Agostino Arrivabene, pittore alchemico

foto: Lucifero, 1996

Torno a parlare dell’arte di Agostino Arrivabene in occasione della sua personale tedesca al Panorama Museum di Bad Frankenhausen, inaugurata pochi giorni fa. Non so cosa mi rende questo pittore così affine, sarà forse la familiarità con gli studi classici. Il catalogo di questa epica esibizione, che espone più di 120 lavori, inizia con un ex libris con il motto “To Pathei Mathos”, titolo della mostra. Due figure speculari per posizione sono in bilico tra la sponda di un abisso e un gruppo di teschi. Ma non è una lotta, tra loro c’è equilibrio, un rapporto definito “qualcosa di unito e di diviso”. E’ così che si figura l’equilibrio delle umane vicende, dolore e sapienza entrambe indispensabili per raggiungere la sublimazione: da tutte le cose uno e da uno tutte le cose.

Agostino Arrivabene: To Pathei Mathos
29 giugno – 20 ottobre 2013
Panorama Museum
Am Schlachtberg 9
06567 Bad Frankenhausen/Kyffhäuser
web: panorama-museum.de

L’inizio

Il bisogno di pittura per Agostino sembra essere un’esigenza viscerale prima ancora che una passione. Si rivela sin da piccolo, come potere di trasfigurazione: “Da bambino partecipavo alla messa con i miei genitori e durante la liturgia vedevo i mostri di granito, figure ibride, mescolati a santi e Cristi morti. E siccome tutte queste figure mi osservavano dall’alto, viaggiavo con loro in un mondo stupefacente”. L’immaginazione oltre la realtà avviene tramite figure; la ricerca di trascendenza in una chiesa. Quello che per il bambino è enigmatico, diventerà presto fonte di creazione, unico modo per sfuggire al mondo reale e tentare così la congiunzione con l’eterno. Un evento tragico rompe il tempo dell’infanzia: la morte della madre, quando aveva appena quattro anni. E’ così che Agostino conosce il dolore. L’evento, incomprensibile, è lacerante, ma è da qui che partirà la sua ricerca.

To pathei mathos: dal dolore, la conoscenza. E’ questo il titolo della mostra, legge più che motto dell’esistenza umana e che Agostino troverà nella lettura di una tragedia di Eschilo. La cultura greca diventerà ben presto un suo punto di riferimento, ne indagherà i miti e poi anche i luoghi durante un recente viaggio che porterà alla mostra Theoin. E’ tramite il mito che i popoli antichi tentavano di dare risposta ad eventi inspiegabili, il mito come forma di conoscenza primitiva che muove dagli istinti umani. Così si formerà la mente simbolica di questo pittore allucinato.

ex libris To Pathei Mathos

Educazione

Agostino inizia gli studi all’Accademia di Arti figurative di Brera, ma sente insufficienti i percorsi ufficiali e visita curiosissimo numerosi musei. Già adolescente del resto era rimasto rapito dall’Adorazione dei Magi di Leonardo agli Uffizi. Ad essere rivelatori, però, saranno i numerosi pellegrinaggi che compirà nella casa-museo di Gustave Moreau a Parigi, suo maestro indiscusso. Dunque due sono le basi: Rinascimento e Simbolismo, riferimenti lontani tra i quali però Agostino Arrivabene riesce a trovare dei punti in comune quali la centralità della figura e la ricerca di Trascendenza.

Dopo la maturità accademica iniziano le prime mostre giovanili. Sono i lavori dei primi anni ’90: asfittici, folli per decorazione, insostenibili all’occhio per i colori. Si veda Athena o Orfeo, di cui lo stesso artista ce ne da una spiegazione sapientissima qui. Opere tanto più silenziose quanto più potente è l’impatto significante, è la figura che assorbe il tutto, il quadro non ha altro. Atena, dea della Sapienza, si presenta senza risposte, come un idolo muto che guarda l’accaduto, ma pregna di profondissima consapevolezza. I temi sono antichi, si direbbe tradizionali se si fosse nel diciannovesimo secolo. Invece sono nuovissimi, in una cultura di fine ‘900 dedita ormai solo alla performance e al concettuale, quasi di rottura. Come il primo: Crocifissione, opera potentissima che urla dolore.

