Palazzo Brancaccio, Roma

Questo articolo potrebbe in un certo senso essere inutile, per varie ragioni. Innanzi tutto perché il museo di cui si sta per parlare, nella sede che l’ha ospitato sin dal 1957, è stato chiuso alla fine di ottobre 2017. Del palazzo invece, già in parte adibito a struttura ristorativa in alcune sue sale, non se ne conosce la destinazione futura e per ora l’unica certezza è che non sarà nuovamente fruibile al pubblico per molto tempo. Nonostante ciò, è doveroso ricordare quello che può essere considerato non soltanto uno dei massimi esempi di architettura e decorazione d’interni in stile eclettico, ma anche l’ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma, come pure la collezione di antichità orientali che fino a poco tempo fa poteva essere vista al suo interno, in un ottimo allestimento museografico.

La famiglia Brancaccio e il loro palazzo

Mary Elisabeth Field, figlia dei newyorkesi Mary Elisabeth Bradhurst e Rurkfor Field, sposò il 3 marzo del 1870 il Principe Salvatore Brancaccio, esponente di una delle più illustri ed antiche famiglie del patriziato napoletano. Il casato risalirebbe con Bano Brancaccio addirittura all’anno Mille e fu poi, nel corso del XVIII secolo, che la famiglia si divise in due rami principali: quello dei Ruffano (ormai estinto) e quello dei principi di Triggiano. Di questo titolo si fregiò Salvatore Brancaccio e i suoi discendenti che fino alla morte (avvenuta pochi anni or sono) ancora abitavano la dimora, ed in particolare la Principessa Fernanda moglie di Marcantonio e Don Rolando, figlio unico del Principe Carlo.

La maestosa fabbrica che sorse su via Merulana all’incrocio con via delle Sette Sale, venne costruita su un piccolo fondo coltivato ad orto e giardino acquistato, nel 1872, dall’adiacente convento delle Suore Clarisse di Santa Maria della Purificazione ai Monti e che venne poi in parte demolito e in parte inglobato nell’architettura. Soltanto a partire dal 1879 però, a causa di ritardi legati ad un contenzioso con il Comune di Roma (che nel piano di ampliamento urbanistico aveva previsto la costruzione di case popolari) venne finalmente affidato il progetto dell’edificio all’architetto più importante dell’epoca: Gaetano Koch (cui subentrò successivamente Luca Carimini). Egli scelse delle forme che definì in una lettera “all’antica”, ma che erano decisamente neo-cinquecentesche, con la lunga facciata scandita dai due ordini inferiori realizzati in finto bugnato, interrotti in prossimità dei portali d’ingresso, da un monumentale pronao architravato praticabile come balcone, sorretto a sua volta da quattro colonne classicheggianti.
All’austero buon gusto della facciata, tipico dell’edilizia umbertina, si ponevano invece in netto contrasto gli interni, decorati con un estro lussuoso, stravagante e raffinatissimo che non ci si poteva aspettare diverso da una padrona di casa americana la quale, attraverso il matrimonio diventava principessa di una delle casate più antiche d’Italia. Era normale per lei cercare di creare, nel nuovo palazzo di famiglia, l’atmosfera tipica della dimora aristocratica romana, in cui il richiamo al passato, in linea con il gusto eclettico del tempo, fosse anche una legittimazione del nuovo status sociale raggiunto. Se la somma di denaro portata come dote dalla sposa fu quella altissima di un milione di dollari, è possibile capire quali fossero le somme a disposizione per la decorazione degli interni. L’impresa venne affidata al pittore oggi pressoché dimenticato, ma all’epoca accademico di San Luca, Francesco Gai, scelto dai committenti già negli anni precedenti come ritrattista di famiglia. Egli si dedicò non soltanto alla realizzazione degli affreschi dei soffitti e delle pitture delle sovrapporte, ma anche dei disegni di tutti i decori delle pareti, dagli stucchi agli intagli, fino alle tappezzerie e persino ad alcuni arredi. Se l’artista prediligeva un gusto improntato al più aulico barocco romano con evidenti rimandi a Pietro da Cortona e Bernini, come ad esempio nel soffitto con il Trionfo della famiglia Brancaccio, nella camera parata di corami o in quella detta “dell’Alcova”, pare che invece i committenti avessero avanzato precise richieste verso elementi più vicini al rococò francese  o austriaco, con quella tendenza alle chinoiserie e alle leziosità che si trova in ambienti come il boudoir della principessa, interamente ricoperto di specchi e dorature, o al salone con le pareti decorate da preziosi pannelli di seta orientale. Gli ambienti erano un susseguirsi caleidoscopico di soluzioni decorative in cui l’antico vero, rappresentato dalle collezioni d’arte e dalla mobilia e quello che invece tale si voleva fingere, si fondevano in un insieme assolutamente omogeneo e certamente unico in tutto il panorama romano, tanto che neppure i Torlonia, al sommo della loro ascesa sociale ad inizio ‘800 nel perduto palazzo a piazza Venezia, avevano osato tanto. Bisogna aggiungere che il tutto venne corredato da un monumentale ninfeo, nato dall’esigenza di costruire un muro di contenimento per il giardino sopraelevato, in cui sorse anche una coffee-house.

