Palazzo Silvestri Rivaldi, Roma

 

Per vedere tutto quello che c’è da vedere a Roma non basta una vita. Proprio quando si è convinti non certo di conoscere tutto, ma di aver per lo meno visto molto, questa città svela un altro luogo nascosto, inaspettato ma sempre sorprendente. E’ il caso di palazzo Silvestri Rivaldi, la costruzione abbandonata che fa capolino dall’alto camminando su via dei Fori Imperiali, proprio di fronte alla Basilica di Massenzio, e che sin da bambino guardavo con curiosità attirato dal suo fascino decadente.

Storia del palazzo

Il maestoso complesso che corre lungo il corso di via del Colosseo, seguendone l’andamento scosceso, ha una storia molto antica: su preesistenze medioevali, a partire dal 1542 e per volontà dell’allora cameriere segreto di Paolo III Farnese e rettore della chiesa di Santa Maria Arcus Aurei, Eurialo Silvestri, sorse un primo fabbricato che sostituiva quelli in rovina e la cui costruzione venne affidata al nipote Ascanio, usufruttuario anche di una vigna e di un orto adiacenti. Dopo la morte del pontefice le fortune della famiglia sfumarono e il progetto, disegnato dalla bottega di Antonio da Sangallo, ebbe una battuta d’arresto così come la costruzione di quella che era originariamente una semplice domus ma che poi doveva diventare un vero e proprio palazzo, secondo Eurialo, degno della porpora cardinalizia. Fu così che gli eredi, nel 1577, concessero l’usufrutto a vita ad Alessandro de’ Medici che procedette a terminare i lavori ma che abbandonò la dimora subito dopo, partendo da Roma nel 1584. Fu quindi preso in affitto da Marziano Colonna come luogo di delizia e vi risiedette fino alla morte del de’ Medici nel 1605. Gli eredi Rivaldi lo vendettero finalmente al cardinal Lanfranco Margotti, segretario di Paolo V, con il quale la dimora rifiorì e soprattutto il giardino venne impreziosito da fontane e un teatro d’acqua, progettati dall’architetto Giovanni Vasanzio.
Delle opere quasi completamente perdute, resta il nicchione, poi trasformato in una cappella rustica, ancora oggi visibile e circondato da due statue e decorato da rocaille, era animato da un complesso congegno che emetteva un suono simile al canto degli uccelli. Nello stesso contesto, probabilmente nelle sale adiacenti al giardino, venne chiamato il pittore Giovanni Battista Viola per dipingervi paesaggi e finte architetture. Morto il Margotti nel 1611 alcuni lavori vennero lasciati incompiuti, fino a quando gli eredi lo vendettero nel 1626 al cardinale Carlo Emanuele Pio di Savoia, che ampliò le sale risistemando il giardino. Fu poi il nipote di questi, Carlo, anch’egli cardinale, che lo vendette nuovamente nel 1660 al “Conservatorio delle Zitelle Mendicanti”, un’istituzione religiosa che si occupava dell’assistenza delle donne sole e delle loro figlie, salvandole dalla povertà e impegnandole in varie attività tra cui la filatura.
Fu così che l’edificio venne nuovamente modificato per istallarvi le attrezzature che rimasero in funzione fino al XIX secolo quando l’ente fu trasformato, dopo l’Unità d’Italia, nel “Pio Istituto Rivaldi”, come ricorda una targa ancora affissa sulla facciata. Si giunge così al 1932, l’anno funesto in cui l’apertura della via dell’Impero, oltre alla distruzione del quartiere Alessandrino, portò allo sbancamento della collina Velia che univa il palazzo alla Basilica di Massenzio, il cui tetto era addirittura collegato al giardino da una scalinata e adibito a terrazza panoramica, spazzando via i terrazzamenti e gli arredi ancora superstiti. Successivamente la costruzione pervenne all’ISMA, Istituto di Santa Maria in Aquiro, e negli anni 70’ venne occupato dai gruppi del “Movimento politico” che lo utilizzarono come sede di riunioni e spettacoli teatrali e musicali denominandolo “Convento Occupato” e facendolo diventare il centro dell’avanguardia artistica di quegli anni. Il complesso venne poi completamente abbandonato ed oggi grava in un precario stato di conservazione.

