Padova Belle Epoque: Caffè Pedrocchi

foto: Caffè Pedrocchi,1916

« C’est à Padoue que j’ai commencé à voir la vie à la vénitienne, les femmes dans les cafés.
L’excellent restaurateur Pedrocchi, le meilleur d’Italie. »
« È a Padova che ho cominciato a vedere la vita alla maniera veneziana, con le donne sedute nei caffè.
L’eccellente ristoratore Pedrocchi, il migliore d’Italia. »
Stendhal

Non mi sarei mai aspettata di trovare a Padova, città che immaginavo profondamente medievale, tracce così evidenti della gloriosa Belle Epoque. Il Caffè Pedrocchi era uno dei più famosi caffè d’Italia alla metà dell’800 e forse il più bello. Sicuramente il più grande. Nato quando la borghesia, già affermatissima in Europa, muoveva appena i primi passi e necessitava quindi di quei luoghi come i caffè, in cui vari circoli potevano radunarsi apertamente, in contrapposizione alla dimensione privata dei salotti nobili. Protagonista assoluto della vita sociale padovana almeno fino alla metà del 1800, il Caffè sarà poi affiancato dal meraviglioso albergo-ristorante Lo Storione. Come mostra questa cartolina, datata probabilmente agli anni ’20-’30, caffè e albergo erano i luoghi simbolo della migliore vita cittadina. Sembra però che di quel periodo si sia voluto cancellare ogni traccia, sebbene il destino del Caffè Pedrocchi sia stato meno triste del suo quasi coevo Lo Storione.

Antonio Pedrocchi

Quando nel 1800 Antonio Pedrocchi eredita il caffé dal padre Francesco, non era che altro che una bottega. Certo, si trovava in un punto strategico della città, vicino al Municipio, ai mercati, al teatro e alla piazza dei Noli (oggi Piazza Garibaldi), da cui partivano le diligenze per le città vicine, il che assicurava un frequente via vai di clienti. Soprattutto però la piccola bottega, che esisteva sin dal 1772, si trovava a pochi passi dall’Università, che a Padova era stata fondata nel 1222. Quando la gestione passa al figlio, c’è tutto lo slancio imprenditoriale della nuova generazione. Antonio Pedrocchi comincia ad investire acquistando i vari locali vicini fino a che, intorno al 1820, si ritrova proprietario di un grande angolo di città.

L’astuto Antonio capì che per fare il caffè “più bello della terra” bisognava dotarlo di un aspetto alla moda. Nel 1836 affidò il progetto all’architetto Giuseppe Jappelli, già attivo nel Veneto come paesaggista e molto affermato a Padova, esponente di spicco della borghesia cittadina che frequentava lo stesso caffè. Ne uscì un edificio modernissimo, in perfetto stile dell’epoca e che Pedrocchi volle dividere in due zone: il Caffè, aperto ventiquattr’ore al giorno che ospitava chiunque e il Ridotto, destinato ad accogliere l’alta società, i balli, le riunioni massoniche e segrete. Il Caffè non aveva porte perché doveva essere aperto a tutte le ore. Secondo le disposizioni del proprietario a nessuno doveva essere negato “un bicchier d’acqua, una presa di tabacco, l’ago e filo per rattoppare un vestito e un ombrello”.

Il progetto di Jappelli

Il piano terreno era già terminato nel 1831, mentre il Piano Nobile fu inaugurato nel 1842. Intanto, nel 1836, era stato aggiunto un corpo per accogliere l’Offelleria (pasticceria), il cosiddetto Pedrocchino, in stile neogotico. Il primo piano era articolato in tre sale: la rossa, la bianca e la verde, i colori della bandiera italiana. Ma il vero capolavoro di Jappelli fu il Piano Nobile, articolato in otto stanze, ognuna in uno stile diverso: greco, romano, ercolano, gotico, rinascimentale, barocco, egiziano e infine la grande sala da ballo dedicata a Gioacchino Rossini. Jappelli si avvalse della collaborazione dell’ingegnere veronese Bartolomeo Franceschini e di numerosi decoratori: il romano Giuseppe Petrelli, al quale si deve la fusione delle balaustre delle terrazze con i grifi; il bellunese Giovanni De Min, ideatore della sala greca; Ippolito Caffi per la sala romana; Pietro Paoletti di quella ercolana; il padovano Vincenzo Gazzotto, pittore dell’affresco dipinto sul soffitto della sala rinascimentale.

Il caso volle che sia Jappelli sia Pedrocchi morirono nel 1852. Il testamento di Antonio era abbastanza chiaro: continuare l’attività. Aveva adottato infatti il figlio di un suo garzone, Domenico Cappellato, che si impegnò nel dare continuità all’impresa ricevuta in eredità, anche se cedette poi in gestione alcune sezioni dello stabilimento. Alla sua morte, nel 1891, Cappellato volle lasciare lo stabilimento alla città con la promessa che si fossero continuate inalterate le sue attività.

