Jacques de Bascher

  «’Decadenza’ viene dal latino cadere.
Decadente è tutt’altra cosa, è una maniera di cadere in bellezza, sapete.
Potrebbe trattarsi di una forma di suicidio nella bellezza,
di una bellezza tragica».
Jacques de Bascher

Jacques de Bascher, principe dei Seventies

È la storia di un ragazzo appena sbarcato a Parigi che si ritrovò, una sera, faccia a faccia con uno dei re del gusto parigino: «Ricordo ancora la prima volta che vidi Karl. Ero alla Coupole, lui entrò e ci si credette… ad una festa di compleanno. Dovevano esserci almeno una ventina di persone con lui, tra cui Antonio Lopez, Juan, Donna Jordan, Jane Forth, Gérard Falconetti, Amina Warsuma, Pat Cleveland, Eija et Kenzo. Posso dirvi che quando questo gruppo entrò alla Coupole, vi fu un silenzio in tutto il ristorante, un silenzio religioso. Il solo frastuono veniva da loro, da questa banda che attraversava il ristorante prima di installarsi ad un tavolo gigantesco. Karl era affascinante. Lo è ancora.»
Questo ragazzo si chiamava Jacques de Bascher.
A malapena possessore di una ventina d’anni, di uno charme squisito e di un’eleganza più che azzimata, Jacques de Bascher divenne molto presto il migliore amico, confidente e (almeno nei primi tempi) amante di Karl Lagerfeld. Jacques non sa inventare un abito né disegnarlo. Dalla sua parte non ha che la giovinezza e la bellezza, due qualità delle quali la moda non cessa mai di nutrirsi. Si sa, gli stilisti non lavorano in prigione: gli ci vuole uno stimolo perpetuo, del movimento, oggetti ispiranti e fascinazioni. E affascinare tali esseri costituisce un’occupazione tanto ricercata quanto rischiosa. Jacques de Bascher era il perfetto rappresentante di tutte queste qualità: fu un amante sfrenato, un dandy oscuro e scintillante, ma soprattutto una musa della quale Karl si innamorò.

De Bascher era di sangue blu: anziché rappresentare un nuovo, eccitante Paese come la banda degli americani di Lagerfeld, egli era il rappresentante del fascino della vecchia Europa. Praticava uno stile di vita decadente nell’accezione ottocentesca del termine. Una volta entrato alla corte di Lagerfeld, Jacques poté consacrarsi interamente al suo nuovo lavoro – un’eccellenza che ancora oggi non ha nome ma che tanta gente nel mondo della moda (purtroppo non con lo stesso stile!) pratica ancora. Non hanno un mestiere socialmente riconosciuto, ma vivono vendendo la loro cultura, la loro raffinatezza estrema, il buon gusto, la bellezza, il savoir-faire mondano. Jacques passava ore a vestirsi (e non soltanto con gli abiti disegnati da Lagerfeld), ore a arricchire il suo guardaroba e la sua cultura letteraria al fine di perfezionare, ancora e ancora, la propria immagine.
«L’ho visto vestirsi davanti a me in diverse occasioni, racconta Christian Lvowski, ed era un’operazione che aveva qualcosa di molto impressionante, di misterioso. Si sarebbe detto un personaggio da romanzo. Aveva una pila immensa di camicie, cinquanta o più, sopra un ripiano, che portava abbottonate a dei boxer di cotone. Aveva un qualcosa di molto preciso, quasi militare, nella maniera di vestirsi. E una ricerca dell’eccezionale, una raffinatezza estrema per il minimo dettaglio, pigiami, cravatte, calze… ricordo di una volta in cui andai da lui. Portava un cappotto che trovai bello, glielo dissi e mi rispose: Sono contento che ti piaccia. L’ho fatto realizzare in dodici tinte diverse!».