Pandora incuba l’incubo, 1992

I figli della notte, 1993

Nyx, da I figli della notte, 1994

I sette giorni di Orfeo, 1996

Athena, 1996

Athena, 1994

 Il peso dell’enigma I, 1992

Crescita e consapevolezza

A partire dalla fine degli anni ’90 i dipinti si fanno più lineari, qualche spazio risulta sottratto all’ossessivo decorativismo. Il dramma diventa riflessione, sopportazione. Come nella serie di figure umane in piedi, stagliate su paesaggi sconfinati, surreali, apocalittici. L’uomo è raffigurato come lavoratore solitario, quasi martire, devoto al suo lavoro assurdo e impossibile come Il radunatore di nuvole, I lagrimanti, Il raccoglitore di meteore. Metafora dell’artista probabilmente, o dell’uomo più in generale, che segna il passaggio dal dolore alla consapevolezza. Emblematico è Figura sofferente in notturno, un uomo che si copre il volto e mostra solo una ferita sanguinante. Anche i paesaggi islandesi non sono altro che la presa di coscienza della realtà immensa e sconfinata, della Natura e i suoi meccanismi incomprensibili.

Il successo delle mostre porta Agostino ad essere un nome conosciuto, specie tra la critica più esigente. Opere per iniziatici sono le illustrazioni nel 2004 per “Il ritratto di Dorian Gray”, con prefazione di Philippe Daverio, che poi lo inviterà nella sua famosa trasmissione. In seguito illustrerà la meno famosa “Urania” di Alessandro Manzoni nel 2011. Si cimenta anche nelle scenografie per l’ “Hans Heiling” di Heinrich Marschner nel 2004. Per Gian Franco Grechi, bibliofilo e collezionista che diventerà suo amico, realizza alcuni ex libris di rara perfezione. Stringe una stretta collaborazione con Vittorio Sgarbi, che ha sempre avuto un occhio di riguardo per l’arte figurativa contemporanea.

Il peso del destino, 1998

Il cammino spezzato, 1999

Figura sofferente in notturno, 1999

Il radunatore di nubi, 2000

Sentinelle, 2000

Il Basilisco, 2003

Il silenzio della wunderkammer

Agostino non è un artista che ama il vociare dei vernissage alla moda, a questi preferisce di gran lunga il silenzio e la riflessione solitaria. In una sorta di rifiuto dal mondo, sceglie di vivere in un edificio a destinazione agricola vicino Pandino, che diventerà sua abitazione e atelier. E’ qui che si rifugia per osservare la vita, con distacco e quiete. La sua casa diventerà la sua wunderkammer, come l’atelier-abitazione di Gustave Moreau, e la riempie di oggetti morbosi come teschi, animali impagliati, feticci perché tutto è simbolo e potrebbe essere fonte di visioni inaspettate, epifanie estatiche. Ogni oggetto può essere osservato in dettaglio come fa con le sue Nature Morte. Esercizi di stile, ma anche personalissimi motivi di vanitas. I classici elementi dell’effimero come teschi, farfalle e fiori sono assemblati in maneria totalmente inusuale da costituire opere compiute a tutti gli effetti. Vanitas per eccelenza è però l’autoritratto, che Agostino ripropone riprendendosi in vari momenti: quello poeticissimo tra le lucciole, quello in estasi col volto evanescente.

E’ in questi anni che Agostino elabora quelli che si potrebbero definire “i miti dello strappo o della perdita”: Persefone e Orfeo, temi che riprenderà sempre nel corso della sua carriera. Due miti in cui il protagonista è destinato suo malgrado a scendere nell’Ade, Persefone per inganno e Orfeo per amore, entrambi divisi per sempre l’una dalla madre l’altro dall’amante. La pittura per Agostino non è che questo, discesa agli Inferi alla ricerca di ciò che si è perso. L’Arte è la soglia da attraversare, limen iniziatico per iniziare la ricerca. “L’arte mi permette di esternare i miei lati più oscuri”, una reimmersione continua nell’oscurità, come Il nuotatore degli abissi.

Il male di vivere, 2006

Vanitas su zolla di viole, 2006

L’ombra (Il Bacio), 2004

Lo Psiconauta, 2007

Studio per il signore delle mosche, 2006

Autoritratto con lucciole, 2007-2008

Endimione, 2007

 Metamorfosi, 2008

Ultime scoperte

Nuovi eventi drammatici segnano la vita personale del pittore sul finire dei primi anni 2000. Dolore incomprensibile e tacita accettazione si sedimentano nell’opera Luci-fero figura a cui dedica diverse iconografie. La lunga gestazione dell’opera, che durerà dieci anni, non è che la summa delle conoscenze artistiche ed esistenziali a cui il pittore è giunto. Non a caso il dipinto nasce da un precedente autoritratto che mi ricorda immediatamente il ritratto programmatico del 1911 di De Chirico, il quale riporta “Et quid amabo nisi quod aenigma est?” (che cosa amerò se non l’Enigma?) . Qui l’Enigma si è fatto carne, ma nasconde ancora il volto.

