Mariae Letizia Studolmina Wyse Rattazzi

foto: Laetitia Marie Wyse Bonaparte by Disdéri, 1867

Molte esistenze vissute sul filo della follia sono a noi note per una serie di testimonianze fortuite arrivate fino ad oggi. Vite come quella della Marchesa Casati, sebbene ai margini della Storia per i più, sono ben conosciute dagli amanti delle stramberie.
Ma molte altre donne non hanno avuto questa fortuna e chissà quante delle loro curiose pazzie sono andate perdute, dimenticate.

Raffaello Barbiera ce ne ha tramandate alcune, tra cui quelle della Principessa Mariae Letizia Bonaparte Wyse. Lui la definisce “reine déclassée, ammirata, adorata dagli uni, calunniata, derisa dagli altri”, come certamente fu. E’ grazie a lui se sappiamo della sua mania di vagare per cimiteri vestita di veli neri. Accenna solo alle sue mise alquanto stravaganti, come quella volta in cui, per vestirsi da Diana cacciatrice, si mise addosso una pelle di pantera, ma siamo sicuri che fu capace di molto altro.

Maria Letizia Bonaparte (1804-1871) and Thomas Wyse (1791-1862), mother and step-father of Marie Letizia Wyse Rattazzi

Una famiglia sopra le righe

Occorre per lo meno accennare alle vicende della famiglia di Maria Letizia, che certo spiegano le sue stravaganze future. Sua madre si chiamava anche lei Maria Letizia ed era la terzogenita di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, che aveva sposato in seconde nozze Alexandrine de Bleschamp. Dunque Maria Letizia era nipote di Napoleone Bonaparte e cugina di Napoleone III.
Maria Letizia madre era nata a Milano nel 1804, ma trascorse gran parte della sua giovinezza a Canino, vicino Viterbo, nelle proprietà che i Bonaparte avevano nel Lazio e nella Tuscia.
Il legame con l’Italia rimarrà sempre molto forte anche dopo il matrimonio, a soli 17 anni, con il gentiluomo irlandese sir Thomas Wyse, di 13 anni più grande di lei. In questa occasione suo padre, il principe Luciano, le diede in dote dei gioielli di famiglia e la palazzina conosciuta come il Casino di Viterbo, appena fuori Porta Fiorentina, dove oggi c’è l’Hotel Nibbio. Qui gli sposi vi abitarono per circa 4 anni. [1]
Nel 1822 a Roma nacque il primo figlio Napoleone Alfredo (1822-1895), detto “Nappo”, ma già si rivela il caratterino di Letizia “che fu accusata di infedeltà e fu rinchiusa nel convento di Santa Rosa per otto mesi, per riflettere sulle sue supposte colpe e anche per assicurare la famiglia che non fosse incinta di qualcun altro”. [2]

Nel 1825 i due sposi si trasferirono in Irlanda, a Waterford, dove il marito si dedicò alla vita politica e alla carriera diplomatica tanto che, in seguito, divenne ambasciatore britannico ad Atene. La coppia nel 1826 ebbe un secondo figlio, William Carlo (1826-1892). Ma le infedeltà di Maria Letizia erano sempre più evidenti e costituivano non poca fonte di imbarazzo per un uomo politico come Thomas che, intanto, era diventato membro del Parlamento. Così nel 1828, i due si separarono ma non divorziarono. Letizia lasciò i figli al marito per andare a vivere a Londra, dove ebbe altri tre figli da uomini diversi. A Londra poteva condurre una vita sregolata e senza obblighi matrimoniali, pare che “inscenò un suicidio buttandosi nel Serpentine lake di Hyde Park, dal quale venne ripescata da colui che diventerà il suo amante per anni: il Capitano Studholme John Hodgdson” [1].