Il suo ruolo accanto a Lagerfeld non comporta alcuna creazione in senso stretto. È qui che le malelingue parigine amavano vederci un semplice e volgare rapporto tra un milionario e un gigolò. Una cosa che gli attirò molte noie per tutta la vita, visto che effettivamente era dipendente da Lagerfeld e tuttavia di carattere assai indipendente. Nonostante avesse diversi (e diverse) amanti, Jacques tornava sempre da Karl non solo per interesse, ma per amore e per passione: la passione per il raro, il prezioso, il futile era il filo che li univa. Lo stilista non voleva prendere l’aereo? Jacques lo faceva al suo posto, portandogli al ritorno oggetti ispiranti, libri, opere d’arte, costumi, accessori, fotografie, ricordi. Tali oggetti erano ingredienti essenziali per Karl: egli si nutriva del gusto di Jacques, e i suoi consigli, le sue trovate, erano la prima fonte di ispirazione per lo stilista. Mai un semplice assistente fu altrettanto utile a Karl. Il ruolo ricoperto da Jacques era invero molto più complesso. E bisogna dire che la loro intesa era mozzafiato: erano entrambi divorati dalle stesse passioni: Huysmans e Montesquiou, Proust, Thomas Mann, Oscar Wilde, Ludwig II di Baviera, Viollet-le-Duc… La fiducia che lo stilista riponeva nel ragazzo, tuttavia molto più giovane di lui, era immensa e senza limiti.

Jacques fu anche il primo dj per le sfilate di Karl: assieme a Philippe Heurtault, che gli aveva costruito un mobile per mixare la musica, si appassionava di dischi antichi e contemporanei, divenendo presto un rimarchevole collezionista. Ricco di risorse, a suo agio con tutti, Jacques era portato per organizzare serate e ricevimenti. Sapeva creare delle atmosfere, trasformare qualsiasi momento in festa gioiosa o inquietante, come la celebre serata della Moratoire Noire, entrata oggi nella leggenda…
I numerosissimi ritratti di Jacques ci rivelano un bell’uomo dai baffetti sottili, un po’ lunghi sui bordi, cosa che gli dona un’aria da pochoir del 1920 rivisitato dagli anni Settanta. I suoi abiti fanno eco agli anni Trenta ma hanno proporzioni caratteristiche dei Seventies, con tessuti colorati e leggeri. Sembra affezionato al papillon ma sovente lo si vede con la cravatta-foulard, e una sciarpa Art dèco negligentemente drappeggiata sulle spalle. Questi erano gli epigoni dello chic più raffinato della sua epoca. Jacques era una sorta di reincarnazione della marchesa Casati e di un personaggio di un film di Marcel L’Herbier messi insieme, mescolati con dell’acido e rigettati su una pista da ballo sulla quale suonano Donna Summer o Cerrone.

Come molti bei ragazzi, Bascher avrebbe voluto lavorare nel cinema. Uno dei più famosi dei suoi amanti, l’attore Helmut Berger, aveva incarnato Ludwig II (nell’omonimo film) e un giovane aristocratico disturbato in un altro film di Visconti, La caduta degli Dei. Geloso del ruolo del re di Baviera che avrebbe voluto per sé a causa della vicinanza spirituale che lo univa con l’eccentrico sovrano, Jacques trovò una sorta di rivincita in Italia, nel 1977, quando Fendi chiese a Lagerfeld di venire a disegnare una collezione e a Jacques di realizzare una pubblicità per la marca. Fece di più: un film di 20 minuti, Histoire d’Eau, realizzato con pochi mezzi ma con un senso estetico particolarmente acuto, filmando la bella Suzie Dyson bagnarsi nelle fontane di Roma. Il film è ancora oggi un riferimento per ciò che concerne il film di moda e l’erotismo di quell’epoca: fu il primo fashion film della Storia. Un bel colpo per coloro che oggi ricordano de Bascher per un semplice debosciato.

I film di Visconti erano il non plus ultra della raffinatezza: il suo Morte a Venezia aveva fatto sognare la gioventù dorata parigina e, al contempo, i vecchi padroni della città, i ricchi mondani degli anni Cinquanta. Morte a Venezia era una potente riflessione sul desiderio, la vecchiaia, l’impudente insolenza della giovinezza e che sembrava, nel personaggio di Tadzio, porre di fronte a tutta Parigi un dubbio tremendo. Parigi era una città dove le diverse classi d’età si osservavano l’un l’altra con reciproca invidia, chiedendosi quale genere di vita avrebbero potuto avere se il fato li avesse potuti scambiare di posto; una città nella quale le vecchie generazioni, dai meandri dei loro saloni foderati di velluto rosso e oro, dei loro palazzi ancora risonanti delle serate in maschera di De Redé e di Beistegui, guardavano questi giovani Gatsby allucinati, persi e a volte disperati, andare alla ricerca del piacere con la nostalgia di un passato del quale non potevano ricordarsi non avendolo vissuto. I ricchi signori nei loro abiti di sartoria, le loro mogli coperte di perle e pellicce fingevano di non capire questi giovani mostri capaci di assorbire il lusso dei loro nonni esagerandolo, capaci di assorbire il bon ton dei salotti ridicolizzandolo, capaci di vivere fasti e nevrosi che, loro, non avevano mai osato provare sulla loro pelle, troppo scandalizzati dalle storie del nonno morto alcolizzato ma sempre in frac, o della nonna che, da giovane, si faceva pagare l’eroina da un barone decaduto innamorato di lei.

