Salvator Rosa (1615-1673)

 

foto: Selfportrait or Allegory of Philosophy, 1645. National Gallery, London

“Aut tace aut loquere meliora silentio”

“[il pittore] non dipinge sol quel ch’è visibile,
Ma necessario è che tal volta additi
Tutto quel ch’è incorporeo, e ch’è possibile”

Salvator Rosa

Tra mito e magia

La straordinaria potenza della pittura di Salvator Rosa sta nel sembrare terribilmente moderna, quasi fosse stata dipinta nell’ottocento. Invece è il seicento il secolo in cui Rosa nacque e morì, un periodo che sicuramente gli andava stretto.
Sono due gli aspetti che mi hanno interessato così tanto di questo pittore: i suoi quadri a tema stregonesco-occulto, una rarità a quell’epoca, se non un vero e proprio caso unico, e le alterne vicende della sua fortuna, a dimostrazione di come le mode del gusto siano incisive nel successo di un artista.

Dimenticato in Italia dopo la morte ed eroicizzato invece all’estero, possiamo pensare almeno a due motivi per cui questo accadde: in primo luogo perché, come ogni pittore del seicento, fu assai disprezzato dalla critica italiana almeno fino ai primi decenni del ‘900. Fu ripescato solo nel 1963 da Salerno, con il suo famoso articolo riguardo i pittori del dissenso. Possiamo aggiungere il fatto che non fu pittore di affreschi, le sue opere sono tele comprate da collezionisti privati, i quali le hanno poi rivendute determinandone la dispersione in tutto il mondo, rendendo difficile una visione globale. Ma c’è da aggiungere infine che il suo tipo di paesaggio fu visto subito in chiave anticlassica nel settecento e poi preromantica nell’ottocento, favorendone così la popolarità in quegli ambiti dove questi generi erano di moda e ciò esclude l’Italia.

La sua fortuna fu davvero atipica, sebbene già in vita non fosse stato un pittore particolarmente popolare.
Un artista sganciato dalla committenza e quindi libero dalla dipendenza di un mecenate, che si esprime attraverso mostre e grazie ad intermediari, anche in questo incredibilmente moderno.
Pittore, ma anche filosofo nonché poeta e commediante. Della sua vita sappiamo moltissimo grazie alle lettere che scriveva continuamente ai suoi amici; scrisse le Satire in cui criticò la realtà dei suoi tempi. Si interessò di filosofia, come dimostrano i numerosi ritratti di filosofi o le scene ad esse collegati e fondò l’Accademia dei Percossi. Non da meno la curiosità per temi ai limiti del proibito, come le stregonerie, ci descrivono un intellettuale interessato a tutte le attività del suo tempo, con cui è fortemente in lotta. Pittore sì di contrasto, ma non di contestazione, la sua critica era più sottile e su tutto posava poi un velo malinconico, notturno, che vedeva qualsiasi vicenda umana come un’effimera conquista.

Sources/Fonti:
Luigi Salerno, Salvator Rosa, Firenze, Barberà, 1963;
Salvator Rosa: tra mito e magia. Napoli, Electa Napoli, 2008;
Salvator Rosa e il suo tempo : 1615-1673, a cura di Sybille Ebert-Schifferer, Helen Langdon, Caterina Volpi. Roma, Campisano, 2010;
Salvator Rosa Treccani.it.

Questo articolo è stato pubblicato, in versione ridotta, sulla rivista StileArte qui.

First battle known, 1637. Private Collection, Paris.

 Marina, 1630’s ?. Private Collection, Naples.

Salvatoriello da Napoli

Salvator Rosa nasce a Napoli nel 1615, dopo aver perso i genitori entra a bottega per imparare a dipingere e si sostenta da vivere vendendo paesaggi e marine a poco prezzo. La formazione napoletana è fondamentale e rimarrà un segno di originalità per tutta la sua carriera: una pittura densa, materica, che ha evidenti radici in Jusepe de Ribera, da cui riprese anche le composizioni ardite, la rappresentazione della cruda realtà di origine caravaggesca e un impasto terroso. Senza Ribera non possono essere pensate opere come il Martirio di San Bartolomeo, San Gerolamo e i ritratti dei filosofi.

