Museo di arte sanitaria, Roma

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Dove: si trova all’interno dell’Ospedale Santo Spirito in Sassia, Lungotevere in Sassia, 3, 00186 Roma 
Orari: lunedì, mercoledì, venerdì 10-12
Web: www.beniculturali.it

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Il Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria

“A Roma gli organi non significano nulla se nel tempo stesso non presentano una bella forma. Nel grande ospedale S. Spirito, si trova preparata ad uso degli artisti una bellissima figura di uno scorticato che suscita l’ammirazione di tutti. Lo si direbbe un semidio tratto dalla guaina delle membra, un Marsia autentico.”

Con queste parole, tratte dal famoso Viaggio in Italia del 1787, Goethe descriveva una delle preparazioni che si potevano vedere in una delle mete preferite di molti viaggiatori e curiosi del Settecento. Oggi, il Museo di Storia dell’Arte Sanitaria, resta uno dei più affascinanti ed insieme dimenticati di Roma, ospitato all’interno del monumentale complesso di Santo Spirito in Sassia, tra i più antichi ospedali d’Europa.

Su un’area anticamente occupata dagli Horti di Agrippina Major, infatti, intorno al 727 d.C. Ina, re dei Sassoni, dopo aver abdicato, istituì la Schola Saxonum per dare ospitalità ai propri conterranei che giungevano a Roma in pellegrinaggio presso la tomba dell’apostolo Pietro. Fu però Papa Innocenzo III nel 1198 a fondare l’ospedale, che tra i suoi compiti aveva anche quello dell’insegnamento della medicina e, a tale scopo, fu dotato di una ricca biblioteca, di un teatro anatomico e della spezieria. Nel corso dei secoli, a periodi di abbandono, si alternarono progetti di ampliamento, promossi dai vari pontefici dal Rinascimento al Settecento, fino a raggiungere la struttura attuale che si erge ai piedi del Gianicolo, sul lungotevere subito dopo Castel Sant’Angelo.

Storia del Museo

Il nucleo collezionistico originario si formò nella seconda metà del Settecento ed era costituito dal materiale utilizzato a scopo didattico per le lezioni di teoria tecnico-scientifica (altri musei in Italia, conservano questo tipo di materiale, come Palazzo Poggi a Bologna o La Specola a Firenze).
Nel corso dell’Ottocento si alternarono una serie di importanti personaggi a partire da Giuseppe Flajani, per arrivare al chirurgo di Pio IX Giuseppe Costantini, i quali si dedicarono con passione a riordinare e arricchire la raccolta con nuove collezioni. Dalla presa di Roma in poi, però, la struttura perse progressivamente la sua vitalità.

Fu soltanto nel 1911 in occasione delle “Mostre Retrospettive”, organizzate a Castel Sant’Angelo per l’Esposizione Internazionale di Roma, che venne avanzata l’idea di creare l’odierno museo. Nella sezione dedicata all’arte sanitaria era stata allestita una ricca esposizione di oggetti provenienti da varie collezioni private ed erano state inoltre ricostruite una farmacia romana del XVII secolo e un laboratorio alchemico (con il modello della porta alchemica realmente esistente a Roma).

Grazie all’azione del Generale Mariano Borgatti, Direttore di Castel Sant’Angelo e Presidente del comitato per le “Mostre Retrospettive”, dei medici Pietro Capparoni e Giovanni Carbonelli, si arrivò così, nel 1920, alla fondazione dell’Istituto per il Museo Storico dell’Arte Sanitaria. Nel 1934 si trasformò nell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, tutt’ora esistente, che aveva lo scopo di promuovere gli studi storico-medici e soprattutto dare vita ad una esposizione permanente. Fu poi nel 1929 che l’Istituto di Santo Spirito concesse un’ala dell’ospedale dove fu possibile sistemare tutto il materiale raccolto e finalmente l’11 maggio 1933 venne inaugurato il museo.

