Tra Anversa e Bruxelles: sulle tracce di Rubens e dell’arte fiamminga

Le Fiandre: nel cuore dell’Europa, questa piccola regione è la culla dell’arte fiamminga, una pittura fatta di decorazioni minuziose, specchi convessi, fiori nei vasi, donne velate e rivelazioni sacre che avvengono nel silenzio domestico. Una pittura fatti di dettagli che, insieme al Rinascimento italiano, può considerarsi la più grande rivoluzione artistica di epoca moderna. 
Quest’autunno, grazie all’invito di Visit Flanders, l’Ente del Turismo delle Fiandre, ho potuto visitarla per la prima volta. L’occasione è il grande progetto triennale “Flemish Masters 2018-2020”, che si pone come scopo la valorizzazione e la promozione dei maestri fiamminghi, in particolare di Rubens, Bruegel e Van Eyck. Tre grandi artisti e tre città diverse: ogni anno mostre ed eventi particolari sono stati programmati per far conoscere le loro opere nei luoghi in cui le realizzarono. Si parte con Rubens e la sua città Anversa, che è stata luogo della rassegna “Anversa Barocca 2018. Rubens Inspires”; il 2019 sarà dedicato a Bruegel e si svolgerà svolgerà principalmente a Bruxelles e dintorni (Pajottenland), oltre che ad Anversa, dove tornerà Margherita La Pazza (Dulle Griet). Infine, il 2020, sarà l’anno di Jan Van Eyck e Gent sarà la città protagonista, si celebrerà la conclusione del restauro del Polittico dell’Agnello Mistico (che troverà una nuova collocazione nella cattedrale di San Bavone) e sarà organizzata una grande mostra su questo artista. 

ANVERSA

Seguendo le tracce di Rubens, ho visitato questa città andando alla ricerca delle sue opere e di tutti quei luoghi che potessero farmi immergere appieno in un’atmosfera da seicento fiammingo. Gli interni delle abitazioni, così cupi e caldi, svelano stanze piccole e decorate come scrigni; le pareti ricoperte da corami floreali riverberano, con riflessi metallici, la poca luce che trapela dalle finestre alte; spiccano i quadri dal fondo nero che raffigurano sontuose nature morte; i broccati delle tende e delle tovaglie pendono pesantemente fino al pavimento; i cortili interni nascondono piccoli giardini con fiori e erbe aromatiche.
Anversa, già a partire dal ‘500, è una città ricca di traffici commerciali ed è frequentata da mercanti e banchieri che stimolano una vivace attività finanziaria. Si forma una borghesia colta, cosmopolita, culturalmente aperta, c’è ansia di conoscenze scientifiche, geografiche, mediche e umanistiche, circolano molti libri. Negli anni centrali del ‘600 Rubens è al centro delle vicende politiche e culturali della città: conosceva Jan Moretus, lo stampatore più famoso di Anversa, e Nicolaas Rockox, sindaco, uomo politico e mecenate. Non è un caso che questi tre uomini lasceranno alla città le loro abitazioni, oggi divenuti musei.

