, lui che veniva da Barletta senza un soldo. Ma la sua non è la solita parabola dell’emigrante arricchito, né del pittorucolo venduto. Una pittura non sconvolgente, ma pensata, riflettuta, specchio davvero della vita senza la quale non si può immaginare tanta pittura successiva. Non a caso la mostra espone ben 3 dipinti di Vittorio Corcos, per lungo tempo spacciati come De Nittis.

La bella vita mondana parigina appare spensierata, sebbe De Nittis abbia avuto molti dolori nella vita, ma niente traspare dalle opere, che non hanno nessun presentimento di spleen o morbosità simbolista, “amo la vita, amo la natura. Amo tutto ciò che ho dipinto”. Ma un velo di dubbio si percepisce negli ultimi dipinti, specie nei pastelli, tecnica che sceglie perché evanescente e insieme corposa, perfetta per fissare la realtà fuggevole del momento. Non può fuggire la pittura verista, ma non prenderà mai quei colori terrosi; non ripudia il vero, ma certo ne incrina le certezza, cosa che determinerà la critica dura dei suoi precedenti sostenitori. Sbagliato è anche tralasciare le opere giovanili per preferire quelle parigine. Non si possono dimenticare le origini, nemmeno lui stesso lo farà ed espone “Il passaggio degli Appennini” nella sua prima retrospettiva perché sa che quella è la sua strada, quella è la via da cui proviene. Dopo di lui pittori come Corcos, ma anche altri, preferiranno continuare sul genere della scenetta alla moda che lui per primo aveva lanciato, genere molto remunerativo, ma la pittura non è più specchio della realtà. Siamo ormai in piena Belle Epoque.

Vittorio Corcos, Woman with dog,  1885

Di questo quadro, dopo essere passato per l’asta di Christie’s a Londra nel 1975 a firma Corcos, se ne persero le tracce. Ricomparse poi come opera di De Nittis, tra i quadri della collezione di Callisto Tanzi, il Tanzi del crac Parmalat. source: larena.it

Vittorio Corcos, La Figlia di Jack La Bolina


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2 Commenti a “Giuseppe De Nittis”

  • Dani

    Bell’articolo, Annalisa. Sempre interessante leggerti.
    D

    • Annalisa P. Cignitti
      Lisa

      Grazie!

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