Bibliografia:
– Bovi T., Il Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, Roma, 2001;
– Merzagola, V. Vomero, Il Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, Roma. Riflessioni sui ruoli e le funzioni nella società contemporanea, in Museologia Scientifica Memorie, n. 2/2008, Atti del XIV Congresso ANMS Il Patrimonio della scienza. Le collezioni di interesse storico, Torino, 10-12 novembre 2004, a cura di C. Cilli, G. Malerba, G. Giacobini, pp. 248-257;
– Pazzini A., Un Museo di Storia della Medicina, in “Gioventù Fascista”, settembre 1936.

 

La sala Alessandrina

Superato il portico esterno, il primo ambiente al quale si accede è la sala Alessandrina, l’antica corsia ospedaliera lunga più di trenta metri, così chiamata perché fatta edificare da papa Alessandro VII tra il 1655 e il 1667. Oggi adibita a sala conferenze, raccoglie alle pareti una serie di interessanti tavole anatomiche a stampa acquerellate, risalenti all’inizio dell’800, eseguite da Antonio Serantony sotto la guida scientifica del famoso anatomista Paolo Mascagni (1755-1815).
Sono rappresentati gli organi in sezione e i vari sistemi (muscolare, arterioso, venoso, linfatico e osseo) del corpo umano. I dipinti su tavola, appesi alla parete sinistra, erano invece di proprietà di Guglielmo Riva (1627 ca-1676), insigne chirurgo dell’Ospedale della Consolazione, e rappresentano il Cervello e il Fegato attraverso un individuo con la scatola cranica aperta e l’addome sezionato, accompagnati da un’iscrizione latina.
Salendo il monumentale scalone a doppia rampa ornato dai busti di Esculapio e dei fondatori, si giunge alle altre sale del museo.

La sala Capparoni

Sulla destra si accede alla sala che prende il nome dal donatore della raccolta il Prof. Pietro Capparoni. La parte più importante della collezione è rappresentata da un insieme di ex-voto romani ed etruschi accanto ai quali si posso vedere esemplari moderni modellati in cera provenienti dall’Italia e dalla Grecia.
Vi sono esposti poi un insieme di ferri chirurgici che partendo dallo strumentario romano arrivano fino al Settecento; una raccolta di recipienti in vetro e in ceramica, usati per la conservazione dei medicinali (di cui alcuni provenienti dalla farmacia dei frati Cappuccini di via Veneto); una vasta collezione di stampe di medici illustri; un prezioso dente di narvalo conservato nel suo astuccio in marocchino ed infine alcune farmacie portatili rinascimentali.
Alcune vetrine ospitano invece ceramiche e strumenti frutto di altri lasciti come quello del Prof. Orlando Solinas, illustre studioso di Storia della Medicina, e del Prof. Ovio, famoso maestro di oculistica, che ricoprì la carica di Vicepresidente dell’Accademia.

La sala Carbonelli

La grande sala raccoglie la collezione donata dal Prof. Carbonelli al Comune di Roma e consegnata in deposito al Museo. Le vetrine alle pareti e al centro espongono vari oggetti: ferri chirurgici, strumenti scientifici come microscopi e occhiali, ceramiche e vetrerie tra le quali le due ampolle di vetro di cui si servì Avogadro per dimostrare la legge della compressione dei gas. Si ammirano inoltre una collezione di ex-voto etruschi e romani, alcuni strumenti ostetrici, una preziosa raccolta di medaglie, monete e sigilli medici.
Ma una vetrina accoglie gli oggetti più macabri e affascinanti: due foglie e la mano di una bimba tredicenne perita di meningite nel 1881 tutti “metallizzati” dal cremonese Angelo Motta, morto in povertà nell’Ospedale Mauriziano di Torino nel 1888, portando con sé il segreto del processo di metallizzazione dei corpi.

Addossati alle pareti troviamo alcuni mortai in pietra e in metallo usati per pestare le droghe, un monumentale torchio in legno del XVII secolo che serviva per estrarre i succhi benefici dai vegetali e una curiosa statuetta in legno raffigurante “l’oppiato” (individuo sotto l’azione dell’oppio), proveniente da un’antica farmacia piemontese.

Nel fondo del braccio destro della sala, in un’alta vetrina, sono conservate due preparazioni veramente spettacolari. Da una parte il preparato a secco del sistema nervoso centrale e periferico eseguito da Luigi Raimondi nel 1844, dall’altra il sistema nervoso centrale e periferico eseguito da Stefano Frattocchio.