Sarà lui infatti il padre della nostra Marie Letizia Studolmina Bonaparte Wyse, nata nel 1831. In realtà il cognome Wyse è improprio perché non era figlia del suo marito ufficiale Thomas Wyse, il quale riconobbe solo i figli maschi ovvero Napoleone e William, ma anche gli altri figli di lei usarono il cognome Bonaparte Wyse. Negli anni che seguirono infatti la sua nidiata aumentò: nacquero Adelina (1838-1899) e Luciano (1846-1909), mentre lei, insieme al compagno di turno e vari amici, continuava a girare nelle varie capitali europee. Non si sa come ma l’irrequieta Maria Letizia tornò a morire in Italia, a Firenze, nel 1871. Un suo busto, ad opera dell’artista senese Giovanni Duprè e commissionato proprio da sua figlia, era collocato nella prima cappella della navata destra della Cattedrale di Viterbo, con la seguente iscrizione :

“Alla cara e venerata memoria / di lady Wyse principessa Letizia Bonaparte di Canino / madre diletta incomparabile / martire di ogni umano dolore /questo santo pegno di affetto / la figlia / Maria Letizia Rattazzi / desolata consacra / possa madre mia l’anima tua amorosissima / vivere vita più lieta / all’alto dei cieli / nata a Milano I Dicembre MDCCCIIII / morta a Firenze XIII Marzo MDCCCLXXI”. [1]

Sul muro c’era una lapide con su scritto : “Sepoltura provvisoria della principessa Letizia Bonaparte”. Nel 1952 la cappella fu rimossa ed ora il busto della principessa è esposto nel vicino Museo del Colle del Duomo. [1]

Questo il clima in cui nacque e crebbe la giovane Maria Letizia Studolmina che si rivelerà sì inquieta come la madre, ma di molto più intelligente e colta. Anche lei abbastanza indecisa in fatto di uomini, ma più accorta, seppe districarsi tra le insidie genealogiche con molta cautela. Evitò di dare scandali, almeno in giovane età, preoccupandosi di aspettare la morte di un marito prima di ufficializzarne un altro, cosicché riuscì ad attraversare il secolo con ben tre identità: contessa de Solms, contessa Rattazzi, e marchesa De Rute.

Maria Letizia as Countess de Solms

La Contessa de Solms

La giovanissima Maria Letizia, nata a Waterford nel 1831, fu educata a Parigi. La madre, a quanto pare, non era troppo attenta alla figlioletta se un ordine di re Luigi Filippo ingiunse di allontanargliela. Fu affidata all’Istituto delle orfane degli Ufficiali francesi a San Dionigi, affinché potesse ottenere un diploma da insegnante. Nel 1848, all’età di 17 anni, sposò il ricco conte Frederic Joseph de Solms (1815-1863), originario di Strasburgo e che presto la lasciò per andare in America. Marie, che intanto veniva chiamata Principessa de Solms, non si disperò così tanto e andò a vivere con sua madre. Aprì un salotto frequentato da illustri intellettuali, scrittori e artisti come Eugène Sue, Alexandre Dumas, Eugène Scribe, Emile de Girardin, Jules Simon, Jules Sandeau. Tra questi anche Victor Hugo, che le mandava infiammate lettere dal suo esilio a Guernesey. Le scriveva: “Una donna come voi è un capolavoro divino” o ancora “E’ assai più facile morire che resistere a voi”. Tra i suoi spasimanti ci sarà anche il poeta François Ponsard, che le dedicava intere poesie.

A differenza di molte donne dell’epoca, Maria Letizia si impegnava come scrittrice e giornalista così da divenire particolarmente conosciuta in ambito letterario e non mancò di attirare l’attenzione di molti, scrittori e politici. La relazione con il Conte Alexis de Pommereu portò anche un figlio, nel 1852, ma Maria Letizia dovette abbastanza darsi da fare se riuscì ad attirare le attenzioni di quel donnaiolo di Napoleone III. Pare che l’imperatore riservasse numerose visite alla cuginetta, cosa che la gelosissima Eugenia non gradiva affatto. Così, come farà anche per la Contessa di Castiglione, la fece espellere dalla Francia con l’accusa di aver usato illegalmente il cognome Bonaparte.