Altri due maestri furono suo cognato e amico Francesco Fracanzano, che sposò sua sorella Rosa nel 1632 e Aniello Falcone, il pittore delle battaglie. All’alunnato presso Falcone sono ascrivibili le prime battaglie come quella del 1637 o I pescatori di Corallo. Nella sua bottega stringe amicizia con un altro apprendista, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, tanto che alcuni lavori degli anni ’30 sono frutto di collaborazione tra i due. La giovinezza è fatta di lavoro in bottega e di scorribande con gli amici, che saranno per lui un legame fortissimo e imprescindibile “ho sempre creduto che l’amico sia un altro me medesimo”.
Un’esistenza umile dunque, ma la bravura dei pennelli lo mise ben presto a contatto con ambienti più elevati. E’ difficile infatti credere che Rosa non venisse influenzato dai dibattiti intellettuali della Napoli degli anni ’30, come quelli che si tenevano nell’Accademia degli Oziosi, fondata dal cardinale Francesco Maria Brancaccio che tanto importante diventerà per gli sviluppi della sua carriera. Possiamo anzi pensare che l’interesse per la filosofia, che accompagnerà il pittore per tutta la vita, nacque proprio da qui.

Nicolò Simonelli in the wunderkammer of Flavio Chigi, attributed to Giovanni Maria Morandi. Private collection.

Il breve soggiorno a Roma
Il motivo per cui Salvatoriello lasciò Napoli non si conosce con esattezza. Secondo il biografo De Dominici la causa potrebbe essere stata la concorrenza con l’amico Micco Spadaro, il quale riceveva importanti commissioni, come quella nel 1639 per la Certosa di San Martino, mente lui passava inosservato. O forse Rosa guardava già oltre l’orizzonte partenopeo? Non è un caso che nello stesso anno lasciava Napoli anche il cardinale Francesco Maria Brancaccio, un personaggio di spicco nella Roma barocca, legato ai Barberini e appassionato di arte e teatro.
Rosa era già stato a Roma nel 1635, ma questa volta lascia Napoli definitivamente. Era diventato abbastanza conosciuto come pittore di paesaggi e marine ed era molto richiesto per questo genere. Roma doveva sembrare al ventenne pittore un mondo grandioso e al contempo spietato. Nella città pontificia può vedere altri quadri di Ribera e Caravaggio e l’antico soprattutto. Poteva contare su un grande amico, Nicolò Simonelli, il guardarobiere di Flavio Chigi (il nipote del papa Alessandro VII), il quale lo introdusse alle commissioni importanti e soprattutto alla collezione di mirabilia di Flavio Chigi, conservata presso il palazzo alle Quattro Fontane a Roma, poi dispersa.

Lavorò dapprima nelle proprietà del Brancaccio a Viterbo, dove infatti lascia “L’incredulità di San Tommaso” (1638), la sua prima opera ad argomento sacro. In pochissimo tempo il suo stile evolve verso una visione più classica e monumentale, grazie all’influsso di Claude Lorrain, Nicolas Poussin e Pietro Testa.
Rosa è anche un attore, partecipa alle rappresentazioni teatrali, questo si da vero napoletano, da cui prende spunto per le sue pitture e che gli servono come mezzo di diffusione per il suo nome. Durante uno di questi spettacoli prese in giro Bernini e per ripicca Castelli rappresenta una commedia tutta contro di lui. Probabilmente a causa di questa tensione creatasi con il più importante degli artisti di quegli anni e forse, anche in seguito al rifiuto di essere accolto nell’Accademia di San Luca, Rosa accetta volentieri l’invito da parte del cardinale Giovan Carlo de’ Medici di trasferirsi a Firenze nel 1640.

Battle scene, last years of 1630’s. Private Collection.

 Tizio, 1638. Location unknown. We only know how it could be by this etching.

Prometeo, after 1649. Galleria Corsini, Rome.