Rubenshuis

Pieter Paul Rubens (1577 – 1640) è la stella di questa città. Pittore prolifico (produsse diverse migliaia di opere) e dalla personalità dirompente, è a tutti gli effetti un protagonista del barocco europeo. Durante il viaggio in Italia (1600-1608), venne a contatto con l’arte rinascimentale e barocca, soprattutto romana e veneziana, da cui acquisì le ardite prospettive e il colore vibrante, creando un linguaggio pittorico unico unito a tutta la matericità della pittura fiamminga. Tornato ad Anversa, è facile capire come divenne subito il pittore più richiesto e pagato dell’epoca.
Compra una nuova casa che progetta lui stesso: aggiunge lo studio, una galleria semi circolare per esporre le statue della propria collezione, il portico barocco concepito come un arco trionfale (al momento della mia visita ancora in restauro) e il padiglione del giardino. È il primo ad aver portato questo stile, che unisce l’antichità romana e il rinascimento italiano. Qui vivrà con la sua famiglia fino alla morte. Aveva una bellissima collezione di opere, la più vasta in città all’epoca, che comprendeva sculture e dipinti acquistati durante i suoi viaggi; il suo studio ricorda le splendide tradizioni delle scuole italiane, dove lavoravano per imparare dal maestro giovani pittori come Van Dyck.
Rubens ebbe un’esistenza fortunata: a parte la morte della prima moglie, fu un artista di successo. Era colto, conosceva varie lingue, aveva viaggiato, era ricco e viveva nel lusso. Condusse una vita semplice e retta, serio e infaticabile nel suo lavoro, ma anche generoso e benevolo con i suoi allievi, ebbe due mogli e molti figli. La sua vita era piena di luce, così i suoi quadri. La natura, la vita, lo spettacolo del mondo esterno, è suo dominio. Viveva con pienezza ogni cosa e possedeva tutte le qualità del genio: creava senza sforzo. Il suo pennello scorre sulla tela creando una scena viva, percorsa da fremiti e movimenti che vibrano oltre lo spazio materiale. Con Rubens la pittura fiamminga uscì dalla dimensione locale per diventare internazionale.
Sebbene nel corso dei secoli sia stata modificata, oggi la casa è arredata come una dimora dell’epoca e conserva ancora molti oggetti appartenuti alla famiglia, oltre che opere di Rubens e dei suoi allievi. Tra le più importanti: Adamo ed Eva, eseguito prima della partenza in Italia e in cui si nota una pittura più compassata; il Ritratto di Helena Fourment, la sua seconda moglie, e il famoso Autoritratto del 1630, quando il pittore aveva 53 anni, che è uno dei soli 4 autoritratti che fece in vita sua.

io nel cortile interno della casa di Rubens, purtroppo durante la mia visita tutto il portico e la facciata erano in restauro

la sedia del pittore e il suo autoritratto del 1630

Adamo e Eva

Cattedrale di Nostra Signora

La cattedrale si presenta di profilo e si staglia longitudinalmente con la sua architettura complessa, il suo lucido tetto bluastro e la sua massiccia torre, la più alta del Paese. È in effetti la più grande del Belgio e rappresenta un superbo esempio dello stile gotico brabantino. Ad entrare nella chiesa enorme, a 7 navate, si è invasi dal biancore assoluto e dalla luce che si diffonde tra le vetrate colorate.
Quattro sono i dipinti di Rubens conservati qui. Tra questi, due trittici, collocati simmetricamente rispetto all’altare maggiore, sono due opere importanti perché quelle che annunciarono il suo ritorno in patria. Sulla destra abbiamo la Discesa della Croce (1614) che è un capolavoro assoluto, un quadro dalle tinte di base nere con forti luci, un’opera grave in cui il fatto tragico è reso senza alcuna gesticolazione, nessun grido, nessun eccesso. Tutto è contenuto, ci si rende conto di essere davanti ad un nobile supplizio in cui il corpo esangue del Cristo è contemplato perché è bello anche nella morte. L’ Innalzamento della Croce (1610), invece, è solo di due anni precedente, ma è meno perfetto in quanto più agitato. Si tratta infatti di una delle prime opere che Rubens dipinge dopo essere tornato dal viaggio italiano. Si nota l’intraprendenza del pittore che cerca di mettere in atto le nuove conoscenze, si vede tutta l’influenza dell’arte barocca romana, con audaci prospettive e anatomie complesse, una scena animatissima, impossibile da fermare.
Sull’altare maggiore c’è l’Assunzione della Vergine (1626), che non segue la tradizione ecclesiastica, cogliendo la Madonna nel momento in cui spicca il volo e, nella seconda cappella del deambulatorio, c’è un altro trittico, la Resurrezione di Cristo (1612), per la tomba dello stampatore Jan Moretus (morto nel 1610) e della moglie Martina Plantin (morta nel 1616), che commissiona all’artista l’opera, entrambi raffigurati nei pannelli laterali.
Durante la mia visita era in corso la mostra Riunione. Da Quinten Metsys a Peter Paul Rubens ed erano esposte nella Cattedrale dipinti di Frans Floris, Quentin Metsys e altre opere provenienti dal Museo Reale delle Belle Arti di Anversa, temporaneamente chiuso. 