Laetitia Marie Wyse Bonaparte by Disdéri, 1867

Il salotto di Aix-les-Bains

Era l’agosto del 1853 quando Maria Letizia de Solms si trasferisce a Aix-les-Bains, presso il lago di Bourget, nella Savoia, allora ancora parte del Regno di Sardegna. Qui il suo amante Pommereu le aveva comprato uno chalet che lei trasfomò in un salotto letterario, subito famoso. Aix le Bains non fu mai frequentata come allora: vi passarono il principe di Polignac, matematico e poeta, il principe di Hohenzollern, futuro re di Romania, il cardinale Antonelli, il maresciallo Canrobert, che avrebbe dovuto sposare sua sorella Adelina e che invece poi sposò l’ungherese Stefano Turr.
Attraverso la sua attività di giornalista e scrittrice manteneva vivissimi contatti con Hugo, Sainte-Beuve, Sue, Dumas e molti altri tra cui Lajos Kossuth, Alphonse de Lamartine, Félicité Robert de Lamennais, Henri Rochefort, Tony Revillon. Il salotto era talmente prolifico da dare vita ad una rivista “Les matinées d’Aix les Bains” e “Les soirées d’Aix les Bains”. Lei stessa pubblicò il suo primo libro intitolato “Cara Patria” e che fu anche premiato dall’Accademia francese. Non paga, mise su un teatrino per il quale scrisse molti drammi in francese in cui lei stessa recitava: Corinne, L’épreuve, Les suites d’un menage de garçon… Non solo quindi scrittrice, drammaturga e direttrice del giornale, ma anche caricaturista e musicista. In uno dei numeri della rivista, pubblicò una sua musica, una polca, dedicata à son Altesse le prince Charles Poniatowsky.

Maria Letizia and Urbano Rattazzi in the day of their wedding, 1863

La Contessa Rattazzi

Dopo la II guerra d’Indipendenza, nel 1859, la Savoia fu ceduta alla Francia, secondo gli accordi tra Napoleone III e Cavour. Maria Letizia lasciò la sua corte e si spostò quindi a Torino, dove aveva creato un altro centro culturale all’Hotel Feder. Di alcuni episodi qui accaduti ce ne racconta Henry d’Idelville, amico anche della Castiglione, nel suo Journal d’un diplomate en Italie. La ancor giovane Maria Letizia si fece subito notare negli ambienti aristocratici: nel carnevale del 1860, pochi mesi dopo la liberazione di Milano, si svolse alla Scala un grande veglione al quale lei si presentò con un costume che ben poco lasciava all’immaginazione. Amava le feste e lei stessa, all’Hotel de la Ville, dava diversi ricevimenti.

Nel frattempo il suo primo marito, il conte De Solms, morì e lei appena dopo 15 giorni, sposò il famoso statista Urbano Rattazzi (1808-1873). Con lui visse in Italia, dove era chiamata La Divina Fanciulla, fino alla di lui morte. Rattazzi aveva al momento del matrimonio 55 anni, lei 32, ma non sembrava essere un matrimonio di calcolo. Maria ammirava davvero suo marito e dal giorno delle nozze in poi firmò tutti i suoi scritti come M.me Urbain Rattazzi. I due ebbero anche una figlia, Isabella Roma Rattazzi (1871–1943). In tarda età, quando Urbano era già morto, la principessa scriverà un libro su di lui: “Rattazzi et son temps: documents inédits, corrispondence, souvenirs intime” apparsi fra il 1881-87.

Urbano acquistò una bellissima villa sulle rive del Lago di Como, che aveva chiamato in onore della moglie “Villa Maria” e dove i coniugi usavano passare i soggiorni estivi. Si dice che il soffitto della camera da letto fosse interamente ricoperto di specchi e circondato da leggeri veli. Altri specchi, dalle cornici dorate, si trovavano sulle pareti così da ripetere i riflessi all’infinito. Quando poi la villa sarà acquistata dai Capranica gli specchi vennero rimossi, molto probabilmente per motivi di pudore. Il lago ispirerà alla Contessa Rattazzi un nuovo libro: Luise de Kelmer.

A very retouched picture of Maria Letizia and Urbano Rattazzi in the day of their wedding, 1863. On the right Maria Letizia’s mother; on the left Maria Letizia’s brother “Nappo”.