Ritratto dei 3 artefici del Caffé: A. Pedrocchi, G. Jappelli e B. Franceschini

Decadenza e rinascita

Inizia così la decadenza del Caffè, che peggiora ancora di più durante la Grande Guerra. A parte il restauro del Pedrocchino, tra il 1924 e il 1927, la struttura è abbandonata. Durante gli anni ’30 e il fascismo il Pedrocchi viene spogliato di gran parte degli arredi originali disegnati dallo stesso Jappelli.

Ma il momento più buio è quando, dopo la seconda guerra mondiale, si decide di restaurare il Caffè. L’architetto autore dello scempio si chiama Angelo Pisani: modifica il piano superiore, trasforma il vicolo retrostante in una galleria coperta da vetrocemento da cui ricava negozi, un telefono pubblico e una fontana in bronzo, sventrando parte dell’Offelleria, del Ristorante e demolendo la Sala del Biliardo. Viene sostituito lo storico bancone in marmo con banchi di foggia moderna, viene installata una fontana luminosa al neon e le carte geografiche della sala centrale, caratterizzate dalla rappresentazione rovesciata delle terre emerse (curiosamente il sud viene rappresentato in alto) vengono sostituite da specchi.

Durante gli anni ’80 e 90′ il caffè rimane chiuso fino a quando, nel 1994, si decide di recuperare i locali e ripristinare l’aspetto originale della struttura, con un progetto diretto dall’architetto Umberto Riva. Il 22 dicembre 1998 il caffè viene restituito ai cittadini di Padova.

infos&sources: wikipedia.it; caffepedrocchi.it; Giuseppe Adami, Il Caffè Pedrocchi nella sua vita e nella sua storia in La Lettura anno 1905.

La facciata:

Jappelli si trovò a dover progettare su una pianta irregolare. Risolse il problema costruendo un edificio di forma triangolare con diverse facciate. Quella su via VIII Febbraio, sulla quale si affacciano le tre sale interne e quella principale, caratterizzata dalle due famose logge doriche, unite visivamente da un’altra loggia corinzia al piano nobile. Davanti le logge si trovano quattro leoni in pietra scolpiti dal Petrelli, imitanti quelli in basalto che ornano la cordonata del Campidoglio a Roma. L’edificio è in stile neoclassico, il prediletto dallo Jappelli, che era un acceso sostenitore degli ideali illuministi.

Il caffè fu aperto al pubblico nel 1831, ma nel 1836 fu aggiunto un nuovo corpo, il cosiddetto Pedrocchino, destinato a offelleria (pasticceria). Una costruzione neogotica dal gusto fiabesco che poco si lega al rigore neoclassico del resto, riflesso del viaggio a Londra che Jappelli aveva fatto l’anno precedente. E’ già un sintomo dell’eclettismo degli stili che l’architetto poi svilupperà nella decorazione delle stanze del piano nobile.

Caffé Pedrocchi today

Caffè Pedrocchi, 1930’s

Pedrocchino:

Piano terra (1st floor):

Il piano terra si articola in tre sale: quella centrale, la Sala Rossa, è la più grande di tutte. Tripartita da colonne ioniche è decorata dalle caratteristiche carte geografiche capovolte, ripristinate nell’ultimo restauro così come il bancone scanalato di Jappelli al centro della sala. Ai suoi lati, simmetricamente, si aprono: la Sala Bianca, che conserva in una parete il foro di un proiettile sparato nel 1848 dai soldati austro-ungarici contro gli studenti in rivolta contro la dominazione asburgica e La Sala Verde che, per tradizione, era destinata a chi voleva accomodarsi e leggere i quotidiani senza obbligo di consumare. I nomi delle tre sale sono stati dati in onore dei colori della bandiera italiana dopo l’Unità. Completa il piano terra la Sala Ottagona o della Borsa, destinata in origine alle contrattazioni commerciali che fu rimaneggiata nello sciagurato restauro del 1950 e poi nell’ultimo del 1999.

Red Room today

nella Sala Rossa: Sala delle Carte Geografiche ripristinate durante l’ultimo restauro

illustrazione di metà ‘800 della sala delle carte geografiche

Piano Nobile (2nd floor):

Il piano nobile fu inaugurato in occasione del IV Congresso degli Scienziati Italiani nel 1842. E’ stato concepito come ridotto: diversi ambienti dedicati ad ospitare feste o riunioni riservate. L’ingresso al piano superiore, situato in una delle due logge, è costituito da uno scalone d’onore, terminante con un nicchione decorato a stucco con immagini di muse danzanti.