Self-Portrait or portrait of Giovan Battista Ricciardi, 1647. Metropolitan, New York

Firenze

Giovan Carlo de Medici a differenza del fratello, il Granduca Ferdinando II, non fu mai troppo interessato agli affari politici. Nominato generalissimo del Mare di Spagna, nel 1641 guida, in carica di comandante, la flotta contro la Catalogna da poco ribellata, ma la spedizione fu un disastro dal punto di vista sia militare sia politico. Abbandonò così definitivamente qualsiasi dovere politico e si dedicò al collezionismo d’arte e al mecenatismo. Appassionato di teatro, fece costruire il teatro alla Pergola, inaugurato nel 1657 e fu protettore delle Accademie degli Instancabili, degli Improvvisi e dei Percossi, quest’ultima fondata da Salvator Rosa. Uomo godurioso, per gli eccessi del bere e del mangiare morì di apoplessia nella sua Villa di Castello e poiché aveva lasciato debiti per più di 135.000 scudi, pochi giorni dopo la sua scomparsa, suo fratello Ferdinando II mise all’asta tutti i suoi beni per pagare i numerosi creditori. In poche settimane venne dispersa una collezione di più di 570 quadri, mobili, libri, sculture, vetri di Murano.

Fu Giovan Carlo a chiamare a Firenze gli artisti che negli anni ’40 modificheranno il gusto della città medicea: Pietro da Cortona, impegnato per gli affreschi di Palazzo Pitti, e Salvator Rosa. Questo il clima in cui Rosa si ritrovò a vivere, un ambiente più libero della Roma papale dal punto di vista delle idee oltre che delle commissioni. In questi anni iniziò a scrivere le Satire in terzine, in cui esprime la sua visione di una pittura di ispirazione letteraria e filosofica. Anche se pubblicate postume (le prime sei nel 1695, l’ultima nel 1876), ebbero però una certa circolazione durante la vita di Rosa, tanto da suscitare polemiche e maldicenze. Sono tuttavia anni felici quelli di Firenze, in cui resterà quasi dieci anni e durante i quali conosce Lucrezia, la donna che amerà per tutta la vita.
Rosa riesce subito ad addentrarsi nell’ambiente letterario fiorentino grazie anche all’Accademia dei Percossi, da lui fondata. Il suo migliore amico fu Giovan Battista Ricciardi, che conobbe in questi anni, autore di commedie teatrali così come Rosa ne era attore. A lui dedicherà molti quadri e a cui farà il famoso ritratto mentre incide un teschio (si pensa anche che sia un autoritratto), la maggior parte delle lettere rinvenute sono infatti indirizzate proprio a lui.
Tra i suoi amici c’erano soprattutto ricchi borghesi, che per lui rappresentavano una committenza più libera e idealmente affine ai suoi interessi. Tra questi Carlo Gerini, maggiordomo di Giovan Carlo de Medici, il quale aveva diversi quadri di Rosa: “Fortuna”, “Selva dei Filosofi” e il suo pendant “Cratete che si disfa del suo denaro disperdendolo in mare”, “Battaglia con il turco” e il “Tizio”, oggi di ubicazione ignota (la stessa idea verrà ripresa da Rosa nel Prometeo della Galleria Corsini di Roma).

La cosa più interessante del periodo fiorentino sono i dipinti a tematica stregonesca-magica, le cosiddette Magherie o Incatesimi. L’attenzione per le raffigurazioni diabolico-stegonesche di origine nordica, risale in realtà al periodo napoletano. Il gusto del macabro e del magico era presente da sempre a Napoli, dove circolavano le opere dell’olandese Leonard Bramer e Jacob Swanenburgh e ne subiscono il fascino anche Filippo Napoletano e Monsù Desiderio.
Rosa inizia ad interessarsene solo a Firenze, dove il collezionismo per questo tipo di soggetti magico-stregonseschi era comune ad alcuni nobili-borghesi tutti legati alla casata Medici, che invece rimase estranea a questo tipo di gusto: il marchese Corsini, destinatario della celebre Stregoneria Corsini; il marchese Filippo Niccolini, maestro di camera di Giovan Carlo de Medici e poi di Vittoria della Rovere, possedeva i quattro tondi con stregonerie oggi a Cleveland; il banchiere Carlo de Rossi, suo amico e collezionista-mercante, aveva sia la stregoneria ovale su ardesia, oggi di collezione privata, sia la più famosa Stregoneria di Rosa, oggi alla National Gallery la quale, come dice Ricciardi, era conservata dietro una tendina. Sono infatti opere di fruizione privata, tenute segrete e mostrate solo ad una cerchia ristretta di amici, un pubblico elitario di collezionisti. Si ricollegano dunque a quel tipo di cultura da camerino che Rosa già conosceva tramite Nicolò Simonelli.