Rubens, Innalzamento della Croce (1610)

Rubens, Assunzione della Vergine (1626) – Quinten Metsys, Lamentazione (1509-11)

Pulpito, M. van der Voort il Vecchio, 1713

Chiesa di San Carlo Borromeo 

Anche qui Rubens lavorò, sebbene le sue opere sono andate quasi completamente perdute. Si dice che anche la facciata fu da lui progettata, su modello di quella del Gesù di Roma. La chiesa infatti era in origine dedicata a sant’Ignazio di Loyola ma, con la soppressione dell’Ordine dei Gesuiti nel 1773, fu riconsacrata a san Carlo Borromeo.
Per decorarla, gli fu commissionato un ciclo di affreschi: il pittore creò 39 schizzi, poi effettivamente realizzati grazie all’aiuto di molti allievi, ma sfortunatamente un grave incendio nel 1718 li distrusse. La cappella dedicata alla Vergine Maria, a destra della navata, è ciò che rimane prima dell’incendio e la sua decorazione in marmi e stucchi, risalente al 1621, può darci un’idea dell’opulenza originaria.
L’altare maggiore è dotato di due pale (Pala della Croce di Gerard Seghers, 1591-1651, e una Incoronazione della Vergine di Cornelis Schut I, 1630) che, grazie ad un ingegnoso sistema di carrucole (presente in varie chiese gesuitiche), si possono alternare a seconda delle liturgie. Le pale di Rubens, destinate in origine a questa chiesa, sono oggi conservate a Vienna.
Bellissimi i confessionali settecenteschi, ornati con sculture lignee a grandezza naturale di angeli e figure cristiane.

Cornelis Schut I, Incoronazione della Vergine (1630)

Cappella della Vergine Maria

Museo Plantin Moretus

Christoffel Plantijn spese la sua vita tra i libri e per i libri. Iniziò come rilegatore e aprì una bottega del cuoio, ma l’attività si ingrandì e nel 1550 diventò una tipografia destinata a durare per secoli. Alla sua morte, passò in eredità a suo genero Jan Moretus che la portò avanti brillantemente tanto che si creò una vera e propria dinastia di stampatori attiva fino al 1876, quando gli eredi di Moretus vendettero la tipografia alla città.
Da questa tipografia fu stampata, tra il 1568 e il 1573, la Biblia Polyglotta, un’edizione della Bibbia in quattro lingue finanziata da Filippo II di Spagna, il Thesaurus Teutoniae Linguae, il primo vocabolario di fiammingo, il Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius, uno dei primissimi atlanti mai pubblicati, il libro di anatomia di Andreas Vesalius e Joannes Valverde e moltissimi altri libri illustrati.
Oggi sono conservati nella biblioteca del museo, che espone anche le due più antiche presse del mondo con set completi di stampi e matrici.
La dimora, invece, rappresenta un esempio quasi intatto di casa privata di una famiglia molto benestante e possiede anche 19 dipinti di Rubens, soprattutto ritratti dei membri della famiglia, vista l’amicizia tra Moretus e il pittore, che spesso collaborava per l’illustrazione di alcuni libri.

