Villa Lante si trova a Bagnaia, vicino Viterbo. Si chiama così dal XVII secolo, quando divenne un dominio di Ippolito Lante Montefeltro della Rovere, già proprietario di Villa Lante al Gianicolo a Roma. Ma la storia di questa villa inizia prima, in pieno 1500, quando il cardinale Gianfrancesco Gambara la scelse come luogo di svaghi e ameno rifugio per fuggire dagli affari romani.

Il luogo non è casuale: il viterbese era particolarmente adatto a questo tipo di ville-delizia, essendo immerso nel verde, ricco di acque e poco distante da Roma. Già Vicino Orsini l’aveva scelto per il suo Parco dei Mostri a Bomarzo pochi anni prima e sempre in queste zone, quasi contemporaneamente, i Farnese costruiscono la loro fortezza. In realtà in queste zone i Farnese hanno vasti domini e il cardinale Gambara apparteneva alla loro cerchia. Affidò il progetto non a caso a Jacopo Barozzi detto Il Vignola, che per i Farnese in quegli stessi anni era attivo nel palazzo di famiglia a Piacenza, nei giardini del Palatino e nella vicina Villa di Caprarola. In confronto alle grandi opere commissionate dai Farnese (papa Paolo III e suo nipote Alessandro) questa villa non era che una discreta dimora estiva.

Sebbene il progetto fu commissionato al Vignola, non si sa esattamente quanto c’è di sua mano, anche se l’integrazione tra architettura e ambiente potrebbe ricordare Villa Giulia, precedente progetto del Vignola a Roma. Ad ogni modo si nota una sproporzione del giardino che predomina sull’opera architettonica. C’è da dire che la sua realizzazione fu dilazionata nel tempo.

Avevo già postato una mia foto a Villa Lante qui.

infosvillalante.wordpress.com; wikipedia.it

Italian Garden (1st level):

La villa è composta da due padiglioni gemelli e simmetrici entro un giardino all’italiana con terrazze, fontane e giochi d’acqua.

Villa Lante si compone infatti di due casini, pressoché identici, anche se costruiti da proprietari diversi in differenti periodi, separati da 30 anni. Il primo, a destra appena si entra, costruito dal cardinale Gambara e il secondo, dopo sua la morte nel 1587, fu costruito dal nipote diciassettenne di papa Sisto V, il cardinale Alessandro Peretti di Montalto, all’epoca Amministratore apostolico di Viterbo. Entrambi i casini hanno la stessa struttura architettonica: un piano terra, visitabile e affrescato, con tre finestroni che danno sul giardino e un piano nobile sovrastante. Ogni casino è sormontato da un torrino o lanterna.

Sono però i giardini ad essere la maggiore attrazione e fonte di meraviglia della villa. Disposti a gradoni salienti, costituiscono un percorso ascensionale in cui il visitatore non vede la fine, aumentando in questo modo il senso di stupore. Per i complessi giochi d’acqua si pensa che fu chiamato appositamente uno speciale architetto idraulico, Tommaso Chiruchi, e che fu consultato anche il grande Pirro Ligorio, già architetto di Villa d’Este e forse del Parco di Bomarzo. In mezzo al labirinto di siepi è sita la fontana più grande o Fontana dei Mori, del Giambologna: quattro mori, a grandezza reale, disposti a formare un quadrato attorno a due leoni; tengono in alto la montagna araldica sormontata dal getto della fontana in forma di stella, lo stemma dei Montalto.

Purtroppo durante la mia visita (agosto 2012) nel giardino erano attivi dei lavori che rovinavano la vista d’insieme e impedivano di vedere la Fontana dei mori.

Casino Gambara:

I due casini hanno affreschi di periodi differenti. Quello più vecchio, cioè quello Gambara, è decorato con affreschi a grottesche e scene paesaggistiche raffiguranti le proprietà dei Farnese.

Casino Montaldo:

Il casino più recente o Casino Montaldo ha degli affreschi in uno stile più classicheggiante, raffiguranti uno spazio illusionistico tramite giochi ottici e trompe l’oeil.

Fontana dei Lumini:

Nel passaggio tra il primo e il secondo livello, si trova questo intermezzo con la Fontana dei Lumini: una fontana circolare a gradini e così chiamata perché, sul ballatoio di ciascun gradone, ci sono fontane più piccole a forma di lucerne ad olio, da cui sgorgano piccoli zampilli d’acqua. Durante la mia visita, la fontana era priva d’acqua e devo dire che l’intera villa appariva trascurata in più punti.

Ai lati della fontana vi sono logge e grotte di cui una dedicata a Nettuno e una Venere. Anch’essi erano privi d’acqua. Qui il ninfeo di Venere.

Fontana dei Fiumi o Giganti (2nd level):

Si può solo immaginare quello che poteva voler dire partecipare ad un pranzo del cardinale Gambara. In questa seconda terrazza si trova, infatti, un enorme tavolo di pietra con acqua che scorre nel suo centro, allo scopo di immergere cibi e bevande per mantenerli al fresco. In questo scenario il cardinal Gambara intratteneva i suoi ospiti con picnic. Si nota, dietro questo ingegnoso sistema, lo zampino del Ligorio, che si ispirò alla tradizione classica, riproponendo una forma architettonica già presente nella villa pliniana di Castel Fusano. Di fronte la tavola: la Fontana dei Fiumi Arno e Tevere, raffigurati come divinità.

Catena d’acqua (3rd level):

La catena d’acqua o catena del gambero è un gioco d’acqua che il Vignola aggiunse a molti giardini del XVI secolo, visibile infatti anche a Villa Farnese e Villa d’Este.

Fontana del Diluvio (4th level):

Si giunge così al punto più alto del percorso: la Fontana del Diluvio, che convoglia l’acqua proveniente dai Monti Cimini. La fontana appare come una grotta selvaggia, presieduta da mostri, organizzata in 3 arcate di roccia finta: qui l’acqua viene incanalata nell’impianto idraulico per alimentare le altre fontane della villa.

La grotta è affiancata da due logge, affrescate nelle pareti interne, che portano il nome del cardinale Gambara scolpito sulla cornice.

 Fontana del Pegaso:

Si trova al di fuori del muro di cinta che chiude la villa vera e propria, in un piano più in basso e defilato al margine del Barco di caccia. Vi è raffigurato al centro Pegaso, il mitologico cavallo che  battendo lo zoccolo sul monte Elicona, il monte sacro abitato dalle Muse, fa scaturire la sorgente di Ippocrene la cui acqua è fonte dell’ispirazione poetica. Sin dal progetto iniziale sulla alta balaustra si dovevano collocare le statue delle Nove Muse, affiancate agli angoli estremi da quelle di Apollo e da Orfeo, poi semplificate in busti dalle semplici fattezze scolpite.