Selfportrait as a warrior, early 1640’s. Banca Monte dei Paschi di Siena.

Portrait of the artist’s wife Lucrezia as Poetry, 1641. Wadsworth Atheneum,  Hartford, Connecticut, USA.

Allegory of Poetry&Allegory of Music, early 1640’s. Both at Palazzo Barberini, Rome.

Eraclito and Democrito, early 1640’s. Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Arione, early 1640’s. Milano, private collection.

Battle between christians and turkish, 1640-42. Palazzo Pitti, Florence. We can see, in the extreme left of the paiting, Salvator himself bearing a shield with the inscription SARO, anagram of his name Rosa.

Witches at their Incantations, about 1646. National Gallery, London.

Corsini Witchcraft scene, after 1646. Galleria Corsini, Florence

The Witches’ Sabbah, Private collection.

Scene with Witches: Morning, 1645-1649. The Cleveland museum of Art.

Scene with Witches: Day, 1645-1649. The Cleveland museum of Art.

Scene with Witches: Evening, 1645-1649. The Cleveland museum of Art.

Scene with Witches: Night, 1645-1649. The Cleveland museum of Art.

 Witchcraft scene, Private Collection.

Temptation of St. Anthony,  about 1645. Palazzo Pitti, Florence.

Ecate, 1647. Apsley House, London.

Il ritorno a Roma

Nel 1650 Rosa torna a Roma da dove non si sposterà più fino alla morte. Non vuole più lavorare per le corti, gli da fastidio che gli venga detto cosa dipingere, vuole essere libero. Dopo la corte fiorentina rifiuterà qualsiasi altro invito di corte, seppur lusinghiero, come quello rivoltogli da Cristina di Svezia, dall’imperatore d’Austria e dal re di Francia. Si sostenterà vendendo battaglie e paesaggi, che detesta, ma sono gli unici lavori che sembrano dargli guadagno: “la repugnanza che io ho in si dato genere di pittura, attesoché questo è il mio luogo topico da superar quanti pittori che mi vogliono dar di naso…”.
Rosa sembra conoscere bene le potenzialità di un rapporto diretto con il pubblico (cosa assai eccezionale per un’artista di quell’epoca) e divenne assiduo espositore alle mostre romane di San Giovanni decollato o al Pantheon, una cosa non molto decorosa per in pittore affermato, esponendo in genere una sola opera di grandi dimensioni, che teneva segreta fino a quel momento. Rifiutava le richieste, odiava le commissioni, non accettava caparre perché queste poi lo vincolavano, spesso non si curava di vendere, diceva che dipingeva per sé e oltre a decidere il tema, fissava anche il prezzo. Pretendeva cifre altissime come il “Democrito in meditazione”, presentato al Pantheon nel 1651, e il pendant “Diogene che getta via la scodella”, del 1652. Rosa richiese 250 scudi per ognuno, saranno acquistati solo dopo due anni dall’ambasciatore veneziano Niccolò Segredo e soltanto per 300 scudi entrambi.
Finché ci fu l’aiuto del banchiere Carlo de Rossi, che gli comprava tutti i quadri senza mercato, non ci furono problemi, ma successivamente Rosa cominciò anche a cimentarsi nell’incisione, che si poteva vendere più facilmente. Non ebbe una scuola né allievi, ma suo figlio Augusto cominciò ad aiutarlo nei paesaggi che vendeva ai turisti, soprattutto inglesi. Morì a Roma il 15 marzo 1673 e fu sepolto in Santa Maria degli Angeli, dove ancora oggi si trova nel monumento a lui costruito dal figlio.