Museo Mayer van den Bergh

Qui, ormai, il barocco non è che revival: il proprietario di questa casa museo è lontano secoli da quei personaggi colti dell’Anversa seicentesca e a dire il vero la casa stessa non fu mai abitata.
Siamo negli anni ’80 dell’Ottocento e un giovane ragazzo molto benestante inizia a collezionare oggetti d’arte, soprattutto monete e tessuti, senza alcun criterio preciso. Si tratta di Fritz Mayer, suo padre era appena morto lasciandogli una ricca eredità. Lui non si interessa molto dell’attività di famiglia, che lascia al fratello, e si dedica, oltre all’arte, alla fotografia, alla caccia e i cavalli, era appassionato di fiori e traduceva favole dal tedesco. Sua madre Henrietta lo asseconda. Nel ’92 decide di vendere il grosso della collezione per raffinare il gusto e concentrarsi sull’arte del periodo gotico e rinascimentale, soprattutto di provenienza olandese e belga. Fritz viaggia spesso, studia, ricerca, compra artisti poco conosciuti e di cui la critica non si cura più. Di Bruegel, pittore di cui si conoscono oggi non più di 45 opere, riesce ad acquistarne ben due: i Dodici Proverbi, acquistato nel ’94, e Greta la Pazza, comprato per la somma irrisoria di 500 franchi. Successivamente riuscì a comprare anche le opere dei figli: Paesaggio Invernale e Censimento a Betlemme di Pieter Bruegel (detto il Giovane) da copie dal padre e di Jan Bruegel, che dipingeva soprattutto nature morte.
Nel ’98 acquisisce la collezione dell’italiano Carlo Micheli, costituita da scultura medievale, periodo che all’epoca era considerato senza molto valore artistico.
Purtroppo nel 1901, a 43 anni, muore per un incidente. Sua madre, a cui era molto legato tanto da prenderne il cognome, deciderà di costruire questo museo, secondo lo stile di una casa fiamminga seicentesca, allo scopo di conservare la sua collezione, per poi trasformarla in museo e donarlo alla città.

sulle scale è appeso il ritratto di Fritz Mayer Van den Bergh

Rockox House Museum:

una natura morta di Frans Snyders e il ritratto di Rockox

The Hendrik Conscience Heritage Library:

Antwerp Station:

The zoo:

More Antwerp:

Ristorante RAS – un supermercato in una struttura art nouveau – vista dal Radisson Blue Hotel
Horta Café – Interno ed esterno di The Chocolate Line, il più famoso negozio di cioccolato di Anversa 

BRUXELLES

La visita a Bruxelles si è mossa, invece, sulle tracce di un altro maestro fiammingo: Pieter Bruegel (1525/1530 – 1569) un pittore originale, genio terragno, inventore dei soggetti di genere e padre di una scuola a venire che, a partire dai suoi figli Pieter Brueghel “il Giovane” e Jan Bruegel “dei Velluti”, durerà fino al XVII secolo. Bruxelles era la sua città, una targa su Rue Haute ricorda la casa in cui abitava e la Kapellekerk conserva le sue spoglie. Nel 2019 si celebrerà il 450° anniversario della sua morte e per questo sarà il protagonista di mostre ed eventi.
Il Museo Reale delle belle arti del Belgio conserva alcuni sui capolavori, come il famoso Censimento di Betlemme (1566), affiancato da una copia fatta dal figlio, oppure La caduta di Icaro (1558), in cui sembra aver rappresentato lo stretto di Messina e poi La caduta degli angeli ribelli (1562), forse il suo dipinto più audace. Al centro della scena c’è San Michele Arcangelo intento a uccidere il drago, ma la scena è un brulichio di esseri fantasiosi in cui è evidente l’influenza di Bosch. La mostruosità morale dei demoni si riflette in tutta la loro deformità fisica, ottenuta fondendo con estrema fantasia pezzi fuori scala di vari esseri: rettili, insetti, molluschi, anfibi, mammiferi, vegetali. 
Il museo è immenso e conserva opere fino all’epoca moderna, con una particolare concentrazione del periodo art nouveau e simbolista, ma per chi preferisce concentrarsi sull’arte antica è possibile vedere opere di Rogier Van Der Weyden, Robert Campin, Dirk Bouts, Hieronymus Bosch, Hans Memling, Quinten Metsys, Lucas Cranach, Rubens fino a Jacques Louis David. 

Bruegel, La caduta degli angeli ribelli (1562)

Bruegel, Il caduta di Icaro (1558)

Bruegel, Censimento di Betlemme (1566)

Dettagli di:
Bruegel, Censimento di Betlemme (1566) 
Pieter Bruegel il Giovane, La Lotta tra Carnevale e Quaresima
Pieter Bruegel il Giovane, Censimento a Betlemme

Hieronymus Bosch, Trittico della Tentazione di Sant’Antonio, 1516

 


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