Il palazzo oggi e il restauro

Se le facciate sono coperte da alti ponteggi, sono gli interni a portare i segni più forti del tempo e dell’incuria: spogliati delle collezioni e degli arredi oggi sembrerebbe non esserci più nulla dell’antica bellezza. Se si osserva bene si possono vedere i particolari architettonici, come gli architravi ionici delle porte (alcuni bellissimi in pavonazzetto altri in pietra serena), i pavimenti in parte ancora originali in cotto o piperino e le colonne marmoree. Ciò che colpisce di più però sono le decorazioni appena riemerse grazie a dei saggi di pulitura sotto la scialbatura posteriore, che rivelano opere di alta qualità e che hanno portato a fare i nomi di Perin del Vaga e Francesco Salviati, come si confermerà a restauri ultimati. Gli affreschi del piano nobile decorano la cappella, la cosiddetta Sala delle Virtù, in cui è emersa una bellissima immagine femminile e un’altra adiacente, detta degli Imperatori, dove si susseguono figure della storia romana, furono trasformate entrambe, al tempo del Conservatorio, in una cappella religiosa. Infine c’è la cappella di Psiche, così chiamata per gli episodi mitologici che si snodano lungo il soffitto. Altro particolare miracolosamente scampato alla distruzione sono i meravigliosi soffitti lignei a cassettoni, colorati e talvolta dorati, impreziositi dallo stemma dei Silvestri unito a quello Farnese, a testimoniare il fortissimo sodalizio tra Eurialo e Paolo III, e in cui si alternano rosette e scorpioni, simbolo araldico della famiglia. Completa la proprietà un cortile, in cui ancora si intravedono grotte e fontane e quel che resta del giardino che, seppur mutilo, affacciandosi sul Colosseo e i Fori Imperiali ha una delle viste più belle di Roma.

Mi è stato possibile accedere alla struttura grazie alle visite organizzate dall’Agenzia del Demanio all’interno di una consultazione pubblica aperta a tutti fino al 31 maggio (per partecipare: http://www.agenziademanio.it/opencms/it/ConsultazionePubblica/consultazionerivaldi/ ) che si propone di avviare processo di valorizzazione e riqualificazione dell’intero complesso, partendo dal coinvolgimento della cittadinanza e delle associazioni del territorio. Si auspica dunque che un buon progetto di necessario restauro venga messo velocemente in atto per rendere nuovamente fruibile questo gioiello dimenticato e purtroppo sconosciuto anche a molti romani.
Si coglie l’occasione per ringraziare l’Agenzia del Demanio, che mi ha fornito le fotografie dei piani superiori non accessibili e i particolari della fontana e Alessandro Cremona, autore degli approfonditi studi sull’argomento e impegnato da anni nella battaglia per la valorizzazione, che ha inoltre guidato la visita all’interno dell’edificio.

BIBLIOGRAFIA
A. Cremona, Il Palazzo di Eurialo Silvestri ad Templum Pacis, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 17-34.
Id., Palazzo Silvestri Rivaldi a Roma. Editoriale, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 4-6.
Id., Gli esordi di Vasanzio architetto e le opere perdute di Giovanni Battista Viola nel giardino di Palazzo Rivaldi a Roma (1609-1611), in La Festa delle Arti. Scritti in onore di Marcello Fagiolo, vol.II, Roma, Gangemi Editore, 2014, pp.882-887
A. Napoletano, Preesistenze medievali nell’area di Palazzo Silvestri-Rivaldi, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 7-15.
K. Quinci, La favola di Amore e Psiche in Palazzo Silvestri a Roma, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 61-75.
E. Ronchetti, Sulla collezione di antichità di Eurialo Silvestri, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 77-87.
S. Santolini, Prime indagini sulla decorazione pittorica del piano nobile di Palazzo Silvestri, in Ricerche di storia dell’arte, 97, gennaio-aprile 2009, pp. 35-59.

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