Democritus in Meditation, 1650-1. Statens Museum for Kunst, Copenhagen.

Heroic Battle, between 1652 and 1664. Louvre, Paris.

A soldier& A witch, about 1646 or 1660’s. Both at Capitoline Museums, Rome.

Humana Fragilitas, about 1650. The Fitzwilliam Museum, Cambridge.

Portrait of the artist’s wife Lucrezia, about 1656. Palazzo Barberini, Rome.

Bandits on a Rocky Coast, 1655-60. The Metropolitan Museum of Art, NY

Pythagoras Emerging from the Underworld, 1662. Kimbell Art Museum in Fort Worth, Texas.

Pindaro e Pan, 1666. Palazzo Chigi, Ariccia.

Saul and the Witch of Endor, about 1668. Louvre, Paris

Vanitas, 1668. Napoli, Private Collection.

Salvator Rosa tomb in Santa Maria degli Angeli, Rome.

Mito romantico

Rosa fu un essenzialmente un pittore fuori moda nell’epoca, dal 1640 al 1670, del grande barocco decorativo cortonesco e beniniano e poi del classicismo marattesco e belloriano. Niente di più lontano se non ostile alla pittura realista napoletana del Rosa il quale fu costretto, per sopravvivere, a vendere soggetti di genere che lui odiava, perché si considerava pittore di cose morali. Da qui la polemica con i committenti, l’orgoglio del proprio lavoro fino allo sprezzante isolamento.
Soltanto con lo sviluppo del movimento neoclassico settecentesco fu possibile una prima riconsiderazione della sua opera. Tutto iniziò con l’idea de giardino inglese che, secondo William Kent, architetto capo dei giardini reali, doveva essere l’opposto del giardino all’italiana, ovvero doveva ricreare paesaggi irregolari, movimentati, “fit for the pencil of Salvator”. Così la pittura di Rosa ebbe fortuna, esaltata dai sostenitori del pictoresque gardening. Tale idea di una natura non forzata dall’uomo si collegava perfettamente all’idea del Sublime di Burke e i paesaggi del Salvator Rosa, in cui l’uomo non è che una piccola apparizione in mezzo ad una natura soverchiante, divennero modello del paesaggio romantico. Ammiratore del Rosa fu Horace Walpole, che lo collegava al Piranesi, Reynolds e un pittore come Claude Joseph Vernet deve moltissimo a lui. Così il Rosa come il Piranesi divennero artisti di moda, tanto per il paesaggio quanto per pittura di storia.

La considerazione come artista non poteva prescindere da quella biografica e sentimentale: Rosa apparve come l’artista ribelle e precursore dei tempi moderni, fino ad arrivare all’esaltazione, leggendaria, del pittore anticonvenzionale. L’amore fortissimo che lo legò a Lucrezia, donna sposata conosciuta in Toscana e che lui sposò solo in punto di morte nel 1673, ha concorso ha rafforzare il mito romantico. A causa di questa relazione fu minacciato dal Santo Uffizio e fu costretto, per questo, ad allontanare Lucrezia per un periodo mandandola a Napoli. Qui la peste decimò la famiglia di Rosa tra cui suo fratello, sua sorella e suo marito, il Francanzano che fu anche suo maestro e 5 dei loro figli. Morì anche uno dei figli avuti con Lucrezia, Rosalvo, ed è per questo che la rappresenta in lutto, con lo sguardo distrutto, totalmente diversa dalla spensierata musa che aveva rappresentato come La Musica.