La sala più grande è la Sala Rossini, destinata alle feste da ballo e attorno ad essa si articolono otto sale, ciascuna decorata con uno stile diverso: etrusca, greca, romana, rinascimentale, ercolana, egizia, moresca. Si aggiungono inoltre il cosiddetto “stanzino barocco” e, nel corpo del Pedrocchino, la Sala medioevale in stile gotico. Il programma decorativo di questi ambienti ha già il gusto del revival, attraverso una rivisitazione degli stili del passato qui ecletticamente accostati. Non è esclusa però una lettura esoterica o massonica (Jappelli era un affiliato all’associazione).

Sala Rossini:

La sala da ballo, come è scritto su una delle pareti, è dedicata a “Gioacchino Rossini splendore e forza del canto italiano”. E’ la più grande delle sale non solo in pianta, ma anche in altezza. Lo stile è quello impero o neoclassico, in linea con lo stile architettonico esterno. Il tema è la musica, simboleggiata anche dalle lire in stucco dorato sul soffitto. Su una parete c’è il vano apposito per ospitare l’orchestra, come se fosse su un finto palco con il sipario tirato in alto. Oggi la Sala da Ballo ha un che di modesto, con quelle seggioline di plastica rosse che proprio non le rendono giustizia.

foto d’epoca della Sala da Ballo in La Lettura, 1905

Sala Ercolana:

La saletta ercolana, a cui si accede da quella Rossini, è decorata da Pietro Paoletti, autore del Trionfo di Diana sul soffitto e, sulle pareti, di altri episodi del mito della dea.

foto d’epoca della Sala Ercolana in La Lettura, 1905

Sala Rinascimentale:

La Sala Rinascimentale o del 1500 ha ancora alcuni arredi autentici, la tappezzeria delle pareti invece è stata ripristinata secondo il modello originario. Sul soffitto si può vedere il dipinto di Vincenzo Gazzotto, raffigurante l’alba del Rinascimento, rimasto incompiuto.

foto d’epoca della Sala del Rinascimento o del 1500 in La Lettura, 1905

Sala Gotica o Gabinetto di lettura:

foto d’epoca della Sala d’Armi, oggi Sala Gotica in La Lettura, 1905

Sala Egizia:

E’ la sala egizia quella più enigmatica di tutte. Vi si accede solo dalla Sala Rossini e si trova su una terrazza del lato nord. Lo stile egizio è qui un’apparizione precocissima, se pensiamo che questa sala fu costruita intorno al 1820-30, prima della decifrazione della scrittura geroglifica da parte di Champollion.

Padova è infatti modernissima nel recepire la moda egizia che si era diffusa in Europa in seguito alla conquista napoleonica del 1798. Questo perché uno dei più famosi esploratori e scopritore di numerosi monumenti egizi, Giovanni Battista Belzoni, era di Padova. Donò alla città delle statue in pietra nera raffiguranti la dea leontocefala Sachmet e che tutt’oggi si possono vedere a Padova, ai Musei Civici Eremitani. Sui quattro angoli della sala, sopra dei basamenti, si trovano delle copie delle statue in stucco dipinto.

Jappelli era inoltre amico personale di Belzoni e qui ne celebra le scoperte, contribuendo così alla diffusione di questo stile. Probabilmente Jappelli si ispira anche a delle suggestioni inglesi, che aveva potuto vedere nel suo viaggio a Londra nel 1836, in particolare la star room e la black room di Thomas Hoper realizzata per la casa di Duchess Street a Londra. Non sono del tutto escluse simbologie esoteriche o occulte poiché Jappelli era affiliato alla Massoneria.

Giovanni Battista Belzoni (1778-1823)

Nella sala moresca, che durante la mia visita era chiusa, è raffigurato un personaggio in abito arabo, un ulteriore omaggio a Belzoni.

La composizione delle pareti di questa sala potrebbe inoltre risentire di alcune incisioni di Piranesi, in particolare quelle contenute nel volume “Diverse Maniere d’adornare i cammini” del 1769.

Camino egizio, G.B. Piranesi in Diverse Maniere d’adornare i cammini, 1769

Fra le finestre, dentro le nicchie di finto porfido, si trovano delle statue di divinità femminili, sormontate da coppie di sfingi e urne cinerarie. Architravi e stipiti sono decorati con motivi egizi, ripresi anche dalle vetrate in alto. La decorazione è stata attribuita a Giuseppe Petrelli e Antonio Gradenigo.

foto d’epoca della Sala Egizia in La Lettura, 1905

Da questa fotografia del 1905 si può ancora vedere il bellissimo lampadario in bronzo, sempre in stile egizio, decorato con quattro figure a testa di chimera e di cui oggi non se ne ha più traccia.

sala egizia, anno ?

Mancano le foto della sala romana, greca e moresca perché non visitabili quando ci andai. La Sala del bigliardo invece fu distrutta durante il restauro degli anni ’50.

foto d’epoca della Sala del Bigliardo in La Lettura, 1905


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