Tra il 2008 e il 2009 Arrivabene riprende, dopo alcuni anni di interruzione, i temi della cultura greca. La sua ricerca è più matura e non è più verso i miti, ma verso la Divinità. La mostra “Isterie Plutoniche” del 2011 ha come tema proprio la manifestazione della divinità in tutte le sue forme. E’ pronto ormai per un viaggio alla scoperta della terra antica che da tanto lo affascina. Durante l’estate del 2011 si reca in Attica, un viaggio che sarebbe più adatto definire pellegrinaggio, “una spedizione verso la conoscenza”. Quasi mosso da un bisogno viscerale di Verità, si reca nei luoghi in cui si innestò la cultura greco-pagana, sulla quale poi rifiorì quella bizantina e infine quella ortodossa. Quello che Agostino è andato a ricercare non è la divinità, nemmeno intesa nel senso astratto di principio divino, ma è il Sacro. Frutto di questa esperienza sarà la mostra “Theoin”, di cui parlai qui.
L’arte non è più solo rivelazione, ma un rito iniziatico alla ricerca del Principio, come nei misteri eleusini, questa pratica religiosa antica di cui ancora non si sa molto. Così è il Sacro, per sempre irraggiungibile.

Proserpina entomofoba, 2010-11

Martyrium (Santa Dorotea, 2011)

Autoritratto Pantocrator, 2011

Una speranza per l’arte figurativa

Se volessimo ritrovare le radici in cui la pittura di Agostino Arrivabene affonda le sue origini, queste sono sicuramente lontane. In primis i Preraffaelliti, e penso sopratutto ad Edward Burne Jones con i suoi colori metallicci e le forme elaborate allo sfinimento. E poi i simbolisti come Bocklin e su tutti ovviamente Gustave Moreau. A questo però Agostino aggiunge un disegno perfetto, studiatissimo, da gran maestro rinascimentale e da Durer infatti osa riprendere la firma. Non è da escludere una certa influenza surrealista, del tipo però deviato come certe tele enormi e epiche di Marx Ernst (da cui infatti riprende la tecnica dello strappo su colore ancora molle) il quale però è state mediato sicuramente tramite l’opera di Fabrizio Clerici. Il curatore della mostra Gerd Linder ha avuto dei dubbi nel definire Agostino un neosimbolista. Sicuramente il simbolo è fondamentale, ma il riferimento è così sottile e ricercato da essere iniziatico. Per questo lo definirei un pittore alchemico.

Sarebbe errato però pensare ad un universo di riferimento unicamente al passato. L’arte di Agostino Arrivabene non nasce dal nulla in questo nostro inizio di secolo pieno di accrocchi senza senso. La sua arte si presenta come estrema resistenza dell’arte figurativa, quella ormai troppo spesso sconsiderata, che non è morta. Essa vive, ma essendo passata di moda si muove senza far rumore e passa inosservata, soffocata dal chiasso di artisti più commerciali. Non a caso Agostino cita come grande riferimento Odd Nerdrum, grande pittore figurativo norvegese che oggi è a capo del movimento The Kitsch Movement, che raccoglie il lavoro di altri pittori figurativi. Una speranza per l’arte contemporanea.

Le visioni di San Sebastiano: La visione di Irene, 2011

Il nuotatore degli abissi, 2012

Ea-exit (limen), 2012

Grandi Misteri, 2013

Canto Infernale, 2013


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2 Commenti a “Agostino Arrivabene, pittore alchemico”

  • Giovanni

    Sarebbe opportuno ricordare i 10 anni, importantissimi, che hanno portato Arrivabene fuori dall’anonimato grazie al lavoro di un grande critico da te dimenticato e senza il quale non sarebbero arrivati (POI) gli Sgarbi, i Daverio e compagnia bella. E che, non a caso, per primo ha accomunato, nel 2001, il lavoro di Arrivabene all’Eschilo di Pathei Mathos. Questo per onestà.

    • Annalisa P. Cignitti
      Rocaille

      Caro Giovanni, lo scopo di questo articolo era soprattutto pubblicizzare la mostra di Agostino Arrivabene TÓ PÁTHEI MÁTHOS e non raccontarne la fortuna critica in dettaglio. Ho aggiunto dei brevi paragrafi di introduzione storica unicamente per inquadrare l’evoluzione artistica di un pittore altrimenti difficile da definire. Per scriverli ho seguito la biografia riportata nel catalogo della mostra TÓ PÁTHEI MÁTHOS in cui non si accenna a questo critico. Certamente potrei aver commesso delle mancanze, ma poiché ci tieni tanto, saresti così gentile da svelare tu il nome di questo critico?

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