Per Jacques tutto pareva possibile: viveva in un’epoca unica, dove era ancora facile unire l’eleganza antica all’insolenza moderna, amalgamare la passione per il sesso e le droghe con il culto della bellezza. Sapeva che la Café Society descritta da Philippe Jullian era moribonda e che una nuova generazione di esteti era nata, quella della Cocktail Society. Aveva avuto l’educazione degli aristocratici francesi e del savoir-vivre moderno, e cantava all’unisono con il mondo che stava per nascere.
Questo dandy moderno aveva saputo attirarsi perfino le attenzioni di Yves Saint Laurent: è una storia che si crede conoscere meglio, oggi, grazie ai film usciti in Francia sulla vita del famoso stilista. Ma è invero in questo capitolo della storia che ci si sbaglia di più: la loro relazione, vagamente clandestina, è stata descritta come un teleromanzo senza tener conto che ancora oggi si tratta di episodi ancora troppo misteriosi perché se ne possa parlare senza dire delle enormità di fronte a quei pochi che restano per ricordarsene e che, tacendo, mantengono il necessario riserbo. Come dice Alicia Drake: «Imputare a Jacques la responsabilità della decadenza di Yves significa ignorare interamente la complessità della situazione e le sue contraddizioni». Nessuno, a quell’epoca, aveva bisogno di Jacques per prendere della droga o bere esageratamente: a ciascuno le sue ragioni per farlo. Fu un’epoca molto permissiva, che Jacques seppe vivere con fasto e originalità. La sua relazione con Saint Laurent somigliò più ad un’intersezione delle code di due stelle cadenti. E tanto ci basti.

Jacques de Bascher praticava un culto del dandysmo classico già analizzato da Baudelaire, e che Jacques doveva aver letto: «Il Dandy non fa nulla […] Il Dandy deve aspirare ad essere sublime, senza interruzione. Deve vivere e dormire davanti a uno specchio». E ancora: «Essere utile mi è sempre parso qualcosa di disgustoso»; ma soprattutto la famosa doppia postulazione espressa in Il mio cuore messo a nudo: «Esistono in ogni uomo, ad ogni momento, due postulazioni simultanee, l’una verso Dio, l’altra verso Satana. L’invocazione a Dio, o spiritualità, è un desiderio di salire di grado; quella verso Satana, o animalità, è la gioia di scendere».
Jacques non era il solo ad essere dipendente dalla cocaina; questa droga scandiva oramai il ritmo e l’euforia di molte esistenze. Questa tendenza comincia con i nottambuli che ne consumano sulla pista da ballo del Sept. Ma rapidamente la coca diviene l’invitata di rigore ad ogni tavola chic per rendere la serata ancora più eccitante. Ma laddove la droga, alla lunga, ha su certe persone effetti deleteri, «su di Jacques dominava l’effetto di effervescenza, esattamente come il cliché che si ha della cocaina, che aumenta l’acuità dei sensi e della comprensione» afferma Lvowski. Ma anziché servirsi di una superficie vetrosa e di una cannuccia come tutti, de Bascher aveva una scatolina da coca in oro fatta da Cartier, preziosissima, appartenuta a Alberto Santos-Dumont.