La costruzione, i cui lavori si protrassero fino al 1891, era però per maggior parte completata già nel 1886, quando venne inaugurata con una solenne festa da ballo a cui parteciparono i Savoia (Elizabeth Field divenne dama di compagnia della regina Margherita) e che anche grazie alle cronache mondane mise la famiglia in una posizione sociale di tutto rispetto tra quelle più nobili di Roma. Morta però prima Elizabeth Bradhurst nel 1897 poi la Principessa Brancaccio nel 1909, il palazzo da dimora nobiliare si trasformò progressivamente in edificio da concedere ad uso locativo. Gli eredi, dopo anni di battaglie legali per la divisione delle quote di proprietà concluse nel 1933, scelsero alcuni appartamenti come abitazioni private, dando gli altri in affitto. In particolare Don Rolando Brancaccio a partire dal 1965 mise a disposizione la dimora per una serie di eventi mondani: il Princes’ Garden Club. Il successo dell’iniziativa portò nel 1969 ad affidare i ricchi ambienti ai Marchesi Buzzi, che ancora oggi organizzano eventi in alcune delle sale più belle del palazzo. La dimora ha inoltre ospitato alcune scene di pellicole celebri come Vacanze Romane o recentemente la Grande Bellezza.

Il museo

Così venne istituito nel 1957 il Museo d’Arte Orientale, che nel piano nobile occupava una superficie di più di 1000 mq. Venne intitolato a Giuseppe Tucci (1894-1984), uno fra i massimi orientalisti del Novecento, che ne promosse la fondazione e donò anche le opere della propria raccolta privata. La collezione importantissima per numero e qualità comprende manufatti diversi per natura, epoche e provenienza e vanno dal Vicino e Medio Oriente, all’arte islamica con ceramiche del XIII secolo e tappezzerie del XVIII, fino a quella Tibetana e Nepalese, Indiana, Cinese e dell’Asia sud orientale. L’allestimento originario, progettato dall’architetto Francesco Minissi, in sintonia con il gusto razionalista dell’epoca, scelse di occultare interamente le decorazioni delle sale con un insieme di controsoffittature e pareti aggiunte che rendevano gli ambienti neutri e spersonalizzati ma evidentemente più “moderni” del lusso eclettico degli interni.

Soltanto a partire dal 1991 si è proceduto ad un lungo e difficoltoso lavoro di recupero delle sale eliminando tutte le sovrastrutture, consolidando le architetture e restaurando i decori, gli stucchi, le dorature persino le tappezzerie e gli arredi superstiti. Se l’aspetto originario, di quel lusso tendente all’horror vacui tipico degli interni fin du siecle, era perduto e visibile soltanto grazie ad alcune rare fotografie dell’epoca, l’ottimo lavoro fatto, rispettoso delle preesistenze e attento alle esigenze espositive, rendeva però il museo unico nel suo genere per l’equilibrio con il quale le opere colloquiavano con il contesto. Senza voler entrare necessariamente in polemica con la decisione del Ministero di chiudere la sede e spostarla all’Eur, dove si spera che la nuova sarà pronta presto ed adeguata alla quantità e qualità dei manufatti, rimangono però molti dubbi soprattutto in virtù del fatto che una sede a via Merulana, tra San Giovanni e il Colosseo, anche se con evidenti limiti legati alla struttura del palazzo, per centralità e raggiungibilità ha un richiamo maggiore per i visitatori rispetto al polo decentrato che si vorrà creare. La questione resta aperta…

BIBLIOGRAFIA

  1. Centi, Palazzo Brancaccio – Inizio di una ricognizione: i materiali dell’Archivio Capitolino e dello studio Gai, catalogo della mostra 28 giugno – 26 settembre 1982, Roma, Palazzo Brancaccio, Roma, 1982.
  2. D’Amore, Il Museo Nazionale d’Arte Orientale di Palazzo Brancaccio, Livorno, 1997.

SITI

www.palazzobrancaccio.com

Palazzo Brancaccio com’era:

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Palazzo Brancaccio e il Museo di Arte Orientale
così come è stato fino ad ottobre 2017:

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