Urbano Rattazzi

Maria Letizia and Urbano Rattazzi in the day of their wedding, 1863

Maria Letizia and Urbano Rattazzi in the day of their wedding, 1863

Villa Maria during Rattazzis staying

Villa Maria today. source: here

Maria Rattazzi in Florence, 1866

Stravaganze

Quando la capitale italiana fu trasferita da Torino a Firenze, Madama Rattazzi non mancò di formare anche qui un circolo di collaboratori a lei vicino e le sue stravaganze in fatto di vestiario si fecero sempre più eccentriche. Ad un ballo comparve con una pelle di pantera molto succinta perché, diceva, voleva rappresentare Diana. Ma non è tutto: all’imbrunire del giorno si aggirava, insieme alla sua fedelissima dama di compagnia, tra le tombe del cimitero di san Miniato avvolta in lunghe vesti e veli neri. Le dame fiorentine non le perdonarono queste eccentricità e cominciarono a diffamarla ma lei, per niente remissiva, scrisse a proposito un pamphlet “Bicheville” in cui, sotto nomi inventati, criticava sagacemente una per una tutte le signore. Una volta a Parigi, nel 1865, pubblicò una raccolta di poesie “Les Rives de l’Arno” tutte dedicate alla città di Beatrice.

Nel 1870 l’impero di Napoleone III crollò e Maria Letizia potè tornare di nuovo in Francia dove si stabilì, in una villa del Bois de Boulogne a Parigi. E’ qui che mise su una nuova corte con tanto di teatro. Carlo Rusconi nelle sue “Rimembranze” ci ha lasciato la descrizione di uno dei suoi ricevimenti: “Nello storico Bois de Boulogne, presso Parigi, è una villa amena… Due eleganti edifici, fasciati di edera e di fiori, vi si prospettano; uno che serve di abitazione; l’altro ad uso di teatro […] La signora sale sulla scena, dopo aver abbracciato una fanciulla …. e ivi declama una delle scene più appassionate che ella stessa ha tradotto dallo spagnolo”. Rusconi ci descrive Maria Letizia attrice e quella fanciulla altri non è che sua figlia Roma, che il padre chiamò così in onore della capitale del nuovo regno.

Marchesa De Rute

Appena dieci anni dopo il matrimonio Urbano Rattazzi morì, ma a quanto pare la vedova non fu così inconsolabile. Trasferitasi a Madrid, dopo pochi mesi sposò in terze nozze Don Luis de Rute y Ginez (1844–89), deputato alla Cortes. Sopravvisse anche a lui epperò ebbe il tempo di adottare due bambine: Teresa de Rute (1883–89) and Dolores de Rute (1885–88), morte entrambe in tenera età.

A Madrid riuscì a riprendere appieno la sua attività giornalistica e, con lo pseudonimo di Baron Stock, pubblicò la rivista “Les Matinées espagnoles”. La libertà di pensiero di cui godeva e anche la moda esclusiva e personale che la De Rute sfoggiava e inventava, aveva attirato molte invidie tra le dame spagnole. Fu per questo motivo, dice Raffaello Barbiera, che fu indetto contro di lei un processo di diffamazione, voluto soprattutto dal senatore Guelle y Rente, visto che il figlio di lui era sovente stato colpito dalle critiche nelle Matinées. Maria de Rute fu condannata a quindici giorni di prigione, pena poi mutata in una multa di cinquecento franchi.

Marie Studolmine Laetitia Bonaparte-Wyse by Disderi, 1860?

L’amante Charlotte

Ma questo non fu l’unico processo che Maria de Rute dovette affrontare. Secondo le recenti ricerche di Nerina Milletti, l’unica che ne parla, la principessa si trovò invischiata in un fatto alquanto ambiguo. Nel dicembre 1891 si tenne un processo ad Angoulême che vedeva come accusato il barone Bouly de Lesdain il quale, nell’aprile dello stesso anno, aveva sparato ferendoli lievemente a sua moglie Charlotte e a Regis Delbeuf, segretario di redazione delle “Matinées Espagnoles”, il giornale della principessa. Che cosa c’entrava in tutto ciò la de Rute?