Questo, più la sua naturale energia, gli permetteva di dormire a volte solo poche ore a notte. Dopo aver passato a fare festa fino al mattino nel suo appartamento, era capace di vestirsi da austriaco con loden, gilet, cravatta, giacca, pantaloni da cavallo, un cappello col pennino di tasso, i baffi incerati e profumati… «Ero completamente sconvolto, aveva l’aria di aver dormito dieci ore mentre invero aveva fatto festa tutta la notte» racconta ancora Lvowsky. «“Dove vai vestito così?” gli chiedo. “Prendo un elicottero a Bourget. Faccio colazione con la principessa del Liechtenstein al palazzo Liechtenstein. Chiudi semplicemente la porta dietro di te quando esci, vuoi?”». Questo Dorian Gray moderno, ritratto due volte da David Hockney, che non pareva invecchiare mai proprio come l’eroe di Wilde, che consumava la vita come si brucia una candela, soccombette al disastro degli anni Ottanta che sfigurò tutto questo mondo dorato lasciando un posto tristemente vuoto e una manciata di nostalgici: il virus dell’Aids lo uccise il 3 settembre 1989.
Jacques avrebbe voluto portare con sé nella tomba il suo orsacchiotto di pezza. Una citazione del personaggio di Sebastian nel decadentissimo romanzo di Evelyn Waugh Ritorno a Brideshead?
In ogni caso, capiamo meglio questa frase di Bascher citata in Interwiew nel 1975: «[Voi date] alla decadenza una connotazione malsana, pornografica, sporca. ‘Decadenza’ viene dal latino cadere. Decadente è tutt’altra cosa, è una maniera di cadere in bellezza, sapete. Potrebbe trattarsi di una forma di suicidio nella bellezza, di una bellezza tragica».

(L’autore ringrazia Alicia Drake e il suo libro Beautiful people (Denoel, 2013), Xavier de Bascher e Philippe Heurtault per i loro ricordi ancora freschi nella memoria e Aymeric Bergada du Cadet per la sua vasta cultura in ambito Seventies.
Quest’articolo è apparso per la prima volta nel numero 53 nella rivista francese Dandy e i diritti di riproduzione appartengono al suo autore, all’editore della rivista e al webmaster di questo blog. La riproduzione è consentita solo citando la fonte e l’autore, previa autorizzazione di una di queste tre persone aventi diritto).

Si ringrazia Philippe Heurtault per le foto.
Per una più completa visione della Parigi mondana anni’70 si legga anche l’articolo su Le Palace dello stesso autore

 

Histoire d’Eau was the first fashion film in history, produced in 1977 to launch the first Fendi Ready to Wear collection. Recently restored, it was presented to celebrate “The Glory of Water” exhibition in Paris. The original film, directed by Jacques de Bascher, tells of a young woman, dressed in Fendi, vacationing in Rome and bathing in the city fountains.

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Jacques de Bascher, Vogue 1973

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Jacques de Bascher by David Hockney

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Jacques de Bascher at Le Louvre. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher at Le Louvre. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher at Le Louvre. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher at Place de la Concorde. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher at Neully, 1973. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher at Neully, 1973. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher and Karl Lagerfeld by Helmut Newton

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Karl Lagerfeld and Jacques de Bascher during their american trip

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Antonio Lopez, Karl Lagerfeld, Pat Cleveland and Jacques de Bascher dining at La Coupole in Paris

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Jacques de Bascher and Yves Saint Laurent. Photo by Philippe Heurtault

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Loulou de la Falaise and Jacques de Bascher  Photo by Philippe Heurtault

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David Hockney, Nicky Weymouth; Yves Saint Laurent and Jacques de Bascher. Photo by Philippe Heurtault

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Anna Piaggi and Jacques de Bascher. Photo by Philippe Heurtault

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Karl Lagerfeld and Jacques de Bascher. Photo by Philippe Heurtault

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Jacques de Bascher, Karl Lagerfeld, Clara Saint and Fred Hugues. Photo by Philippe Heurtault


He is an italian but Paris-based illustrator and essayist especially skilled in male fashion and dandyism.

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3 Commenti a “Jacques de Bascher”

  • …se si potessero avere maggiori e maggiori notizie riguardo a JACQUES DE BASCHER ne sono rimasto affascinato grazie

    • Annalisa P. Cignitti

      Può scrivere all’autore Massimiliano Mocchia di Coggiola.

    • Buongiorno!
      Grazie, sono contento che il mio articolo le abbia stimolato un po’ di interesse.
      Purtroppo non troverà altre notizie in italiano, ma se legge in inglese o in francese le consiglio il libro di Alicia Drake “The Beautiful f
      Fall”, tradotto in francese con “Beautiful People”. Dubito che ne esista un’edizione italiana per ora.

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