Si aggiunsero alla già romanzata biografia leggende non vere, come la sua partecipazione di Rosa alla rivolta di Masaniello, la sua prigionia tra i banditi in Calabria, cominciarono a circolare degli spartiti di canzoni napoletane a lui attribuite. Il mito era ormai diffuso e apparvero numerose pitture a lui ispirate come “A grotto in the Kingdom of Naples with banditti” di Joseph Wright of Derby o molte altre di analogo soggetto di John Hamilton Mortimer. La consacrazione a leggenda avvenne quando Hoffmann, nel 1820, prese Rosa come protagonista di alcuni suoi racconti fantastici. Infine il romanzo, nel 1824: la prima biografia sul pittore scritta da Lady Morgan che riassume tutti i luoghi comuni fino ad allora circolanti. A lei, convinta sostenitrice della rivoluzione, Rosa dovette apparire come un eroe patriottico e guerresco, sprezzante dei favori dei potenti. La stessa visione si protrae in Alexander Dumas, Théophile Gautier e fino al nostro Carducci, che scrive la prefazione delle Satire nel 1860.

E’ Luigi Salerno, con uno scritto del 1963, a restituire a Rosa l’importanza dovuta, attraverso lo studio del suo carteggio e dei legami con gli altri protagonisti della sua epoca. Mette in mostra le falsità che si erano andate accumulando durante l’epoca romantica ed evidenziandone la natura ribelle. A lui infatti risale la definizione di “pittore del dissenso”. Ma questo non significa che Rosa fu un emarginato dalla società in senso bohémien e nemmeno fu ribelle come Caravaggio.
Rosa ebbe sempre committenti che lo apprezzarono e che gli compravano le opere, committenti che erano anche suoi amici. Ciò che rifiutò fu il rapporto di mecenatismo vincolante (come Bernini o Pietro da Cortona), che criticò nella satira Babilonia in cui attacca il papa Alessandro VII Chigi per le sue pratiche di nepotismo e il cardinal nipote Flavio Chigi, che pure però lo avevano aiutato.
I Chigi lasceranno sempre cadere queste offese e Flavio comprerà molte opere di Rosa tra cui Pindaro e Pan (oggi a Palazzo Chigi, Araccia); alcune battaglie come la Battaglia eroica di Agostino Chigi (oggi a Cleveland); un Paesaggio roccioso con figure; il Cristo che predica tra gli apostoli e il suo pendant Cristo scaccia i demoni, oggi nella collezione degli eredi Incisa della Rocchetta. Appartenuta al cardinale Flavio era anche una tela famosissima del Rosa ovvero Humana Fragilitas, oggi a Cambridge. Lo stesso Flavio porterà in dono a Luigi XIV, nella legazione del 1664, una battaglia del Rosa. Il re di Francia acquistò anche Lo spirito di Samuele evocato davanti a Saul dalla strega di Endor e ricevette in dono da Neri Corsini, una imponente Battaglia eroica, entrambi oggi al Louvre.
La visione di Salerno risulta dunque per certi aspetti un po’ unilaterale, sebbene utilissima perché ha corretto la visione completamente romanzata e deviata che si era diffusa nel settecento e ottocento.
Ma la pittura di Rosa era ancora più profonda di tutto ciò. La sua ribellione non è sociale, come quella di Caravaggio, è individuale. E la sua polemica non si limita alle vicende storiche, che pure contesta, ma si estende a riflessioni cosmiche. La realtà che osserva non gli piace, se ne distacca, ma lui ha la pittura che è riflessione di Verità. Solo l’Arte praticata con devozione gli consente di gettare su tutto uno sguardo disincantato e un sorriso ironico, con la consapevolezza scettica che nulla è durevole tranne l’Arte, tutto il resto è vanità delle vanità.

Claude Joseph Vernet, Seaport by Moonlight, 1771. Louvre, Paris.

Claude Joseph Vernet, Seaport by Moonlight, 1771. Louvre, Paris.

Joseph Wright of Derby, Grotto by the Seaside in the Kingdom of Naples with Banditti, 1778. Museum of Fine Arts, Boston.

John Hamilton Mortimer, The Hero Rescues the Prisoners, 1775. Tate Britain, London.

Manner of John Hamilton Mortimer, Rocky Landscape with Banditti, 1770-80. Tate Britain, London.

Johann Heinrich Füssli, The Three Witches, 1783. Kunsthaus, Zürich

Thomas Moran, Salvator Rosa Sketching the Banditti, 1860. Chrysler Museum of Art,  Norfolk, Virginia, USA.


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