Il laboratorio alchemico

Dalla sala Carbonelli si accede ad uno degli ambienti più suggestivi e scenografici ovvero un laboratorio alchemico del Seicento ricostruito nei minimi dettagli con materiale dell’epoca. Al centro del soffitto un coccodrillo impagliato domina la stanza mentre, nel caminetto sulla sinistra alimentato da un grande mantice, è collocato un athanor, il tipico forno dell’alchimista, accompagnato da un alambicco e da una cucurbita, una specie di distillatore.
Molti strumenti in vetro, necessari per le preparazioni, sono invece stati collocati sul tavolo: spicca tra questi uno molto raro, con il tipico beccuccio ricurvo chiamato la “fiorentina”, che serviva per separare i liquidi non miscelabili, come ad esempio l’olio e l’acqua.
In un angolo del laboratorio è conservato un grande mortaio di pietra del XVII secolo, munito di coperchio e chiavistello, che all’epoca veniva usato per la stagionatura della triaca, ovvero una composizione medicinale formata da numerosi ingredienti e usata per secoli per curare moltissime affezioni.
Alla parete è infisso invece un calco in gesso della porta magica, ultimo avanzo rimasto al centro dei giardini di piazza Vittorio a Roma dell’antica villa del Marchese di Palombara, i cui segni arcani e cabalistici incisi rappresenterebbero la formula della pietra filosofale.

La farmacia

Questo ambiente, con il pavimento in cotto e il soffitto a cassettoni, è la fedele ricostruzione di un’antica farmacia del Seicento. Un grande banco in noce è posto di fronte alla porta d’ingresso e su di esso poggia una bilancia in legno tornito. Le scaffalature che ricoprono le pareti della sala espongono bellissimi vasi da farmacia che contenevano i medicamenti e sono, per la maggior parte, provenienti dalle antiche spezierie oggi scomparse di Santo Spirito, San Giacomo in Augusta e Santa Maria della Consolazione di Roma.

La sala Flajani

Nonostante sia la prima sala che si incontra in cima allo scalone è l’ultima ad essere visitata perché, oltre ad essere la più vicina all’uscita, è anche la più spettacolare. Contiene infatti il fondo più antico dell’intero Museo. Alle pareti laterali, all’interno di una bellissima vetrina tardo barocca, è ordinato sugli scaffali dal fondo ceruleo un campionario di deformità. Tutti gli esemplari esposti risalgono alla fine del XVII secolo e vanno da malformazioni natali conservate sotto formalina a preparazioni anatomo-patologiche a secco. Queste ultime riguardano soprattutto alterazioni dello scheletro: crani di feti e piccoli scheletri, di cui alcuni macrocefali e un bicefalo o rare lesioni delle ossa craniche oggi scomparse dovute alla sifilide. Un reperto particolarmente curioso è invece un cranio con spada che viene creduto sia di Plinio il Vecchio.

Questo teatro di deformità è accompagnato, nella parete centrale, da una raffinatissima scaffalatura in legno di rosa in stile neoclassico dove è raccolta invece la collezione delle cere anatomiche, realizzate, oltre che con grande esattezza scientifica, anche con una rara qualità artistica e contenute tutte nelle cassette di noce originali. Fu il cardinale Francesco Saverio de Zelada, segretario di Stato di papa Pio VI, a ordinarla tra 1779 e il 1792 al ceroplasta Giovanni Battista Manfredini, che le esegui sotto la guida di Carlo Mondini, famoso anatomista dell’Università di Bologna. Ben 36 preparazioni erano destinate allo studio dell’ostetricia e rappresentano l’utero a grandezza naturale nei differenti stati e con varie distocie fetali, cioè i casi in cui il feto si presenta in modo anomalo. L’altra serie di preparazioni sono invece tronchi anatomici ovvero plastici generali del corpo umano correlati da tavole e corrispondenti dettagli di organi interni.


PhD student in art history specializing in 17th and 18th century paintings, proudly born in Rome but with Sardinian origins. Macabre lover, compulsive bibliophile and flea markets fanatic.

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