Roland Topor

Vita e inquietudini (Parigi 1938-1997)

Ha fatto troppe cose Topor perché possano essere elencate tutte qui. Uomo dal multiforme ingegno, un ingegno morboso, sadico, perturbante, può con tutte le ragioni essere considerato un genio dell’humor nero.

Roland Topor, francese di origine polacca, affonda le sue radici nel surrealismo. Fondò ancora ventiquattrenne il movimento “Panico” e due anni dopo, nel 1964, scrive il suo primo romanzo Le locataire chimérique da cui poi Roman Polanski trarrà il film  “L’inquilino del terzo piano” .

Inquieto e poco incline alle definizioni sperimenta ogni tipo di espressione figurativa dall’illustrazione alla pittura, dall’incisione alla fotografia, dal cinema alla scrittura fino alla televisione. Partecipa infatti nel 1987 al programma televisivo “Lupo Solitario” su Italia 1 condotto da Patrizio Roversi e Syusy Blady. Nel format, Topor viene ripreso dalla telecamera in hotel durante momenti di normale vita quotidiana.

Come attore partecipa ad alcuni film: “Nosferatu” di Werner Herzog (1977); “Ratataplan” di Maurizio Nichetti (1979); “Un amore di Swann” diretto da Volker Schlondorff(1984); “Tre vite una sola morte” di Raoul Ruiz (1995) con Lou Castel e l’amico Marcello Mastroianni .

In veste di sceneggiatore nel 1972, realizza con il regista francese René Laloux, il film di animazione “Il pianeta selvaggio”. Collabora anche con Federico Fellini, realizzando alcuni disegni per il “Casanova” del 1975. Con l’amico regista Henri Xhonneaux crea “Il Telegatto” un programma televisivo per bambini che ottiene, a partire dal 1983, un lusinghiero successo e nel 1989 realizza con Henri Xhonneaux il film “Marquis” (vedi sotto).

Parole

“Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura … La realtà in sé è orribile, mi dà l’asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente una immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano.”

E poiché detestava la mediocrità e l’ipocrisia borghese c’è anche un compiacimento nel disegnare questo:

“Un individuo, per sopravvivere, deve dissimulare la sua virulenza. Deve svolgere un’attività utile a una comunità umana, a un gruppo sociale. Deve dare l’impressione di essere sincero. Deve apparire UOMO NORMALE. La sola rivolta individuale consiste nel sopravvivere.”

Disegni

La sua immaginazione ribolliva in allucinazioni putrefatte e disgustose, chimere grottesche fermentavano dai fumi dei sui pensieri malati. Caustico e visionario, capace di un umorismo terribile e agghiacciante (vedi il manuale “Cento buone ragioni per togliersi la vita”) “Topor non si occupa veramente dell’inconscio, ma dell’inaccettabile. La sua fantasia dissimula con crudezza la globalità strana del mondo. Nulla gli è estraneo ma il mondo intero è al di là del percettibile, perché quello che sembra più evidente , più banale come la morte o la sofferenza,  in realtà non lo sono.”  (Alberto e Gianmaria Giorgi, curatori della mostra “I sogni e l’eros” , Torino, 1997)

C’è qualcuno che lo definisce crudele, ma non credo sia esatto. E’ giusto definire crudele il pittore che dipinge una decapitazione? Non vogliamo vedere il Brutto, però ci attrae molto più del Bello.

Innanzi tutto perché Il Bello ha un unico volto mentre il Brutto ne ha mille e quindi permette varietas, ma anche perché in fondo ci compiacciamo nel vedere il brutto, per una sorta di morbosa attrazione tipica dell’essere umano.

Già De Sade aveva detto che la perversità è lo stato naturale dell’uomo, dunque il disgusto e la disapprovazione difronte a qualcosa di brutto è come “la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso in uno specchio” .

Topor ha semplicemente tolto la testa dalla sabbia e tutto ciò che è riuscito a immaginare lo ha disegnato. Tutto.

Se l’immaginazione è davvero infinita, dunque perché non scavare anche in ciò che abbiamo paura di vedere?

sources:irancartoon.com; contenebbia.splinder.com; wikipedia.it

MARQUIS, 1989

Marquis è la sua opera più grottesca, forse perché i suoi mostri diventano in qualche modo vivi. E’ Topor infatti che crea le maschere per il film, sublime divertissment di Xhonneaux.

Il marchese in questione è ispirato liberamente alla vita di De Sade, qui imprigionato nella Bastiglia in una Francia pre-rivoluzionaria perché una lettera anonima lo accusa di aver defecato su un crocifisso.

Il Divin Marchese, impersonato da un cane, rinchiuso nella solitudine della propria cella passa le giornate a scrivere racconti erotici e a intrattenere lunghe dissertazioni filosofiche con Colin, il proprio membro virile che tra l’altro è l’unico nel film ad avere un volto umano.

qui l’intero film sottotitolato in inglese





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