Bisogna innanzitutto dire chi era questa Charlotte Mortier Bouly de Lesdain. Sempre secondo le ricerche della Milletti, da cui tutte queste informazioni sono tratte, i giornali dell’epoca la descrivono come cameriera, dama di compagnia che seguiva ovunque la Rattazzi, e sua segretaria “collo stipendio di cento franchi al mese, oltre l’alloggio, la tavola, il vestiario e l’amicizia intima della principessa, che non poteva più vivere senza di lei”; una “figurina magro-bionda, dai grandi occhi chiari e profondi, dal fare disdegnoso, che portava sempre, con una marcata preferenza, la prima tazza di the alla sua padrona”. Il padre di Charlotte la affidò alla principessa quando lei aveva 23 anni, la de Rute era cinquantenne e “in breve spazio di tempo, Carlotta divenne l’amica intima, la compagna inseparabile, l’uomo d’affari, il factotum della principessa, la quale non sapeva staccarsene nemmeno la notte e non le permetteva di dormire altrove che nel suo letto… Quando le due amiche che, malgrado il sesso e la disparità d’età, vivevano come due amanti, non andavano d’accordo… la principessa richiamava all’ordine Carlotta con degli argomenti… accompagnati da frustate e da schiaffi”.

Nel 1886 fu trovato per Charlotte un marito di comodo, appunto Bouly de Lesdain, che  sposò col patto che questi rimanesse lontano “per non disturbare la segretaria delle ‘Matinées Espagnoles’ nelle sue delicate occupazioni”. Cosa che non avvenne perché nacquero due figli, che però vissero solo pochi mesi. Madama Rattazzi era molto gelosa sia di de Lesdain (avrebbe fatto attaccare sul portone la scritta: “Defense de laisser monter monsieur Bouly de Lesdain”) sia di Delbeuf, presunto amante di Charlotte. Dunque la de Rute, gelosa fino alla follia, tentò di far assassinare Delbeuf e Charlotte dal marito di questa, avvertendolo di una tresca tra i due, e mandandogli un biglietto di ferrovia, un revolver e cinquanta franchi.
Un caratterino non proprio amorevole.

Scipio Sighele e anche Lobroso parlarono di questo episodio, tacendo i veri nomi, e riportarono anche una delle lettere che Maria inviò a Carlotta come esempio di confusione mentale, ma pare evidente che tra le due ci fosse un rapporto amoroso abbastanza intenso.

Countess Rattazzi by Carolus Duran, 1872. source: jssgallery.org

Princess Rattazzi at old age

Ultimi giorni

Maria lasciò Madrid per il Portogallo e poi andò di nuovo a Parigi dove continuò la sua attività di giornalista scrivendo su Le costitutionnel e Le pays.
Cercò di recitare fino all’ultimo. Tentava di nascondere in ogni modo la vecchiaia coprendo le rughe con spessi mascheroni di biacca e chiazze carminie, inoltre già da più anni era diventata sorda. Morì a Parigi il 2 febbraio 1902 a 69 anni e volle essere sepolta a Aix-les-bains. 

In quegli stessi anni iniziavano i lavori del Villino Rattazzi a Roma. Una zona moderna, il Quartiere Sallustiano, scelto per lo più da aristocratici e nuovi politici che avevano bisogno di una residenza di un certo livello in una zona nuova, ma ancora all’interno delle Mura Aureliane. Strani i casi della vita: proprio affianco al villino Rattazzi si costruì il villino che sarebbe stato di lì a poco abitato da Mananà: il Villino Pignatelli.

Villino Rattazzi in Rome today

Villino Pignatelli and Villino Rattazzi in Rome today

FONTI (sources):

Indispensabili per questo articolo sono stati i libri di Raffaello Barbiera. Per quanto riguarda l’episodio del processo l’unica fonte è il già citato articolo di Nerina Milletti.

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English readers can find informations on wikipedia and on the good blog esotericcuriosa. Many books written by Maria Letizia Bonaparte Rattazzi de Rute can be found in original language on gallica.fr.

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Grazie al mio amico e mentore G. B. Brambilla.

[1] Letizia Cristina Bonaparte Wyse e Viterbo: figlia di Luciano principe di Canino.

[2] ladyreadingforum


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